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Salvare video da rai.tv

Tra le cose buone che fa l’ente televisivo nazionale, c’è il sito rai.tv. Oltre ad avere un top level domain di Tuvalu, il sito è un archivio di trasmissioni, filmati, servizi veramente illimitato.
Purtroppo con le ultime versioni è stato scelto di utilizzare Microsoft Silverlight come sistema di plugin per i video. Questo mette in difficoltà molti utenti: chi non può installare plugin aggiuntivi, chi usa sistemi operativi non Microsoft, chi vuole salvarsi in locale una copia dei video.
Esiste però un sistema che permette di scaricare qualsiasi video dal sito di Rai.Tv, ed è anche relativamente facile.
Requisiti:

  • Un browser (consiglio Google Chrome per la facilità di ricerca nei testi)
  • VLC (un player video eccezionale, che fa veramente tutto ed è open source)

Operazioni:

  1. andate su rai.tv
  2. Cercate il video che volete scaricare
  3. Premete Control+U. Questo comando chiede al vostro browser di visualizzare il codice HTML della pagina
  4. Premete Control+F (o date il comando da menù) per cercare all’interno del codice. Dovete cercare la stringa “mediap”
  5. Troverete un link del tipo: http://mediapolis.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=xxxx….. Selezionatelo tutto e copiatelo negli appunti.
  6. aprite un nuovo tab o finestra del browser
  7. Incollate il link nella barra degli indirizzi e date Invio
  8. Il sistema vi chiederà di salvare un file “relinkerservlet.wvm”. Accettate e salvatelo
  9. Aprite il file con Blocco note o altro editor di testo
  10. Cercate (usando il comando ricerca) la parte che inizia con mms://…
  11. Copiate tutta la stringa fino alle virgolette (lasciandole fuori)
  12. Aprite VLC
  13. Aprite il menù “Media” e scegliete il comando “Converti/Salva”
  14. Scegliete la linguetta “rete”
  15. Incollate il link mms:// copiato nella casella “indirizzo”
  16. Cliccate il bottone in basso “Converti/Salva”
  17. Cliccate sul bottone “Sfoglia” nella sezione “Destinazione” e scegliete che nome dare e dove salvare il file
  18. Cliccate su “Avvia”
  19. Lo scaricamento partirà. Lo scaricamento procede purtroppo a velocità reale, ergo un filmato di un’ora richiederà un’ora di scaricamento
  20. Ecco, avete scaricato il vostro file
  21. Per rivederlo, potrete usare VLC stesso o qualsiasi altro player video.

25 maggio 2010 at 12:48 - Comments

Brand, or (supposed) lack of

Alla fine ci siamo arrivati. Già Lost, con i suoi prodotti a marchio “Dharma Initiative” l’aveva in qualche modo rappresentato. Ma la catena di supermercati sudafricani Pick’n'Pay l’ha tradotto in realtà.
Sto parlando, come potete vedere qui a sinistra, dell’etichettatura: nome del prodotto, marchio (in piccolo), mini foto di prodotto (in bianco e nero) informazioni di legge. La razionalizzazione estrema, un taglio della tela alla Fontana in risposta a tanti pack rococò, che ancora oggi esplodono di colori, di scritte, di claim, di foto prodotto talmente irrealistiche da dover portare il disclaimer “L’immagine rappresenta solo un suggerimento di servizio”.
E’ un bel salto, molta della comunicazione del food, soprattutto per quei prodotti che non godono di pubblicità in tv, oggi passa ancora e quasi esclusivamente dal pack, che deve attrarre le massaie, informare il curioso e guidare i consumatori (e convincere i vigili dell’annonaria che è tutto a posto).
Gli esempi, presso questa catena, sono tantissimi e coprono tutto l’arco merceologico, arrivando al non food come i detersivi e i saponi. L’effetto all’inizio è indubbiamente straniante. Però, poi, pensandoci bene ci si accorge che in realtà quello che si perde in impatto sensoriale lo si guadagna in riconoscibilità: l’informazione che mi serve davvero per tirare fuori il prodotto dalla dispensa è scritta in grosso, nero su bianco. Io tuttora faccio fatica a distinguere sotto la doccia lo shampoo dal docciaschiuma: stessa forma, stesso colore, unica differenza una scrittina in corpo 10.

