Esperimenti

Quello qui sopra è il primo minuscolo frammento dell’ultima scimmia: la produzione di EDM.
Considerate che le mie conoscenze musicali si fermano alla terza media, ergo avevo idee molto vaghe di ritmo e accordi. E men che meno sapevo cosa fosse un sequencer.
Però grazie allo splendido caustic, disponibile sia in versione PC che Android che iOS, e ai tutorial di Attack Magazine son riuscito subito a creare piccoli frammenti ascoltabili.
E’ tutta roba di pancia per il momento, sto leggendo un po’ di cose di teoria musicale per capire quante cose non so. Al momento siamo a tante, e passeremo a breve a tantissime.
Vado molto a orecchio, però vedere subito un risultato del proprio lavoro, per quanto grezzo e misero, è fondamentale per me per andare avanti.
Quindi fin quando non passa la scimmia, facciamo anche questo, con il tablet, sul divano.

Edit di test

Olive Comprese

Andrea Vitali prova a raccontare un paese alla Giovannino Guareschi e ci riesce benissimo. Anche qui sono un parroco e di un sindaco, ma non sono così centrali in quanto la narrazione è molto più corale, con un sacco di personaggi. Ambientato durante l’era fascista, il romanzo, lungo un poderoso intreccio, segue le vicissitudini di un paese sul lago di Como, partendo da un’anziana morta e arrivando alla nascita di un bambino. Tutto questo non è centrale nel romanzo, ma è un ottimo pretesto per affrescare una serie di personaggi ricchissima, molto interessanti e molto divertenti. il libro scorre via in maniera piacevole, perché l’intreccio è costruito proprio per far dire “chissà cosa succede adesso”. Mentre lo leggevo, mi è successo proprio di trovarmi a dire “Ne leggo un altro capitolo” nonostante la tarda ora della Sera. La scrittura di Vitali è anch’essa a tono, leggera e scorrevole e permette di immergersi abbastanza bene in questa Italia della metà degli anni ’30, nei suoi usi e nei suoi stili, anche se Guareschi certe parole e certi temi non li avrebbe mai frequentati.
E ora vedremo se anche gli altri libri del Vitali sono così.

Nietzsche

Friedrich Nietzsche è stato il primo grande troll della storia, padre di tutti gli attuali troll dell’Internet.
Non posso che trarre altra conclusione dalla piacevole lettura di questo secondo bigino di filosofia, parte della collana edita dal Corriere Della Sera come il già citato Kant.
Tra le altre cose, secondo me le opere del filosofo tedesco infatti contengono tutti i germi del pensiero tipico del troll:

  • la mia idea è migliore della tua
  • io sono inamovibile dalla mia idea, qualunque argomentazione userai
  • più tu proverai a usare argomenti logici e fattuali, più io trascinerò la discussione su argomenti a priori e soggettivi

Il cuore di questo ragionamento è nella Nascita della tragedia, sua prima opera, lì dove Nietsche descrive la divisione tra apollineo e dionisiaco, tra mondo della ragione e mondo del sentimento.
Qualsiasi critica a questo dualismo, qualsiasi proposta di superiorità di una delle due parti viene abbattuta a bordate di “le critiche logiche sono apollinee, indicano il tuo venerare la ragione” o “le critiche emotive sono dionisiache, devi usare anche la ragione”. Capite che non se ne esce, in quanto, a meno di affermare esattamente quello che afferma il filosofo, si ricadrà sempre in critiche “troppo logiche” o “troppo emotive”.
Insomma, non se ne esce, come da molti dibattiti politico-sociali attuali, dove la centralità dei fatti è stata sostituita dalla centralità delle fazioni e dell’appartenenza a esse.

La mia non è una critica alla filosofia di Nietzsche (non ho le basi per farlo e non può darmele un bigino), è solo un cogliere nei suoi aspetti qualcosa che me la fa sentire lontana, aliena.
Di certo a livello intellettuale è affascinante, nella sua difficoltà, e in questo è piacevole la conferma che questa piccola collana è un’ottima “scintilla intellettuale” per muovere i primi, timidi passi nella conoscenza del pensiero dei principali filosofi moderni, rispolverando nei meandri della mente le sopite conoscenze del liceo.

