Piaceri in piazza Gourmand

Ammazza che porcata.
Finalmente posso sfogarmi su un libro che non mi è piaciuto. Daniel Pennac scrisse diversi anni fa un decalogo dei diritti del lettore: tra questi l’autore francese mette il diritto di piantar lì di leggere un libro. Di solito io di questo diritto non mi avvalgo, perché credo che qualsiasi libro brutto possa a un certo punto redimersi; non me ne sono avvalso neanche stavolta, anche se la tentazione non è mai stata così forte. E arrivato alla fine ho detto: “Stavolta avrei dovuto”.
“Piaceri in piazza Gourmand” è un libro completamente sconclusionato in cui si fa una sorta di racconto corale con una dozzina di protagonisti ma si finisce per fare semplicemente degli insignificanti quadretti, con prosa pesante come un tiramisù fatto con le uova andate a male, con sopra un cetriolo rappresentato dalle 40 pagine di spiegazione culinaria dei singoli capitoli che sta alla fine.
Il progetto in sé è anche interessante: l’idea di un incrocio tra un romanzo e contenuti culinari era anche gradevole all’inizio, soprattutto in un paio di capitoli come quello in cui si parla del barbone Pierre. C’è anche un barlume di inventiva e creatività ma tutto questo naufraga in una serie di eventi sconclusionati e prevedibili, scritti male, macchiati da una serie di citazioni culinarie che sono lì perché devono; potremmo tranquillamente togliere tutti i riferimenti culinari e il significato del libro cambierebbe praticamente di nulla.
Sui personaggi è meglio stendere un velo pietoso: a parte l’eccezione già citata, tutto il resto si muove come nei peggiori stereotipi. Donne giovani indecise, uomini adulti che decidono di cambiare la propria vita mettendosi con donne giovani, ricchi che fanno gli stronzi, vecchie che rimpiangono i tempi passati: onestamente la fiera del personaggio scontato.
Però l’ho finito lo stesso perché sono una testa dura e come ho detto più volte mi è successo di arrivare a tre quarti di un libro dicendo “oh che schifo” e scoprire invece che nell’ultimo quarto si salvala la situazione.
Qui invece NO.

Alcune cose su… Macugnaga

Reduce da una decina di giorni nella ridente Macugnaga, scampato abbastanza al tempo infame di questo Agosto, butto giù qualche cosa che ho imparato in queste prime vacanze in tre ;)

  • A Macugnaga, ad Agosto, bel tempo o no si dorme con la coperta. I mille e quattro e la valle stretta si sentono tutti. Anche se di giorno si sta in maglietta, la sera scende il freschino. Maglione obbligatorio e coperta molto apprezzata.
  • Se si vuole un po’ di movimento, la frazione di Staffa è la migliore, giusto equilibrio tra isolamento montano e comodità cittadina. Ci sono 3-4 bar, 2 negozi di alimentari, il panettiere e il macellaio. Soprattutto per chi sceglie il residence, è meglio avere i servizi a portata di camminata. Le altre frazioni sono ancora più motagnine, tipiche quanto volete, ma a volte può essere un filo scomodo camminare 20 minuti (o dover prendere l’auto) per far la spesa.
  • Abbiamo soggiornato con estrema soddisfazione al “Cima Jazzi”, su cui trovate più dettagli nella mia recensione su TripAdvisor
  • L’offerta di ristoranti è molto buona: sia al Flizzi che al Dufour ho mangiato bene, in stile tipico
  • Da non perdere l’aperitivo al centro sportivo di Pecetto: la terrazza con vista sul Rosa è spettacolare, lo spritz buono e gli stuzzichini eccellenti.
  • Camminate da fare ce ne sono tante, sia per famiglie che per camminatori esperti: sia l’alpe Burky che il lago delle Fate sono facilissime e accessibili a tutti, compresi i padri con le figlie in spalla ;)

Poi sono state vacanze tranquille, in cui ho anche avuto molto tempo per leggere: nei prossimi giorni si riprende con le recensioni :)

