280 grammi con Speck Expo limited Edition MC Donald’s

Com’è il 280 grammi con Speck Expo Limited Edition di Mc Donald’s?
Risposta: “Avanti così!”

In due parole e un segno d’interpunzione è riassunta la mia opinione del 280 grammi con Speck che ho mangiato oggi da Mc Donald’s. E prosegue quindi la buona sequenza di panini speciali che Mc Donald’s sta inanellando (avevo usato gli stessi toni e lo stesso trucco anche per il precedente Arizona Crunchy Nachos).

Il protagonista del pranzo
Il protagonista del pranzo

Il 280 è un formato indubbiamente ricco e difficile, con il suo pane speciale che si allontana molto dal pane standard per hamburgher e un’oggettiva necessità di sostegno strutturale viste le dimensioni.
Questo 280 Speck centra in pieno il risultato: la scelta dello speck da questo punto è il punto di svolta del panino.
E’ il primo ingrediente sopra il pane, partendo dal basso, e occupa pure poco spazio, quindi non sbilancia la struttura, ma in questo piccolo spazio porta un gran contributo al sapore: l’unto del grasso e le spezie / affumicatura si mescolano molto bene con la carne e il formaggio, rendendo il tutto molto buono.
Sopra c’è l’hamburgher, nel formato grande, carnoso e ben cotto, con la sua fetta di formaggio a evitare secchezze eccessive.
L’insalata svolge senza problemi la sua funzione di “taglio”, alleggerendo e portando croccantezza.
La salsa ai funghi c’è, ma non si fa sentire troppo. Questo deluderà i fan dei funghi (esistete?), ma nell’economia totale dei gusti mi sembra quasi eccessiva, una normale maionese o salsa McDonald’s sarebbe secondo me andata benone.

Niente patate speciali, ma invece il gradito ritorno della Peroni Puro Malto, che ha quel filo di corpo in più necessario per resistere alla ricchezza del nostro.
9,10€ con il PayPass, sicuramente lontani dalla fascia di prezzo popolare, ma in questo caso è giustificato anche dalla quantità
Deciso pollice sù.

Dire, fare, brasare

Dire, fare, brasare è un libro di Carlo Cracco in cui si prova a invertire la struttura classica del “libro di cucina dello chef TV”.
Si parte infatti dal parlare di tecniche, invece che dal dare ricette, che arrivano solo in un secondo momento.

L’approccio potrebbe essere quindi anche interessante per chi, come il sottoscritto, lo legge non solo con gli occhi del cuoco ma anche con quelli del “ricercatore”: io per lavoro ragiono prima in termini di tecniche e poi di ricette, c’è sempre da imparare da chi le tecniche le usa ogni giorno, e, anche nell’industria, il cosiddetto chef tecnico è un collaboratore fondamentale quando ci si avventura nella esplorazione di una nuova area, quando si provano nuovi processi, perché sa coniugare le sensibilità da cucina con le esigenze di fabbrica.

Purtroppo, letto con questi occhiali, il libro non è granchè: è molto banale, semplice, quasi semplicistico e c’è pure qualche errore concettuale (la reazione di Maillard e la caramellizzazione degli zuccheri NON sono la stessa cosa).
Non mi aspettavo un On Food and Cooking, ma sicuramente da un personaggio come Cracco, che anche pubblicamente ha sempre dato peso all’importanza della tecnica in cucina, mi aspettavo un testo più strutturato, più razionale e meno “fate così, fate cosà, ma forse anche così”.
E ho la sensazione che, anche per un lettore più casual, non ci sia molto sugo da portarsi via: a volte le indicazioni date sulle tecniche sono molto comuni, scontate, i guizzi di originalià sono più che altro sugli abbinamenti tra ingredienti. Altre volte si da per scontato un po’ troppo (si parla di fondo di cottura ma non si dice mai cosa è, e alzi pure la mano o commenti chi ne ha preparato uno nella sua vita al di fuori di una cucina professionale).

Opinione personale: la cifra stilistica di dire che “una tecnica è bella” è insopportabile. E in generale manca un po’ della verve che uno si aspetta dal personaggio che Cracco è diventato quando ha iniziato ad andare in TV con Masterchef o Hell’s Kitchen. O forse il Cracco vero è questo (come sembrava anche agli esordi) e quello della TV è un personaggio costruito. Ma ciò non cambia il senso di un libro poverello e trascurabile.

Tiny Dangerous Dungeons

Tiny Dangerous Dungeons è un piacevolissimo Metroidvania gratis, che dura qualche ora.
Definisco “Metroidvania” per chi non vi fosse avvezzo: dicesi Metroidania un videogiuoco nel quale l’eroe, saltando qua e la ed esplorando vari anfratti, acquisisce una serie di capacità crescenti, che lo portano a poter esplorare nuovi anfratti, prima non a lui accessibili, e a poter acquisire ulteriori capacità, che lo portano a poter esplorare ulteriori zone, e via di seguito.

