Kobane calling

Leggetelo e basta.

No, seriamente: leggetelo, non scherzo. Siamo dalle parti di “libro più bello degli ultimi 3 anni” o “se devi leggere un libro quest’anno, leggi questo”. Ed è pure un fumetto da 200 e rotte tavole, non ci sono scuse, si legge in qualche ora. Su, qui c’è il link a Amazon: Kobane Calling.

Fumetto che raccolgie i racconti e le riflessioni di 2 viaggi in Siria/Turchia/Iraq; le zone dell’Isis, del famoso Stato Islamico. A differenza id altri, ZC ha alzato il culo e l’ha portato la, per vedere dal vero come vanno le cose, per confrontare la realtà vista dai suoi occhi e le sue idee. E lo fa in una maniera splendida, la sua, mischiando battute gergali e riflessioni geopolitiche, riferimenti anni ’90 e storie di profughi che fanno torcere le budella.

Si va ben oltre la questione dello Zerocalcare autore generazionale, si va oltre il “il fumetto è il nuovo romanzo”: qui c’è una storia, ci sono valori, ci sono spiegazioni, ci sono opinioni ben chiare e ben spiegate. È una Narrazione con la lettera maiuscola, una di quelle cose che segnano, arricchiscono, fanno pensare.

Come in altre cose di Zerocalcare (in particolare quelle più narrative, con un respiro maggiore delle strisce del blog) c’è anche (e ne avevamo già parlato per Dimentica il mio nome) un punto di vista, certo, chiaro e definito, messo in mezzo senza nasconderlo o volerlo adattare al gusto della maggioranza.
E proprio per le sue qualità narrative si può apprezzare pur senza condividerlo al 100%. La qualità e la chiarezza delle opinioni sono da apprezzare e bisogna dare atto a ZC che non fa MAI un passo per accontentare più pubblico possibile. È una coerenza che in un autore ammiro tantissimo.
Con questo voglio dire che ZC non dà mai per scontato che stia presentando “i fatti”, non si pone mai “in assoluto”, per nessuno degli aspetti, in alcuni casi sacrosanti, che descrive.

Al di là delle opinioni, comunque, dopo averlo letto capirete 1000 volte meglio un sacco di cose relative a Siria, Islam, Isis.

Davvero, libro consigliatissimo.

Le molte feritoie della notte

Preso in offerta del giorno su Amazon, “Le molte feritoie della notte” è una raccolta di lunghi articoli su alcuni aspetti di Fabrizio De André. È un testo molto “cartaceo”, che raccoglie e mette in fila pezzi di interviste, di altri testi e di documenti inediti, provenienti dal fondo di scritti di De André presso l’università di Siena. L’obiettivo è approfondire alcuni aspetti meno battuti dell’opera di De Andrè.

È un testo scritto da appassionati per appassionati, c’è pochissima biografia e molta analisi; ho scoperto diversi fatterelli nuovi e letto analisi interessanti, decisamente non banali. Non ci troverete il solito elogio dell’anarchico che si legge in altre situazioni, ma cose come un passaggio sulla vicinanza concettuale con Papa Francesco, ad esempio, che è molto bello e profondo; oppure anche la sezione iniziale sulla “Scuola Genovese” o meglio sulla sua “non esistenza”.
Pur non essendo completamente un novellino sul tema De André, mi sono invece perso, purtroppo, in alcuni passaggi dove anche a me mancavano dei riferimenti e delle conoscenze, sia fattuali che concettuali.

È sicuramente un libro scritto con molta competenza e passione, ma richiede di conoscere già tante cose per essere apprezzato. Se non siete cultori della materia, lasciate perdere (o iniziate da testi più facili).

Crashlands

Crashlands è un videogioco da PC portato su cellulare; è un mix tra Diablo, Minecraft e un RPG giapponese. Funziona? Sì e no, ma questo non mi ha impedito di finirlo comunque e di dedicarci una 50ina di ore (in tre mesi, eh…) che sono comunque una cosa abbastanza peculiare per un gioco mobile (e pure per le mie abitudini videoludiche dell’ultimo periodo).