Pocket league story

Pocket League Story è un gioco di Kairosoft per Android. Kairosoft è una piccola società giapponese che agli albori di Android (2009-2010 circa) se ne uscì con un piccolo gioco chiamato Game Dev Story ovvero la storia di una piccola software house che sviluppava videogiochi.
Grafica 8 bit, tema abbastanza poco esplorato, un po’ di ironia, meccanica molto addictive: una specie di piccolo gestionale che, nel panorama abbastanza scarso di giochi del periodo dei primi Android, ebbe un grande successo.
E’ stato forse il primo gioco che ho comprato sull’Htc Magic.
Da lì l’azienda giapponese iniziò ad adattare quel modello di gioco ai contesti più vari: simulatori di hotel, di terme, di centri commerciali, di formula uno.
E non poteva mancare il calcio, argomento di questo post. Il gioco non è recente, considerate che è già disponibile un seguito. Se non sbaglio Pocket league Story è del 2012 ma a due anni abbondanti da lancio conserva tutta la sua bellezza e la sua giocabilità: partirete dalle serie più basse del campionato del quartiere e giocando partite e spendendo soldi in giocatori e strutture potete arrivare su su fino a giocare la Lega con le squadre degli alieni. Ovviamente stiamo parlando di un gioco Kairosoft quindi c’è tanta ironia e tante situazioni divertenti e strane. Non stiamo parlando di un PcCalcio o Championship Manager, cioè di una simulazione calcistica classica, però i rudimenti ci sono e l’approccio di Kairosoft si rivela molto adatto al mobile.
Si parti quindi con giocatori di basso livello, che si possono allenare o sostituire con giocatori migliori poi pian piano appena si inizia a espandere lo stadio e creare alcun attrazioni/servizi che generano utili ed ulteriori punti da investire per migliorare i giocatori. Ci si fa così strada nelle varie coppe e campionati.
Il gioco è molto facile da giocare su cellulare, bottoni chiari e cicli allenamento partita divisi in bocconi da 4-5 minuti, facili da giocare in coda. Ma quando sarete alle coppe più avanzate sarà facile anche giocare 4-5 partite di fila, perché il gioco prende.
Il gioco si paga all’inizio e poi niente più tediosi acquisti per energia o livelli (cosa che purtroppo è stata messa nel seguito).
Altra cosa interessante di Pocket League Story è che si vede come il feeling Kairosoft viene nutrito e accresciuto: molti personaggi ad esempio sono sempre presenti (King Ackbar, lo scimpanzè, l’orso, i Kairo ovvero i robottini gialli).
Da prendere assolutamente a questo link, a meno che non odiate il calcio o Kairosoft.

Milano calibro 9

Giorgio Scerbanenco è il più grande autore di noir Italiano di sempre. Fine. Questa affermazione non si discute, non è negoziabile. E’ così. Capirete quindi che ci potrebbe essere un piccolo bias nelle mie opinioni :).
“Milano calibro 9″ è una raccolta di suoi racconti usciti dagli anni ’50 e ’60 su varie riviste ed è spettacolare. Lo stile, le trame, il modo di raccontare, la splendida ambientazione in una Milano dell’altro ieri dettagliata e credibile, la possibilità di riconoscersi nei luoghi e nelle zone raccontate danno un mix fantastico. La cosa particolare e che rende veramente noir i racconti di Scerbanenco è che non c’è speranza, non c’è lieto fine. Le storie hanno sempre il finale giusto; se qualcuno deve morire, muore; se qualcuno ha sbagliato, paga. E questo è un grosso cambiamento rispetto anche a tanti altri noir dove alla fine si salvano tutti, dove ci deve comunque essere il lieto fine.
Scerbanenco è uno che ci va giù duro. E questo porta i suoi racconti su un altro livello
Il libro l’ho letteralmente mangiato durante una settimana di vacanze, è durato pochi giorni; questi racconti sono come le ciliegie, uno tira l’altro.
Assolutamente consigliato.