Non è un caso, tra l’altro, che una scelta del genere l’abbia fatta per prima una caterna di supermercati per i propri prodotti a marca privata: il brand di richiamo, quello che serve a rassicurare della qualità, è scritto bello grosso al neon sopra l’edificio. Che bisogno c’è di ripeterlo anche sui prodotti?

4 maggio 2010 at 14:39 - Comments

FBReader, ovvero La biblioteca di Alessandria in tasca

FBReader è un eccellente lettore di Ebook open source, disponibile su una marea di piattaforme, da Linux, a Windows a vari smartphone, tra cui la versione Android.
L’ho sempre usato sul mio HTC Magic, con ottima soddisfazione, perchè ha tutto quello che un lettore di ebook su cellulare dovrebbe avere: gestione libreria, regolazione font, modalità Notte/Giorno.
Ma grazie all’ultimo aggiornamento ha raggiunto la perfezione: è comparso un fantastico bottone “Network library”.
Vuol dire che ora posso scaricare i libri copyright free di Feedbooks (tutto il pubblico dominio contemporaneo, ben impaginato e in lingua, Joyce, Hemingway e tantissimi altri) o di Smashwords (autori contemporanei che rilasciano in Creative Commons o in pubblico dominio) ovunque sono, in maniera comodissima.
E leggere sullo schermo del Magic è possibile e anche piacevole (non è l’ideale, ma ci si adatta.)

26 aprile 2010 at 13:05 - Comments

MB e le storie scarse

Storie di frutta: bottiglia
Lo vedete lì, su un espositore in un supermercato. Ne avete sentito parlare, i succhi di frutta peraltro non vi dispiacciono e vi decidete a provarlo.
Mettete 1,84€ (segnatevelo, ci torneremo dopo) sul bancone della cassiera e ve lo portate a casa.
E’ “Storie di frutta”, un nuovo frullato 100% frutta (il nome fico della categoria è “smoothie”, per chi vuole darsi un tono).
Bottiglietta in plastica, bel colore Mulino bianco, ottima proposta di gusto (adoro i frutti di bosco), sta a temperatura ambiente e dura anche qualche mese. Le premesse per un prodotto molto interessante, anche se un po’ caretto, ci sono tutte. Ma si sà, Il servizio si paga.

Arriva la domenica mattina e volete fare colazione come in albergo, quindi oltre al solito armamentario (tè, biscotti, yogurt, barretta ai cereali) prendete anche un bel bicchiere e la bottiglina di cui sopra.
La aprite, la versate e vi preparate a bere il vostro frullato di frutta, pregustandovi il dolce e acido aroma di lampone e frutti di bosco.
Portate alla bocca per bere e…
vi fermate con il braccio a metà.

Profuma di succo d’uva. E di banana.

Riappoggiate il braccio, ci pensate un attimo, e riprovate. E stavolta bevete.

Ha il gusto di succo d’uva. E di banana. E forse un leggero, difficile da percepire, gusto di frutti di bosco.

Ora, la cosa l’ho un po’ drammatizzata, perchè in realtà già all’assaggio non ero arrivato proprio senza nessun indizio che quello che stavo per assaggiare non fosse proprio quello che mi aspettavo.