Ne ho sentito parlare grazie a /r/androidgaming, subreddit dove spesso vengono discussi giochi molto validi ma che non hanno la promozione di un Clash of Clans o Pokemon Go. Incuriosito dalla descrizione, ho pagato i 5.59€ del prezzo d’acquisto su Google Play e ho iniziato a giocarci.

Trama simpatica ma abbastanza banale (si è un corriere spaziale a cui viene abbattuta la navetta, si precipita su un pianeta alieno e sopratutto si perdono i pacchi da consegnare), tono ironico ma un po’ troppo verboso (certi dialoghi sono veramente luuuuuunghi), il gioco richiede sostanzialmente di fare 2 cose:
– raccogliere degli oggetti, prendendoli dall’ambiente o ottenendoli picchiando dei nemici
– combinarli per farci degli oggetti (armi, gadget, mobili) su un tavolo da lavoro
A un certo punto si potrà costruire un nuovo tavolo da lavoro, che richiede pezzi nuovi per fare oggetti migliori.

Iterate per 15 volte e avrete il gioco. Suona noioso? Purtroppo lo è. Però dall’altra parte permette anche di avere una netta e continua sensazione di progresso, che spinge sempre a vedere “cosa c’è al prossimo tavolo” che tiene attaccati discretamente al tablet/cellulare.
Chi è più attento alle meccaniche come me punterà subito a costruire le armi più potenti, ma c’è anche la possibilità, per i più minecraftiani, di costruirsi pavimenti, muri e mobili e mettere assieme delle vere e proprie “basi” come nel gioco di Mojang. Peccato che qui, a differenza dell’altro titolo, siano puramente cosmetiche e non abbiano impatto sul gioco.
La parte di hack’n’slash è fatta bene: ci son le armi, ci son le armature, ci son le bombe, ci sono i pattern dei mostri da imparare; non gli si può dire nulla.

Ogni 5 tavoli costruiti, il gioco “si sposta” in un nuovo scenario; purtroppo anche qui la meccanica “raccogli/costruisci” rimane la stessa.
Paradossalmente , guardando indietro, la troppa varietà e libertà data all’inizio diventa uno dei punti deboli del gioco: dopo 30 minuti si son già svelate tutte le meccaniche, si continua ad andare avanti dicendo “ma ora ci sarà qualche novità…” e lo si smette di dire solo all’endgame, poco prima della battaglia con il mostro finale, quando si capisce che no, novità non ce ne sono.
Bastava introdurre gradualmente ad esempio i pet (nemici addomesticati che aiutano a combattere) o alcuni aspetti di costruzione per dare maggiore varietà.
Ed è un peccato perché per realizzazione e aspetto visivo il gioco è veramente molto molto bello, enormemente più curato e “finito” del classico gioco da cellulare. Sarebbe stato quasi meglio finirla al secondo mondo, perchè la frustrazione e la noia del terzo uno se le porta dietro fino al mostro finale.

Costicchia, lo consiglio solo agli appassionati del genere.

I cechi non osano sedersi in tram

Nel 2013, via Radio Popolare, avevo sentito parlare di “101 motivi per non vivere in Giappone” e del suo autore, Mattia Butta. Comprai il libro su Kindle, lo lessi, con discreto gradimento. Qualche mese fa, per altre vie (un articolo condiviso o qualcosa del genere) mi sono ritrovato a sottoscrivere il feed del suo blog e poi, curiosandoci, a scoprire che di libro ne aveva scritto un altro, in precedenza, sempre sul tema “italiani all’estero” ma legato questa volta alla sua esperienza a Praga. E quindi me lo sono scaricato.

In Repubblica Ceca non ci sono mai stato; o meglio, sono stato 4 giorni a Praga a fare il turista, e quindi non posso sapere niente della vita locale. Ma dalla lettura del libro, beh, posso dire che è un paese che mi piacerebbe molto, così come mi piace la mentalità della gente che lo abita. Emerge dai capitoli del libro, che affrontano ciascuno un aspetto diverso della vita quotidiana, uno stile di vita molto quieto, senza lazzi, un popolo lineare, diretto, che rispetta le regole e che non ha bisogno di infrangerle per sentirsi realizzato. Ma si comprende anche come questa tranquillità sia solo uno stile, e che anzi quando c’è da fare, i cechi fanno e sono attivi e diretti all’obiettivo.
Certo, alcuni aspetti mi terrorizzano (ballo, chi ha detto ballo ?!) ma molti altri non lo fanno per nulla, questo concentrarsi sulla sostanza, anche a scapito della forma, è un aspetto molto piacevole e interessante.

