#luminol

Attenzione: contenuto esplosivo.
Mafe De Baggis in un libretto di 80 pagine scarse raccoglie un sacco di concetti, pensieri, massime e ragionamenti. Su che tema? La relazione, o meglio la non relazione, tra digitale e reale. Se suona criptico è perchè io non sono bravo come lei a speigarlo con parole mie e non voglio entrare troppo nei dettagli
Rischierei di rovinare e spoilerare un punto di vista complesso eppure chiarissimo, che viene naturale seguire fin dai primi accenni. Il #luminol del titolo è il filo saldo che tiene insieme l’indagine sulle aspettative, sulla prassi, sulle interpretazioni della realtà.
Alla fine, è una cosa tipica delle idee geniali: “ma se era così semplice, perché non ci ho pensato io?”.
Raro libro che evita di predicare al coro e che risulta gradevole e accessibile a prescindere dalla propria familiarità con l’argomento. Uno di quei testi in grado di farti cambiare opinione.
Non usavo la funzione “Sottolinea” del Kindle così tanto da un bel po’ di tempo e ho come la sensazione che quelle tracce torneranno utili.

In diretta

Non l’ho visto a Discoring e a Sanremo, non ho ricordi di Sandy Marton, via Verdi e altri.
Ho iniziato ad ascoltare Deejay al mattino, più o meno nel ’91, prima di andare a scuola perché c’era Baldini con gli sketch della Gialappa’s, di Aldo Giovanni e Giacomo e dei Fichi d’India (da lì, una fascinazione personale per il Cappuccino Nestlè, allora sponsor del programma). Quasi mi davano fastidio le canzoni trasmesse, sia per stile che per frequenza, tanto è vero che ho iniziato ad ascoltarla al pomeriggio solo più tardi (e mischiandola molto ad altre radio dove si parlava di più).
Però mi ricordo Jovanotti (da Lorenzo ’92 in poi), gli 883, Fiorello. Tutto rigorosamente in casetta BASF registrata da qualcun’altro (Lorenzo ’94 ce l’avevo originale, ma la cassetta non è sopravvissuta alla caduta da un balcone). E anche oggi, sebbene sia cresciuta, Deejay è ancora l’unica radio musicale che riesco ad ascoltare.

Cecchetto quindi è stato anche per me il deus ex machina di un bel pezzo di adolescenza, quindi appena ho sentito del libro, ho detto : “mio!”. E nelle vacanze di Natale me lo sono consumato in un paio di giorni.
La lettura scorre via liscissima, 400 pagine leggere, è sia moderatamente appassionante sia soprattutto un viaggio nella memoria incredibile e non oso immaginare cosa possa essere per chi, con dieci anni più di me, si ricorda anche la fase degli anni ’80.
Siamo chiari: come in tutte le autobiografie, c’è una buona quota di autoincensamento e autoassoluzione; il tono è frenetico, iperpositivo, ma è probabilmente parte di Cecchetto stesso.
C’è anche qualche passaggio pedagogico, con qualche slogan (“Il talento è un dono, il successo è un mestiere” usato anche come sottotitolo), che però coincide con lo stile del testo e non risulta eccessivamente pesante.
Una lettura semplice e leggera ma piacevole.

I Simpson e la filosofia

Languiva da un po’ nei libri acquistati e non letti, con dicembre è arrivato il momento per leggere questa collana di articoli dedicati al rapporto tra “I Simpson” e la filosofia.
Come tutte le raccolte a tema, sull’altare della coerenza può cadere vittima la qualità. C’è quindi del buono e del cattivo: 2-3 articoli veramente piacevoli (il rapporto tra Bart e Nietzsche, la figura di Lisa) e alcuni veramente pessimi (l’analisi psicologico-marxista filosofica di Bart, fatta da un Heideggeriano, compresa di terrificante deriva speculativa, con cui si chiude il libro).
Colpiscono due cose: la prima, positiva, è che per radunare tanto interesse su un tema “pop”, questo deve essere veramente importante; questo tipo di testi conferma ancora che “I Simpson” è un classico della cultura a cavallo tra ventesimo e ventunesimo secolo. E’ ragionevolmente uno dei “testi” che, fra 500 anni, con cui dovrà confrontarsi chi vorrà capire la nostra società.
La seconda, negativa, è la facilità con cui in diversi saggi si selezionino singoli pezzi, scene, passaggi per supportare una tesi universale. trovandosi di fronte a uno show immenso, formato da centinaia di episodi, non ho apprezzato che per sopportare la propria tesi capitasse si usassero frammenti minuscoli, magari poi più volte contraddetti nella serie. Mi aspettavo da una trattazione che si vuole dire filosofica e scientifica un po’ più di attenzione alle regole di campionamento.
Non lo consiglio comunque a quelli che non sono impallinati di Simpson almeno quanto me.