Un grosso indizio lo da infatti la lista ingredienti, che vedete nella foto qui a sinistra:
Storie di frutta, lista ingredienti
Ora, magari non lo sapete, ma gli ingredienti nei prodotti alimentari devono essere riportati nella lista in ordine di quantità decrescente (se sono più del 2%). Ergo, qui dentro c’è almeno un 42% (ma penso sia molto di più) di purea di banana e di succo di uva.
Ora, io conosco le leggi in campo alimentare e posso capire che tu mi debba mettere del “filler” perchè non puoi fare un prodotto 100% frutti di bosco. Ma qui siamo alla fregatura: non sa di frutti di bosco, o messa giù meglio, non sa quanto dovrebbe. Se voglio succo d’uva e banana, compro una bottiglia con scritto sopra quello.
E l’aggravante è che me lo vendi a 1,84€/200 ml. Ovvero a 9,2 euro al litro. Ovvero, facendo un paragone, a 7 euro la bottiglia da 750 ml.
E quando pago del succo d’uva 7 euro la bottiglia da 750ml, di solito è fermentato, in bottiglia di vetro e a saper scegliere anche discretamente buono. E lo chiamano pure vino.

15 marzo 2010 at 15:20 - Comments

McItaly, seconda parte

Non so se fosse già stata pianificata una rotazione rapida, oppure gli eventi ne abbiano accelerato la dipartita, ma il primo McItaly, quello con Asiago e patè di carciofi, quello amabilmente tenuto a battesimo dal Ministro Zaia, ha già raggiunto le verdi valli del Paradiso dei panini fuori produzione.
Non che luna rapida ritirata non abbia dei buoni motivi a supporto: io stesso l’ho provato e l’ho trovato il peggior panino mai prodotto fino a ora da McDonald.
Leggete bene la frase di prima. Si, “fino ad ora”.
Perchè il vecchio McItaly è stato sostituito da un nuovo McItaly, che oggi è finito tra le mie fauci.

Il nuovo panino è composto da: pane con grano saraceno, hamburger di carne 100% italiana, pancetta affumicata della Val Venosta , insalata, cipolle alla piastra.
Letta così la lista non è neanche male, anzi cipolle e pancetta sembrano un ottimo abbinamento, solo si viene colti da un sospetto…
Poi si prendo il panino, lo si guarda, lo si apre e anche qui tutto sembra a posto: il pane è anche piacevole a vedersi, la carne è più del normale (dovrebbe essere l’hamburger del 280gr. o del Mac), l’insalata decente e il profumo di cipolla e pancetta è gradevole.
Ma c’è qualcosa in sottofondo che dice che no, c’è una nota stonata.


Al primo morso, la nota stonata vi colpirà con la potenza di una schitarrata di Jimi Hendrix: il nuovo McItaly è il panino di McDonalds più asciutto che la storia ricordi.
Ora, tutti i panini di McDonalds hanno un salsa ( o almeno un ingrediente molto acquoso), che svolge la funzione di “amalgamare” il boccone durante la masticazione.
Qui manca, e ad aggravare ancora di più la situazione ci stanno la farinetta sul pane e l’insalata di cartone.
Risultato: alla terza masticata avrete in bocca un blocco di cemento.
Io quel panino l’ho finito a fatica, prima volta nella mia vita che mi succede.

Ora, io capisco che l’opportunità di avere il patrocinio del ministero e quindi parecchia pubblicità gratuita e la possibilità di mettersi “in buona luce” verso esso fosse un’opportunità da non perdere.
Però sputtanare i proprio prodotti pur di utilizzare ingredienti DOP e far contento qualcuno, scontentando i tuoi clienti, che ti hanno fatto ricco anche quando eri l’alfiere del Junk Food, beh, questo mi sembra troppo.

E non riesco a capire neanche come McDonald’s, corporation americana, abituata al “business is business”, si sia fatta torcere il collo per partecipare a questo giochino che se ha portato benefici, li ha portati solo sul piano più strettamente politico.