I save point, il punto che desidererete di più in tutto il gioco.
I save point, il punto che desidererete di più in tutto il gioco.

Il nome è una crasi di Metroid e Castlevania, due giochi (per NES, sebbene il secondo entra nel genere solo con i capitoli successivi al primo) capostipite di questo genere che si può riassumere anche in “Parti piccolo e stronzo e pian piano arrivi a spaccare il culo ai passeri, ma senza tutti quei numeri tipici dei giochi di ruolo e con l’obbligo di essere sempre legato alle tue capacitò con il pad”.

Questo gioco, con grafica come un Gameboy (pixellosa e in 3 sfumature di verdino e nero) vi farà rendere conto che cose che oggi diamo scontate nei videogiochi (ripartire da dove si muore, tolleranza nei salti, tutorial, frecce per dove andare) sono in realtà grandi conquiste sociali.
30 minuti con questo gioco, fedele allo stile anni ’90, e tornerete a capire (e anche un po’ ad apprezzare) che il videogioco è un mondo in cui gli errori si pagano cari, generalmente con la moneta del tempo perso.
Il controllo con il finto joypad su schermo è fortunatamente gradevole e fatto bene, ma non potranno mancare le (fortunatamente poche) volte in cui tirare improperi perché ha “perso” un comando.

Ma non sembra proprio un Gameboy? :)
Ma non sembra proprio un Gameboy? :)

Dura poche ore, la sfida è più che onesta, ed è, come detto, gratis su Google Play, ci sono delle pubblicità tra una porta e l’altra ma sono perfettamente sopportabili, nulla di fastidioso.

Bonus: deadmau5 suona la colonna sonora di Castlevania con un equipaggiamento clamoroso.
Ah, il video è embeddato senza cookie, grazie a youtube-nocookie.com

Come fare marketing rimanendo brave persone

Fare marketing rimanendo brave persone è un libriccino di 150 pagine circa che già dal titolo è molto chiaro: parla di marketing, di come farlo e di come rimanere brave persone nel mentre.
Sono tre temi grossi, su cui si sono scritti libri che in 150 pagine probabilmente fanno stare l’indice, i ringraziamenti e l’introduzione, ma ha un pregio: è dannatamente efficace e capace di far salire la curiosità sul tema.

Dopo una piccola introduzione generale, per dare qualche definizione, si va subito nel dettaglio, con una meccanica che si ripete sempre per tutti i capitoli: piccola introduzione teorica, esempio, spiegazione più ampia.
Ovvio, i concetti presentati non sono approfonditi, non potrebbero esserlo in così poco spazio, ma si riesce sempre a cogliere molto bene il senso generale e a intravedere quei tre-quattro “agganci” che portano a voler approfondire.

Questa struttura è abbinata a un tema, quello del marketing, con cui ho comunque doppiamente a che fare tutti i giorni: sia nel contribuire, nel mio piccolo, a farlo (che cosa sono i beni di largo consumo senza beni?) sia , come tutti, nel riceverlo, visto che non vivo sotto una roccia.
E proprio questo doppio contatto negli anni mi ha portato ciclicamente ad incuriosirmene e poi ad allontanarmene, a sviluppare una serie di dubbi (“son tutte balle, non può funzionare”) e a risolverli (“saranno balle, ma funziona”). Mi sono quindi ritrovato in molte delle domande che nel libro si usano come spunto di discussione, come spinta per iniziare a spiegare il marketing e a mettere in luce quelle che per la mia testa sono le parti più credibili, quelle più scientifiche, dove si vede la correlazione con la biologia o con la neurologia.

Di certo, a fine libro, ci si accorge che non è stato altro che un antipasto, che per dieci domande che ora hanno una risposta ne sono nate cento nuove.
Ma va bene così.

Disclaimer: ho una visione di parte sull’autore. Ci ho fatto un colloquio, ha avuto voce nella mia assunzione, è stato per un paio d’anni il capo del capo del mio capo.
Poi è andato dove è ora. Mai lavorato ogni giorno fianco a fianco (anche e soprattutto per quei tre livelli che ci separavano, ma pure per la sede diversa), ma diverse riunioni insieme e, alla fine, tra i vari “stili” che ho visto è uno di quelli che mi è piaciuto di più ed ho fatto più mio. Quindi non nascondo che già prima di leggere il libro, il nome sulla copertina mi dicesse molto, sia a livello professionale che a livello personale.

101 cose da fare a New York

101 cose da fare a New York almeno una volta nella vita è un librettino carino, parte di una collana di Newton Compton con un approccio interessante e diverso alla noiosa guida turistica tutta indirizzi e descrizioni.