Ed è passato un altro anno.

E sono proprio contento che quest’anno ho ripreso a scrivere.
34 pezzi, più di quanto scritto dal 2011 al 2013. Scritti tutti peraltro con piacere, lo stesso che poi provo nel rileggerli qualche tempo dopo.
Un buon modo per festeggiare senza fanfara i dieci anni del blog.
Blog che mi ha accompagnato in una vita che è cambiata giusto un pelo: da studente universitario a padre di famiglia, con tutto quello ci sta in mezzo.
Blog che ho sempre fatto per me e per i miei pochi lettori affezionati, fregandomene di analytics e traffico.
E’ il mio modo comodi di avere un diario, di tenere traccia di quello che mi passa per la testa.
Da blog che raccoglieva le recensioni dei locali dove si andava il sabato sera a blog che raccoglie le recensioni dei libri che leggo. La costante sono i panini di McDonald’s.

McItaly Marchigiana

Oggi a pranzo ero convinto di provare il McItaly Chianina, che, come dice il sito di McDonald’s, avrebbe dovuto essere il panino speciale del periodo. Invece sorpresa: al McDonald’s di Lentate sul Seveso è già in vendita il successivo della serie, il McItaly Marchigiana.
Agevolo foto del menù, nel per me tradizionale formato McMenù con birra:

McMenù McItaly Marchigiana

McMenù McItaly Marchigiana


Notiamo subito che questa volta non ci sono né birra né patatine speciali, a differenza di quanto fatto ad esempio con l’ottobrina promozione “Sagra” con le salamelle, che ebbe un esito abbastanza triste.

Come è fatto questo McItaly?
Partendo dal basso, il panino è composto da: Pane (quello dei panini speciali), fetta di formaggio/mozzarella, hamburgher di marchigiana, seconda fetta di formaggio fuso, salsa, insalata tipo valeriana/soncino e seconda fetta di pane.
Il gusto è bilanciato: l’hamburgher è di buona dimensione e con la giusta quantità di grasso, la salsa rimane giustamente sul fondo, a dare solo un po’ di acidità, visto che i gusti sono abbastanza ricchi e non c’è bisogno di insaporire ulteriormente.
I due ingredienti che spiccano però sono la mozzarella e l’insalata: il formaggio è buono, sa di mozzarella e soprattutto ha una consistenza particolare, molto “masticosa” che ricorda bene quella originale e conferisce a tutto il panino una gradevole resistenza, rendendo molto piacevole la masticazione.
Non so come la mozzarella sia lavorata e quanta ne sia effettivamente presente, ma all’economia del panino non interessa: l’ingrediente che c’è è ottimo e dà il gusto e la consistenza giusti.
La scelta di un’insalata particolare come la valeriana/soncino è un ottimo azzardo che paga: è croccante e per nulla acquosa, e con il gusto fresco e leggero fa da contraltare al formaggio, sgrassando la bocca.

Tutto questi aspetti positivi son però da valutare alla luce del prezzo: il mio menù è costato 9,10 €, che è praticamente un nuovo massimo per McDonald’s (superpanini da quattr’etti esclusi) ed è superiore a quello di una certa concorrenza (che include anche il caffè).
Sono io il primo a dire che “è giusto pagare il giusto”, soprattutto quando come in questo caso è motivato da una effettiva qualità del prodotto. Ma capisco anche che, di questi tempi, questo prezzo perda contro altre alternative di pasto veloce. Per fortuna la barriera psicologica dei 10 euro non sarà facile da sfondare.