Lo stile è scorrevole e piacevole, molto colloquiale; rispetto al libro sul Giappone si punta meno alla stranezza, sia perché tutto sommato i cechi sono Europei, e quindi una base comune c’è, sia perché il libro è costruito meno sul metterle in evidenza queste differenze. Da frequentatore del blog ho poi imparato ad apprezzare lo stile di Mattia: anche quando scrive qualcosa con cui non si è d’accordo (e succede), lo stile e il modo di esporre sono sempre chiari; è sempre possibile fissarsi sul fatto e mai sulla forma con sui sono dette le cose. E per me è un pregio.

Il libro si scarica dalla pagina dedicata sul sito, dove ora c’è anche quello sul Giappone (non si compra più da Amazon ma da un altro servizio).

L’armata dei Sonnambuli

Che bel romanzo storico! Scritto con mestiere (è comunque una delle specialità della casa), narra un intreccio perfetto ambientato nella Rivoluzione Francese: storie all’inizio slegate, storie all’inizio ininfluenti, storie all’inizio quasi dissonanti (il lavoro iniziale sui linguaggi è splendido). Ovviamente poi, dopo un lungo sviluppo, confluiranno insieme. In parallelo si dipanano le vicende della Rivoluzione Francese. Come già in Q, il collettivo Wu Ming ha sempre la capacità di “aprire le crepe” del periodo storico, raccontandoli con un taglio mai pesante ma che mette in luce non solo i meri eventi, ma anche i movimenti e i cambiamenti che ci stanno sotto. Non c’è mai una nozione o una data da mandare a memoria, ma ho imparato e capito la Rivoluzione e quello che ne è seguito piú qui che non sui banchi di scuola. C’è qualche passaggio un po’troppo arcano, ma niente che una veloce lettura del profilo del personaggio coinvolto su Wikipedia non possa sanare.

E poi qui e la, certe dinamiche, certi personaggi, certi passaggi, certi episodi, non potranno non richiamare certi passaggi dell’oggi, del rapporto tra piazza e potere, del concetto di Rivoluzione e di controrivoluzione. Come già in Altai, e come in tutta l’opera narrativa di Wu Ming, i livelli di lettura sono molteplici.

È insomma un ottimo romanzo, che svolge benissimo sia la funzione “narrativa” dell’intreccio che “descrittiva” del periodo storico. Bisogna solo avere un po’ di fiducia all’inizio, perché di certo non si parte in media res (o meglio, si parte sì, ma voi non lo sapete ancora).

Come per tutti i libri di Wu Ming, è in copyleft ed è liberamente scaricabile dal loro sito (ricordate però che copyleft non preclude comunque un contributo 😉 ).

Mi è dispiaciuto dover aspettare (la circolazione elettronica inizia un anno dopo la stampa) ma i libri di carta non ho proprio più lo spazio dove metterli…

McCharolais

McDonald’s prosegue il trend delle carni dal mondo, dopo lo scorso McAngus, andando questa volta in Francia per proporre il McCharolais, caratterizzato appunto dalla carne della nota razza bovina transalpina.

Foto Panino McCharolais
Con patatina finissima per scala

Il panino è servito nel formato “rettangolare” ed è di discrete dimensioni, più grande quindi dei normali panini speciali.
È così costituito, partendo dal fondo:
– Pane, del tipo “finto normale” con farinetta sopra
– bacon, poco affumicato ma croccante
– polpetta di carne, abbondante, abbastanza alta e molto umida
– formaggio, abbondante, probabilmente con una quota di Gruviera o simili.
– pomodoro a fette (fresco, buono, si vede che è di stagione)
– salsa (c’era della senape, ma abbastanza indistinta)
– pane (farinetta anche qui)

Come è? Buono, ma non eccelso. Si ispira a sua maestà il Crispy McBacon, ma il pomodoro e l’abbondanza di ingredienti ne ammazzano la crispytudine, facendogli perdere la sua principale caratteristica. La carne e l’abbinamento è comunque molto buono, non arriverete di certo alla fine tristi.