Piazza Fontana

Vito Bruschini, giornalista e autore televisivo, compie in questo libro un’operazione abbastanza particolare sulla storia di Piazza Fontana: cerca di trasformare gli eventi in storie.
Lo fa cambiando i nomi, lo fa riordinando la sequenza di alcuni eventi, lo fa creando un intreccio.
La sua operazione di dare un ordine al caos, alla serie di piste che vanno in ogni direzione è abbastanza ben riuscita, e l’autore è subito chiaro nel dire che la sua opera non è una ricostruzione storica precisa, ma è un tentativo parziale di ricostruire una narrazione da thriller sulla base dei materiali (documenti, interrogatori, intercettazioni, perizie) emerse durante i numerosi processi. Anche se la storia che compone l’autore non si discosta molto da quello che si è poi detto nelle sedi ufficiali, non è quindi un romanzo storico tradizionale.
Penso questo sia il primo libro dove si parla di Piazza Fontana e neanche una volta vengono citati Pinelli, Valpreda, Calabresi: e in un certo senso è positivo perché questo permette a Bruschini di focalizzarsi sul flusso degli eventi e non sulle persone. L’operazione è riuscita perché il libro fila decisamente, si legge bene e anche se, come si dovrebbe, si conoscono i fatti di Piazza Fontana, rileggerli in questo modo permette di mantenere interesse e tensione narrativa.
Ho già preso un altro suo libro su Vallanzasca, vi farò sapere.

Una posizione scomoda

Romanzo d’esordio di Francesco Muzzopappa, “Una posizione scomoda” è una molto gradevole storia di un successo lavorativo. Sono narrate le avventure di uno sceneggiatore di film, della sua vittoria in un premio importante e del suo dramma di non poterlo dire a nessuno.
Sì, perchè il protagonista è sì sceneggiatore, ma di film porno. E mai la sua famiglia capirebbe.
Uno spaccato comico e scorrevole di cosa vuol dire aver successo e non poterlo dire, scritto molto bene e già praticamente pronto a diventare un film, il libro in alcuni passagig è per dirla alla Guareschi “violentemente comico”; le situazioni che Muzzopappa crea sono molto divertenti e la risata è garantita.
Caso classico di “se non l’avessi trovato in offerta non l’avrei mai comprato” che invece mi ha conquistato.
E’ da poco uscito il suo secondo libro e non mancherò di acquistarlo, veramente complimenti all’autore (sperando che di questo lavoro non si vergogni).

Le finte bionde

Questo libretto è abbastanza strano. Uno inizia a leggerlo e vede una critica, abbastanza ironica ma realistica, di un certo tipo di società allo champagne, la società delle “Finte bionde”, che da appunto il titolo. Una società, o meglio un gruppo sociale, dove essere è molto meno importante che apparire, dove chi conosci è molto più importante di cosa conosci e via così. Per narrare questo gruppo, vengono raccontati una serie di aneddoti da far accapponare la pelle per ignoranza e gradasseria, che seppur ripetitivi sono scorrevoli. Anche il tono con cui sono raccontati questi aneddoti è molto distinto e fa ricorso a una serie di citazioni e alla conoscenza di personaggi della cultura e del cinema italiano.
Tutto questo potrebbe farlo sembrare una sorta di racconto snob del tipo “ma come siamo messi signora mia”; sarebbe un libro bruttarello e banale, ma tutto sommato niente di che.
Lo sconcerto vero sorge quando uno va a leggere chi è lo snob autore di questo libro: uno dei fratelli Vanzina ovvero qualcuno che negli anni la “finta bionda” ha contribuito a crearla e che ne fa tuttora il target di riferimento del proprio lavoro artistico.
Chiariamo subito, io non ho niente contro i fratelli Vanzina, anzi, apprezzo molti dei loro film (ma non ne faccio il mio programma di filosofia morale) ma mi ha colpito molto questa dicotomia tra cosa si pensa del proprio pubblico (così come scritto nel libro) e lo sforzo che si fa per ingraziarselo (sul grande schermo); mi sembra un po’ uno sputare nel piatto dove si è mangiato e si mangerà ancora, un’inutile offesa verso il proprio pubblico.
Dalla lettura, alla fine, uno si porta via una netta sensazione di vergogna, come se l’autore volesse dimostrare che quello che fa, invece che farlo perché gli viene bene e gli dà la pagnotta e chissenefrega dell’impegno sociale, lo faccia con una specie di secondo fine pedagogico-sociale, del tipo “io ti metto davanti ai tuoi errori e tu devi capire che sto parlando con te”.