Venere privata

Ho già parlato in passato di un libro di Scerbanenco, tessendo le lodi dell’autore; non posso quindi nascondere il mio apprezzamento per l’autore. In quel caso si parlava di una raccolta di racconti, in questo caso invece Venere privata è un romanzo, il primo di una serie. Già negli anni ’60 e ancora oggi, in una collana poliziesca che si rispetti, il protagonista deve essere sempre lo stesso: qui è il dottor (o meglio ex dottore) Duca Lamberti, radiato dall’albo per aver praticato l’eutanasia.
Leggere Scerbanenco in forma di romanzo è abbastanza strano: l’immediatezza degli ambienti e delle storie raccontate nelle 20 pagine del racconto devono giocoforza cedere il passo a una descrizione molto più dettagliata, a una costruzione più lenta e a dei tempi un po’ più dilatati. E’ un cambio forte, che confonde lo stile abituale, ma che non determina assolutamente un peggioramento della qualità della narrativa dell’autore russo-milanese.
E’ solo all’inizio che, non potendo partire in medias res come uso della casa, il racconto ci mette un po’ a ingranare rispetto ai soliti standard di Scerbanenco; ma dopo il ritmo sale e diventa veloce (anche per un romanzo ) e molto piacevole. Si arriva tranquillamente alla fine senza alcun problema.
Se il ritmo fatica all’inizio, la qualità della storia è fortunatamente sempre eccelsa; Scerbanenco è davvero il miglior autore di noir italiano, sicuramente del suo periodo e probabilmente di sempre, e per farlo non esita a sposare in pieno il noir, a disegnare a tinte scure storie dolorose, a raccontare ciò che è brutto e doloroso senza filtro, senza lieti fini forzati o fiabeschi (non dico di più per non spoilerare troppo).
Non sono fanatico delle serie lette di fila, quindi non ci tornerò subito, ma al momento giusto lo farò sicuramente.

Don Pep

Don Pep è una catena di hamburger e pizza lanciata di recente. Avevo visto le pubblicità in giro, delle affissioni mi pare, ma fino ad ora non avevo ancora avuto occasione di provarla. Grazie a una pausa pranzo itinerante, sono riuscito ad andare al ristorante del multisala Cinelandia di Cantù con un mio collega. E ovviamente non posso non raccontarvi come è andata.
Arriviamo, ordiniamo da un menù abbastanza ampio (circa 10 burger e un po’ di wrap, più le pizze) e ci viene dato il famoso buzzer ovvero una specie di disco volante che suona quando l’ordine è pronto.
I panini sono fatti a comanda, quindi è normale attendere come noi anche un quarto d’ora prima che il disco suoni e si possa andare al banco a ritirare il menù scelto.

Foto del panino.

Italia Burger, con patatine, salsa e birra.


Io ho preso un Italia Burger ovvero pane, hamburgher, pancetta e mozzarella; il mio collega ha invece preso un Luxury Burger con pane, hamburger, formaggio, salsa speciale, pancetta, insalata e pomodori. Entrambi gli hamburger erano molto buoni con il panino croccantefuori e morbido dentro, ben lievitato e la cottura dell’hamburger fatta veramente molto bene: ben grigliato fuori e rosa chiaro dentro, sugoso e saporito (e sicuro dal punto di vista igienico, deviazione professionale).
Anche le patatine e la salsa che le accompagna erano molto buone, evidentemente appena cotte.
Se consideriamo che il menu con hamburger, patatine, birra piccola e caffè è costato 8 euro e 90, i prezzi alla fine sono quasi concorrenziali con McDonald’s; da loro avrei comunque speso 7 euro e 50 o 8. La qualità però è decisamente superiore e, se riuscite a trovare uno dei purtroppo ancora pochi ristoranti, è sicuramente un posto dove mangiare un ottimo hamburgher in tutte le occasioni.

All’ultimo stadio – La musica dei numeri

Recensione veloce per un’accoppiata di due libretti da meno di 100 pagine, di quelli che si leggono in una due sere.