5 marzo 2010 at 18:36 - Comments

The cat is on the table

Prodromica all’articolo è la visione su Youtube dell’intervento di Beppe Bigazzi a “La prova del cuoco” costatogli la (temporanea, si auspica) sospensione.
Vi si afferma un fatto storico incontrovertibile: il gatto è stato un alimento.
E come tutte le cose che l’uomo ha scelto di mangiare (cfr. Buono da mangiare, M. Harris), ci sono delle ragioni precise, legate alla situazione sociale e alla cultura del tempo in cui se ne sta nutrendo.
Ora, cambiate le condizioni culturali, mangiare un gatto in Italia è diventato un tabù. Come lo è da anni, per esempio, chiedere carne di cavallo negli Stati Uniti. E uso la parolà “tabù”, come se stessimo parlando di religione, proprio per sottolineare il legame strettissimo e la comunanza di atteggiamenti che che vi è tra il rapporto dell’uomo con Dio e il rapporto dell’uomo con il cibo. Mangiare gatto 60 anni fa era giustificato, perché era maggiore il beneficio di riempirsi la pancia rispetto a quello dell’affetto di un animale. Oggi la situazione è diametralmente opposta: siamo in una situazione di abbondanza tale da poterci permettere di riempire la pancia nostra e del gatto, ricevendone in cambio fusa e pelo sul divano :) .
Negare che l’uomo abbia mangiato (o, in barba alla legge, mangi) gatto è negare un passo nell’evoluzione dell’uomo. E’ fare del creazionismo, è nascondere ciò che si è stati. Le reazioni indignate degli animalisti (purtroppo compresa la Sottosegretaria Francesca Martini) non sono, ancora una volta, altro che la dimostrazione della loro scarsa lungimiranza e incapacità di comunicare, inutilmente immobili su una posizione di “no” assoluti.

16 febbraio 2010 at 22:31 - Comments

Much ado about Buzz

Lanciato l’altro ieri il nuovo servizio di Google.

Cosa mi piace:
* Tutto in un’interfaccia (quella di Gmail)
* Buona aggregazione

Cosa non mi piace:
* Troppo pubblico. Non posso dividere tra i vari “cerchi” di conoscenze.
* Troppo clutter nell’email
* E’ un altro social network

Mi sa che a breve lo disattivo.

11 febbraio 2010 at 22:51 - Comments

Una buona storia di servizio clienti

Ai primi di gennaio decido di riprendere in mano la parte del blog che non si vede ma che lo mantiene in piedi. Backuppa di qui, controlla di là, fai pulizia di qui.
Si arriva poi al momento dell’upgrade di Wordpress alla nuova, fiammante, release 2.9.1 dalla mia vecchia 2.7.qualcosa.
Sicuro di avere tutto a posto, scarico il pacchetto, lo dezippo e via FTP carico i file.
Faccio partire la procedura di upgrade e… BUM!
Il sito funziona solo nella parte rivolta al pubblico, tutta la parte amministrativa (e il caricamento dei nuovi materiali) è giù.
E’ successo che la versione di MySQL che usa il mio host non soddisfa più i requisiti di Wordpress (e io non ho controllato prima :( )
Messo sulla buona strada da un post su wordpress-it, contatto il servizio clienti di Aruba.
Tutto liscio come l’olio, io scrivo, loro in 20 minuti rispondono dicendo che tutte le nuove attivazioni hanno la versione necessaria a Wordpress, quindi devo fare un ordine per un nuovo db, che comunque mi verrà per il primo anno omaggiato.
Faccio la procedura, segnalo il numero d’ordine e in altri 10 minuti il db è attivo.
Migro i dati su quello, faccio già che ci sono un po’ di manutenzione straordinaria (identificatori delle tabelle, codifiche caratteri) ed eccomi qui, tutto a posto.
Un bel modo di festeggiare il sesto compleanno di dedioste.net :)
E complimenti ancora al team di Aruba per l’ottimo servizio clienti!

25 gennaio 2010 at 12:18 - Comments

Pepè Scescè – Cantù

Recensione a lungo rimandata, visto che ci sono andato a fine dicembre per la cena aziendale.