Matrimonio medievale


La Storia, quella con la S maiuscola, mi piace. Ho sempre desiderato capirne di più e approfondire, in quanto soprattutto alle superiori ci è stata (fortunatamente) insegnata in maniera abbastanza particolare. La nostra prof ci faceva tralasciare le date e si focalizzava parecchio sui fatti e le relazioni tra di loro.
Per me che faccio fatica a ricordarmi il mio numero di telefono, questo mi ha evitato la fase di odio “non mi ricorderò mai l’anno della Battaglia di Stocazzo” e invece mi ha fatto vedere e capire quali sono i lenti processi che determinano il divenire della storia; mi ha fatto capire che non sono importanti la singola battaglia, il singolo evento politico, la singola riunione o il singolo Concilio, ma le relazioni che ci sono tra di loro, i temi comuni, le continuità. Una visione della storia come materia da interpretare più che da apprendere sequenzialmente.
Mi è rimasta anche una fascinazione verso molti nomi di storici che avevo sentito nominare e di cui poi pian piano nel tempo ho approfondito la conoscenza.
Un giorno compare nelle solite offerte di Amazon questo “Matrimonio medievale” di George Duby, proprio uno di quegli storici molto famosi per cui la mia professoressa delle superiori andava matta.
Il tema è anche abbastanza interessante e particolare perché il matrimonio, le relazioni e la famiglia nel Medioevo avevano un ruolo ancora più importante a oggi.
La prima parte del libro è molto ricca e informativa: la famiglia nel Medioevo era è il centro fondante di tutta la società sia per le famiglie nobili che per le famiglie popolane. Il piglio delle prime 20-30 pagine è eccellente, con i problemi di mantenimento del patrimonio, di consanguineità e di divisione tra visione del nobile e visione del clero enunciati chiaramente.
Però, c’è che nelle pagine successive Duby fa l’operazione corretta dal punto di vista scientifico ma letale per l’intento divulgativo: Duby poi legge e commenta documenti.
Ovvero passa da una visione globale, che rende molto chiaro il discorso, a una dettagliata analisi di 2 – 3 documenti dell’ epoca.
E qui casca l’asino: tanto la parte discorsiva è piacevole e interessante, tanto l’analisi dei documenti è noiosa.
Attenzione, sicuramente è necessaria, ma non può essere interessante per chi non è addetto ai lavori.
E’ il classico problema di chi si trova a dover/voler fare un po’ di divulgazione: quando un po’ di dettaglio è troppo dettaglio?
Io non metto assolutamente in dubbio che Duby sia uno dei migliori storici del ’900 e che abbia fatto un lavoro egregio, devo solo ammettere che probabilmente questo non è un testo completamente divulgativo, una sua parte è sicuramente destinata agli esperti del settore e quindi una certa tecnicità è richiesta.
Dispiace solo che a fronte delle prime 20 pagine, così piacevoli e leggibili, assolutamente da cosigliare, si rimanga poi con l’amaro in bocca nelle successive 150; magari con un filo di spiegazione in più del perchè un documento viene affrontato in un certo modo, oppure illustrando meglio quali sono gli strumenti dello storico e come li ha usati per leggere i documenti.