Abbinato con patatine Finissime e birretta, costa 9 onesti euro.
Un momento di silenzio invece per la fine della promozione delle carte contactless: ora quando si paga al totem con una carta C-Less non viene più regalato il Sundae.

McAngus Bacon

Contraltare all’ultimo post sull’hamburgher di Eataly, è arrivato in questi giorni il McAngus Bacon da McDonald’s. E io sono andato a provarlo.

McAngus Bacon
McAngus Bacon

Il contrappunto a cui accennavo è che, anche in un panino come questo, che prende il nome dal tipo di carne utilizzato, il fuoco non è solo sulla carne, o meglio, non lo è come da Eataly.
E questa distanza, ancora una volta, non è un bene o un male, ma è una scelta: qui anche un’ottima carne come quella di questo burger deve “lavorare” insieme agli altri ingredienti, alle salse, alla pancetta.

Gli ingredienti sono pane classico da hamburgher, polpetta di carne di Angus (abbondante, discretamente grassa, saporita), insalata, formaggio, pomodoro, pancetta e salsa barbecue.
La pancetta in particolare è molta (più che nel Crispy McBacon) e si fa sentire, aumentando il gusto del panino che è decisamente ricco e vario; l’ennesimo buon panino speciale in edizione limitata di McDonald’s.

Abbinato con le nuove patatine sottili, più croccanti delle normali, e a una Moretti; il classico Sundae, omaggio per chi paga con carta contactless, è stato sostituito con un Donut, causa problemi alla macchina del gelato.
Ottimo prezzo, 9 onestissimi euro.

Hamburger da Eataly

Eataly Milano non è lontano dall’ufficio e un giorno, volendo fare due passi in più per cambiare rispetto ai soliti posti, all’ora di pranzo ci sono passato davanti . “Perché no?” mi son detto e sono entrato.

Mi era già capitato di farci un giro, ma mai di mangiare lì dentro (a differenza di quanto feci a Torino nel 2008).

La prima volta ho mangiato un ottimo polpo alla piastra; buttando l’occhio nei piatti però vidi che anche gli hamburgher erano molto interessanti e mi dissi “la prossima volta sarà quello”. E così, alla prima occasione, l’ho assaggiato e eccomi qui a raccontarlo.

Il panino è questo:

image

L’altisonante nome di “Il giotto nel piatto” è un ottimo hamburgher di piemontese de “LaGranda”, servito in maniera molto semplice: pomodoro, insalata, mozzarella e pane ai semi. Niente salse, side di patate.

Come è? Sbarriamo subito il campo, è diverso da McDonald’s: non meglio, non peggio, proprio diverso. Il centro del panino qui è evidentemente la carne, abbondante, gustosa, ben cotta. Il resto, mozzarella compresa, è contorno, supporto, coro: si deve intuire la presenza, deve fare ciò che deve fare, ma guai a farsi notare. Anche la porzione, sebbene dalla foto possa sembrare piccola, è più che sufficiente: la carne e pochi orpelli.

Ed è un panino che funziona: la mancanza di salsa spinge a fare morsi piccoli, per non ingozzarsi, che fanno gustare meglio la carne. È un circolo virtuoso: più si sente il gusto, più si mangia piano. È inoltre un panino onesto: non ci sono sorprese, il gusto all’inizio è lo stesso della fine, non ci sono ingredienti extra da scoprire.
Un hamburgher genuino, sincero, schietto, con la carne al centro. I curiosi del sapore nuovo, del topping, del gusto extra saranno delusi, ma non sono il target del panino.

Segnalazione per le ottime patatine di contorno. Hamburgher, patatine e Pilsner Urquell da 0,3 (e coperto, con ottimo, ulteriore pane) a 14,50 euro. Come in tutte le cose di Eataly, è un po’ più di quelloc he ci si aspetterebbe, ma ci sta.