Il pallonaro

Il Pallonaro racconta di un ragazzo omosessuale che deve nascondere questo aspetto nel suo ambiente di lavoro.
Una storia come tante? Direi di no, se il suo lavoro è fare il calciatore di serie A.
Si è molto discusso su come mai non ci sia ancora stato un calciatore italiano dichiaratamente gay. Molti dicono che è semplicemente perché gli omosessuali non giocano a calcio, altri sostengono che dichiarare una cosa di questo tipo creerebbe problemi problemi nello spogliatoio; questo romanzo invece avanza una terza e peculiare visione su questa tematica: sarebbero le società stesse a non volere una dichiarazione di questo tipo perché alienerebbe i tifosi, ma dall’altra parte le società sarebbero le prime a intervenire per permettere ai giocatori gay di vivere tranquillamente la propria vita, purché rimanga privata.
Il romanzo è quindi funzionale a dimostrare nei dettagli questa tesi: lo stile di scrittura, la costruzione dei personaggi, i dialoghi puntano tutti a dimostrare che l’omosessualità nel calcio c’è ma viene tenuta nascosta. In particolare alcune descrizioni, alcuni nomi e alcune sequenze di eventi suonano talmente reali da far subito pensare che ci sia una sorta di chiave dietro il romanzo, che esso non sia altro che la rinarrazione, con nomi e città cambiate, di alcune situazioni e fatti accaduti davvero
Pur inserito su un binario molto definito, è stata una lettura piacevole, scorrevole e che prova a sollevare un po’ di discussione su un tema non facile.

Monument valley

Ok, questo gioco mi ha impressionato. Monument Valley è quello che una volta si sarebbe definito una killer app, ovvero uno di quei giochi per cui valeva la pena comprare una console. Oggi fortunatamente è molto più facile avere in casa un dispositivo Android o iOS e quindi pochi di noi possono esimersi dall’acquistare questo capolavoro.
Monument Valley è sostanzialmente un puzzle game con delle meccaniche molto semplici: si tratta di interagire con l’ambiente per permettere al nostro personaggio di raggiungere un punto chiave del livello e raccogliere un oggetto.
Per liberare o creare la strada per arrivarci, potremo interagire con l’ambiente, trascinare piattaforme, tirare leve, girare pulegge. Si lavora anche con una serie di illusioni ottiche: spostare una piattaforma, anche su un piano diverso, spesso permette poi di attraversare comunque il valico. E’ difficile spiegare a parole questo tipo di interazione ma è molto facile comprenderla mosso il primo dito sullo schermo
A tutto questo si somma una realizzazione grafica e sonora che non esito a definire artistica nel migliore dei sensi possibili: ogni pixel, ogni nota sono lì perché devono essere lì. La coerenza, la qualità, il design del gioco e della sua presentazione è qualcosa di spettacolare; poche volte mi è capitato di ammirare un design così coerente, così preciso; ad esempio i dettagli dei suoni del gioco che vanno a ritmo con la musica di sottofondo o ammirare piccoli disegni di pochi pixel che però permettono al gioco di avere un’identità immediata e apprezzabili
Il gioco è molto breve, si finisce in un’ora un’ora e mezza e costa circa 3 euro e 50 e non dico che sia giusto o sbagliato, dico solo “qual è il prezzo di un sogno?”.

Piaceri in piazza Gourmand

Ammazza che porcata.
Finalmente posso sfogarmi su un libro che non mi è piaciuto. Daniel Pennac scrisse diversi anni fa un decalogo dei diritti del lettore: tra questi l’autore francese mette il diritto di piantar lì di leggere un libro. Di solito io di questo diritto non mi avvalgo, perché credo che qualsiasi libro brutto possa a un certo punto redimersi; non me ne sono avvalso neanche stavolta, anche se la tentazione non è mai stata così forte. E arrivato alla fine ho detto: “Stavolta avrei dovuto”.
“Piaceri in piazza Gourmand” è un libro completamente sconclusionato in cui si fa una sorta di racconto corale con una dozzina di protagonisti ma si finisce per fare semplicemente degli insignificanti quadretti, con prosa pesante come un tiramisù fatto con le uova andate a male, con sopra un cetriolo rappresentato dalle 40 pagine di spiegazione culinaria dei singoli capitoli che sta alla fine.
Il progetto in sé è anche interessante: l’idea di un incrocio tra un romanzo e contenuti culinari era anche gradevole all’inizio, soprattutto in un paio di capitoli come quello in cui si parla del barbone Pierre. C’è anche un barlume di inventiva e creatività ma tutto questo naufraga in una serie di eventi sconclusionati e prevedibili, scritti male, macchiati da una serie di citazioni culinarie che sono lì perché devono; potremmo tranquillamente togliere tutti i riferimenti culinari e il significato del libro cambierebbe praticamente di nulla.
Sui personaggi è meglio stendere un velo pietoso: a parte l’eccezione già citata, tutto il resto si muove come nei peggiori stereotipi. Donne giovani indecise, uomini adulti che decidono di cambiare la propria vita mettendosi con donne giovani, ricchi che fanno gli stronzi, vecchie che rimpiangono i tempi passati: onestamente la fiera del personaggio scontato.
Però l’ho finito lo stesso perché sono una testa dura e come ho detto più volte mi è successo di arrivare a tre quarti di un libro dicendo “oh che schifo” e scoprire invece che nell’ultimo quarto si salvala la situazione.
Qui invece NO.