Theros

Ho iniziato a giocare a Magic: the Gathering sostanzialmente appena è stato lanciato in Italia, nel 1995. Ho giocato (principalmente a scuola, prima, durante e dopo le lezioni) per qualche anno circa fino al 1997 e poi mi sono fermato. Altre cose per la testa.
Ho ripreso nel 2008 e mi sono fermato nel 2014, un mesetto fa.
Soprattutto nel secondo periodo il gioco mi ha veramente preso tanto, è diventato il mio hobby principe.
Vuol dire leggere tutti i giorni le notizie sul sito internet, studiare i nuovi set che escono ogni tre mesi circa, seguire i tornei, i giocatori e i tipi di mazzi che giocano e negli ultimi 2 anni comprare anche i micro ebook che facevano uscire per spiegare la storia dei set.
Ne scrivo quindi con la scusa che ho appena finito di leggere la seconda parte del romanzo di quest’anno, Theros, fanservice e niente di più, ovvero racconti che servono a chi già segue Magic a seguirlo ancora di più.
Ma questa attività prettamente commerciale è fatta molto bene: le trame sono sempre interessanti e gli ebook sono scritti bene; escono solo in inglese, ma è un inglese semplice e non è un problema, anzi è un ulteriore scusa per leggerli (“Così alleno l’inglese”).
La cosa che mi ha colpito del romanzo di quest’anno è stata che diversamente dal solito si distaccano parecchio da quello che viene raccontato tramite le carte; nell’anno passato e, mi dicono, anche sui romanzi su carta di qualche anno fa la “trama” inventata per i set era seguita pedissequamente nei romanzi, rendendone inutile la lettura dopo l’uscita del set, tanto si sapeva già come andava a finire.
La mia decisione di smettere di giocare a Magic è abbastanza recente e legata a un semplicissimo motivo: qualsiasi gioco che prevede la competizione come modalità principale è una cosa che richiede tempo, tanto tempo.
Siccome nel bene e nel male si gioca comunque per vincere o comunque per fare “bella figura” serve conoscere le carte, conoscere le loro interazione, conoscere i diversi tipi di mazzo. E fare pratica, tanta pratica, in modo che alcune “reazioni” diventino automatiche.
Non nego che il gioco abbia dei benefici, come tutti i giochi strategici allena la mente in maniera molto efficace, insegna a pianificare ora cose che poi farai tra due tre turni, permette di allenarsi a fare scenari e a valutare come reagire.
Ma per farlo, bisogna conoscere a menadito troppe cose, il feed degli articoli, il Twitter del giocatore Pro, il video del torneo, il tumblr con le nuove carte. E siccome io le cose o le faccio bene o non le faccio (grazie Yoda per avermi rovinato, sgrunt), ho deciso “basta”.
E quindi ora sono in modalità cold turkey, disiscritto da tutto per non far tornare quella voglia.
Ma è stato bello. E anche scriverne mi aiuta a sfogare :P

The Room Two

“The Room Two” è un gioco per Android che ho recuperato grazie a Humble Bundle, di cui vi ho già parlato. Questo gioco è una piccola avventura ad enigmi: se vi ricordate i giochi tipo Myst o The 7th Guest che andavano di moda all’inizio degli anni ’90, avete capito come è fatto The Room Two.
E’ infatti la trasposizione in chiave touch di quel tipo di giochi: sostanzialmente dovremo risolvere una serie di piccoli enigmi quali combinare degli oggetti, schiacciare bottoni nella giusta sequenza, far combaciare con tessere scorrevoli e agire su dei meccanismi per “risolvere” e guadagnare l’uscita della stanza in cui ci troviamo. Ogni stanza un livello, totale 6 stanze.
Rispetto ai vecchi giochi basati su questa idea, l’interfaccia touch rende tutto molto semplice e molto intuitivo, rendendo il gioco discretamente piacevole e appassionante; gli enigmi sono frammentati, quindi si posson fare sia sessioni da pochi minuti che giocate più lunghe, sul divano.
La difficoltà non elevatissima (nel caso si rimanga bloccati c’è anche un sistema di aiuti interno) e la durata giusta (dura circa 5-6 ore) ne fanno un’ottimo gioco per tutti, sia casual gamer che appassionati, a condizione che vi piacciano gli enigmi.
Quasi sicuramente recupererò anche il prequel.

Lo potete trovare su Google Play a 2,69€.
Per dire, 7th Guest, al lancio, costava 120.000 lire. Sic transit.

I 23 giorni della città di Alba

Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944.