Il ristorante “Pepè scescè” è a Cantù, in una stradina che sale allontanadosi dal centro storico.
Ci sono andato per la cena aziendale, come detto, e si era scelto di avere menù fisso. Ambiente elegante e curato, 30 coperti circa.
Avrei voluto fare delle foto ai piatti, ma sono stato gentilmente fermato dallo chef (che durante il servizio ogni tanto esce dalla cucina per illustrare i piatti) che aveva paura “che gli fregassi l’idea” (sic).
Antipasti:

  • Tartare di tonno crudo su letto di verze brasate: bel contrasto, verze cotte ma comunque croccanti. Purtroppo tonno molto freddo, troppo freddo.
  • Gamberi con crema di patate: Classico, ruffiano, ma gradevole.
  • Seppia alla piastra su crema di cannellini: buono il cotto/bruciato della seppia in contrasto al farinoso/untuoso della crema
  • Baccalà con polenta , bagna cauda e cialda di parmigiano: più che un antipasto, un secondo. Baccalà e polenta benissimo, parmigiano croccante per fare contrasto, bagna cauda buona ma forse porta troppo sapore su un piatto del genere.
  • Guazzetto di seppioline: zuppetta rossa, fatta bene, un po’ troppo acida la salsa di pomodoro.

Primo:

  • Ravioli di branzino con sugo ai gamberi: decisamente il miglior piatto. Pasta fresca, che io addirittura avrei lasciato così da sola, con un filo di burro, senza gli ulteriori gamberi nel sugo.

Secondo:

  • Rombo al forno con verdure: ottima materia prima, verdure che fanno giustamente da puro contorno.

Dolci:

  • Flan al cioccolato: un classico da ristorante degli anni 2000, croccante fuori e molle dentro. Non sembrava fatto con il preparato.

Una bella cucina, che sa scegliere senza dubbio le materie prime e le sa preparare al meglio. Qualche abbinamento è un po’ troppo arrischiato, ma su 8 portate ci sta.
Noi abbiamo speso 50 euro a testa (eravamo in 10).

22 gennaio 2010 at 18:36 - Comments

Altai – Wu Ming

Wu Ming è uno dei miei autori italiani preferiti e quando ho saputo che stavano preparando un ritorno nel mondo di Q, sono stato molto contento, sebbene il loro Manituana non mi avesse fatto impazzire, forse per una mia idiosincrasia per gli indiani.
Qui invece la passione è scoccata a pagina 1.
La storia di Emanuele/Manuel da Venezia a Costantinopoli ha molti livelli di lettura: è un eccitante racconto di cappa e spada,di intrighi, ma è anche molto di più. Come in tutti i libri del collettivo, dietro una storia narrata magistralmente ci sono mille spunti di riflessione: qui mi ha colpito tantissimo il tentativo (riuscito) di parlare di convivenza religiosa in un altro tempo e in un altra prospettiva. Mi ha colpito il senso di modernità che può dare parlare di orrori come la violenza dei vincitori, l’applicazione della giustizia anche narrando una storia di quando non c’era la luce elettrica, di come non sia necessario parlare con “parole d’oggi” (“abbiamo cercato di scartare ogni termine non esistente nel 1569″) per riflettere sul rapporto tra popolo e potenti in guerra.
E il passaggio, da pelle d’oca, nel primo Interludio, quando rientra in campo il protagonista di Q, che qui gioca un ruolo marginale, da aiutante del protagonista, se questa fosse un analisi da scuole medie e se Wu Ming scrivesse secondo i canoni. Ma si va oltre e Gert/Ismail/Il Vecchio qui ha il ruolo del sapiente, di chi porta un altro (l’ennesimo) punto di vista.
Di più, senza spiattellare la trama, non posso dire. Se non consigliarvi di leggerlo, anche se non avete letto Q.

8 gennaio 2010 at 19:17 - Comments