Il primo , scritto da Diego Tarì ed edito da informAnt, è un breve ma molto interessante saggio stadi di calcio ed economia. E’ un argomento di cui si parla molto ed è la nuova moda del calcio italiano (vedi anche questo articolo su “l’Ultimo uomo”). “Costruire lo stadio” è in fatti il grido di molti presidenti. Questo libro compie un’indagine precisa ed efficace su come si fa a costruire uno stadio, su quanto costa, su quanto rende, su quanto tempo serve per rientrare e, purtroppo, anche quali sono le aree dove si provano a fare le cose “all’italiana”. Il confronto tra i tre esempi esteri (Emirates Stadium, Amsterdam Arena e Allianz Stadium) e le proposte per i nostri stadi (sviluppate con rigore con un modello economico ad hoc) sono impietose. Come impietoso è il giudizio sulle “compensazioni”, parola dietro cui si nasconde spesso il vero obiettivo di chi vuole costruire stadi. In sostanza, come ricompensa per aver investito in capitale (lo stadio) per una propria società (la squadra di calcio), gli enti locali dovrebbero, secondo alcuni, concedere una compensazione al presidente, ovvero il diritto a costruire degli edifici residenziali fuori piano regolatore.
Non cambieremo mai. Purtroppo.
Lettura comunque molto apprezzabile, a prezzo politico (3 euro).

L’altro libro invece è “La musica dei numeri”, un altro titolo della collana 40k Unofficial, di cui avevo già letto “La matematica dei Pink Floyd”.
Niente, io e questa collana non ci prendiamo. Anche in questo caso ho comprato il libro convinto che parlasse del rapporot tra matematica e musica (convinto anche dal testo introudttivo su Amazon) e mi sono invece trovato immerso in un bucolico raccontino sulla scoperta delle terne pitagoriche nella Grecia antica. Di musica, e di matematica in generale, proprio uno sbuffo. Forse sono io che mi aspetto dei mini saggi quando invece questi libri sono racconti, per me peraltro abbastanza sconclusionati, in salsa matematica.
A me non è piaciuto.

Dimentica il mio nome


Per una volta faccio una recensione praticamente in tempo reale: il nuovo fumetto di Zerocalcare è infatti uscito giovedì 16 e, grazie all’ottimo servizio di preordine di Amazon, me lo sono trovato subito sul lettore. Perché l’ho prenotato? Perché penso che Zerocalcare sia un ottimo autore, a prescindere dal mezzo che usa per comunicare.
Non sono infatti un grande appassionato di fumetti: seguo giusto qualche strip su internet (vedi xkcd di cui ho parlato qualche giorno fa) e di cartaceo ho letto solo gli obbligatori V for Vendetta e Watchmen (a parte i Cavalieri dello Zodiaco alla metà degli anni ’90).
Questo libro è il quinto di Zerocalcare e secondo me il più compiuto, quello scritto meglio.
L’universo in cui si svolge la storia è il suo solito universo, creato nelle strip e negli altri libri. Ci sono quindi molti dei personaggi abituali, conoscerli serve, anche perché giocano nella trama un ruolo fondamentale: il cuore del libro gira proprio intorno alla storia della famiglia di Zerocalcare. Non entro nei dettagli della trama ma ancora una volta, come nella Profezia dell’Armadillo, l’autore affronta molto bene i temi della vita dei trentenni e il confronto con i “grandi eventi” della vita. A fine libro vi verrà sicuramente un po’ di magone e voglia di fare delle telefonate/visite/dedicare pensieri.
E questo lo fa con il suo solito stile piacevolmente indiepop, che viaggia sempre tra cultura di massa e alternativa, pieno di riferimenti agli anni ’90, sia a livello narrativo sia a livello grafico. Un paio di tavole di questo libro sono talmente piene di oggetti e simboli da sembrare due tavole di Jacovitti per la densità e la ricchezza. Alcune altre invece sono di una bellezza semplicissima ed evocativa.
Non è un libro perfetto, forse il finale poteva essere svolto un po’ più in lungo, succedono troppe cose nelle ultime 50 pagine (il fumetto è lungo in tutto circa 150) e per far apprezzare meglio la storia sarebbe stato fosse possibile tenere un passo un po’ più lento.
Inoltre, anche qui senza fare spoiler, il giudizio sulle volpi è abbastanza assolutorio, di sicuro è una presa di posizione forte, tipica dell’autore romano e potrebbe lasciare qualcuno scontento. Ma stiamo sempre parlando di un autore nelle cui strisce abbonda la sigla ACAB, quindi si sa cosa si compra.
In conclusione un libro consigliato da un autore che sicuramente rappresenta per temi e tono di voce la mia generazione, che la racconta usando un medium diverso dal solito cantante/scrittore e che merita a pieno il successo che sta avendo.