L’incipit de I 23 giorni della città di Alba è famosissimo. E tutto il libro merita di esserlo altrettanto. Dalla prima all’ultima riga di ogni racconto, Fenoglio fa la descrizione più viva, più antiretorica e più potente della Resistenza che si possa mettere su carta. Parla della guerra civile come solo se ne dovrebbe parlare: come una guerra che che ha messo contro gente che si conosceva: gente dello stesso paese, parenti, colleghi, amici, vicini di casa, buoni, cattivi, ladri e vittime.
La lettura manichea, a contorni netti, come se le parti in lotta venissero da due pianeti diversi, nel racconto di Fenoglio non c’è. C’è invece nelle sue parole, secondo me le migliori mai scritte sul tema, la semplice osservazione che la Resistenza era fatta di tantissime vicende umane, tantissimi dettagli, tantissimi squilibri. Il partigiano di Fenoglio non è perfetto, ma questa imperfezione dei singoli attori rende l’impresa ancora più memorabile, mitica. e Fenoglio non trascura mai il fatto che la Repubblica stessa fosse fatta di uomini; dice sì che stanno dalla parte sbagliata, ma non li giudica a priori, ma cerca di capire perchè siano finiti lì, cerca di mostrare le loro motivazioni.
E’ una narrazione tossica, nel senso che proprio narrando nel dettaglio come le cose non fossero perfette, come non fosse tutto bianco e nero (si veda ad esempio il racconto sul partigiano condannato per rapina) Fenoglio riesce a creare un vero effetto epico della Resistenza, una battaglia vinta da uomini comuni, con le loro forze e le loro debolezze, contro altri uomini, anche loro comuni.
Lo stile di Fenoglio si piega come una corda a questo fine, con pagine spettacolari, tanto forti quanto grezze e brute.
In alcuni passaggi la forza della scrittura è tale da far chiudere lo stomaco.

Un consigliatissimo capolavoro.

Little Inferno

Little Inferno è un gioco per Android che ho recuperato attraverso gli Humble Bundle. Ne avevo già parlato ma colgo l’occasione per ripetere che Humble Bundle è un’idea fantastica sono pacchetti da 6/7 giochi il cui prezzo viene fissato sostanzialmente dall’acquirente. Se lo volete sapere, sì, si può anche pagare 50 centesimi e avere comunque tutti i giochi. Il trucco è che pagando di più si riceve, dopo qualche giorno, il diritto a scaricare un piccolo extra bundle di 2 o 3 ulteriori giochi. Questo e il fatto che parte della quota va in beneficenza invogliano a dare qualcosa in più: se devo essere sincero difficilmente non ho mai pagato meno di 10 dollari, e qualcosa di più per alcuni bundle molto ricchi.
Ma al di là di questo oggi volevo parlarvi di questo piccolo gioco che si chiama Little Inferno. Definito in tre parole: simulazione di caminetto.
Il fatto che sto parlando di un gioco in cui sostanzialmente si brucia della roba dovrebbe farvi capire quali sono le motivazioni per giocarlo: fare felice il piccolo piromane in me, sopito dall’adolescenza.
Siamo davanti sicuramente a un gioco molto lontano dai canoni tradizionali. Cosa si fa in una simulazione di caminetto? Si sfogliano una serie di cataloghi tipo Vestro o Postalmarket; da qui si ordinano degli oggetti spendendo monete; si aspetta un po’, il postino consegna gli oggetti e voi li bruciate nel caminetto. Bruciandoli ottenete più monete di quelli spese, e potete ricominciare a ordinare cose sempre più costose e vedere cosa succede. Ogni oggetto ha un suo comportamento peculiare nel camino e quindi sperimentare miscele varie sarà un piacere.
Sembra stupido (e non nego, un po lo è), ma ci sono cose che aggiungono profondità.
C’è la parte puzzle game: c’è un elenco di “combo” di due oggetti, sorta di rebus al contrario in cui viene dato un titolo e si deve indovinare i 2 oggetti che lo risolvono. Bruciandoli insieme, la combo è risolta e si ottengono dei biglietti per accelerare le consegne.
C’è la parte “accumulo”: Si parte con un catalogo, i successivi si sbloccano pagando un tot di monete e avendo realizzato un tot di combo; si attiva così il demone dell’accumulo: “Se brucio altre tre bamboline, ho abbastanza soldi per sbloccare il catalogo delle cose da mangiare”.

Proseguendo con il gioco si scopre anche l’esistenza di una trama, assente nelle prime fasi, e che diventa importante sol verso la fine del gioco. Ma se volete considerarlo una sandbox fate pure, non è sbagliato.
Prodotto dalla stessa azienda che aveva prodotto World of Goo (lo stile difatti è simile), Little Inferno è un gioco veramente particolare. A me è piaciuto, ma non s se possa piacere a tutti.
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