Ennesimo libro caduto nel carrello grazie alle offerte lampo di Amazon, non lo userei però come sola guida per un viaggio a NY, in quanto dà troppi pochi dettagli e, approcciando molto liberamente le cose da vedere, rischia di farvi fare delle cose interessanti ma minori e di farvene perdere altre. Se andate a New York, almeno la prima volta, attenetevi al programma standard: è già più che sufficiente a farne un viaggio memorabile.

Il testo diventa invece molto più interessante se state programmando un ritorno a New York, perché propone delle cose fuori dall’usuale giro. Proprio per la temporaneità e la particolarità dei suggerimenti, farei sempre un controllo rapido per vedere se il posto/attività si può ancora fare o nel frattempo è stata chiusa/spostata/etc. Si sa come vanno le cose nella capitale del mondo.

Al limite, come nel mio caso, funziona anche come check list per il dopo viaggio, per vedere se casualmente (o volontariamente, perché siete avanti), girando per la città, avete fatto qualcosa di quello che sta nell’elenco.

Monument Valley: Ida’s dream

Chiudo la trilogia di pezzi dedicati a quel capolavoro di Monument Valley (qui e qui i precedenti) con un brevissimo pensiero su Ida’s Dream, nuovo livello del gioco, originariamente lanciato come parte delle iniziative (RED) in supporto alla lotta all’Aids ma di recente diventato disponibile gratuitamente per tutti.

Ammetto che non lo sapevo, e che l’ho saputo solo grazie al video di giopep su Outcast che ricapitolava i giochi che ha giocato in giugno. Peccato, avrei supportato volentieri la causa. Inoltre, causa spazio risicato sul telefono, avevo disinstallato l’app, e quindi mi sono pure perso eventuali notifiche.

Ciò che è stato reso disponibile è un singolo livello, ambientato in un mulino Il mulino che fa da Hub, che però ospita quattro stanze, tutte da risolvere per completare il livello.

Il design, come sempre, è magnificente: ogni dettaglio è curatissimo, ogni suono, pixel, ombra, impressione è studiata.
Splendidamente evocativo, questo formato è quasi l’espressione massima del concept di Monument Valley: è un amuse bouche, quelle cose perfette su cui i cuochi spendono mesi di perfezionamento e che poi sono mangiati in un sol boccone a inizio pasto.
Cosa succede? Nulla o quasi, ma è tutto perfetto. Una sorta di gioco zen, di piacere intensissimo e minimo.
Una delle stanze

Nel reinstallarlo, ho anche avuto la conferma che i salvataggi cloud funzionano perfettamente e quindi è stato un attimo ritrovare tutti i vecchi livelli e i relativi completamenti.
Come già ampiamente detto, questo è l’ultimo “contenuto” del gioco, ora gli sviluppatori di UsTwo si spostano a fare una cosa per gli elmetti da realtà virtuale.
Ma questo Ida’s Dream è decisamente il degno completamento della trilogia, la ciliegina ideale sulla torta perfetta di Monument Valley, che si chiude su una nota alta, altissima, come le migliori opere.

No speed limit: Three essays on accelerationism

No Speed Limit: Three Essays on Accelerationism è un libretto molto interessante, composto, come dice il titolo, da tre saggi a tema “accelerazionismo”.
Riprende in una forma da saggio, con il giusto apparato di citazioni, i temi che Manna affrontava in forma di romanzo: oggi quali sono gli scenari possibili per un superamento del capitalismo?

Il tema potrebbe sicuramente sembrare astruso, ma tradotto in soldoni si parla di concetti che poi si declinano in gestione degli orari di lavoro, creazione di desideri, reddito di cittadinanza.
L’accelerazionismo è una delle teorie che propone delle soluzioni per superare il capitalismo e in particolare la sua variante neoliberista, che è oggi una delle tendenze imperanti.
Il capitale si è concentrato nelle mani di pochi e mai come oggi autoalimenta la propria crescita, lasciando a sempre meno persone la possibilità di una crescita economica.
Sta diventando sempre più difficile riuscire a stare ancora meglio. L’ascensore sociale si è rotto e, anzi, sta diventando sempre più facile invece scendere di categoria, a seguito di un evento imprevisto.
Per “rompere” questa situazione, l’accelerazionismo non propone di fermare il capitalismo, con indee vetero comuniste, ma di “farlo andare al massimo” fino alla sua fusione, fino a farne esplodere le contraddizioni.

L’abbondanza di citazioni di Marx ne fa un libro sicuramente schierato, ma le posizioni e le idee espresse non diventano mai soluzioni salvifiche. C’è molta critica, con un approccio quasi Kantiano nell’analisi.

E’ un testo sicuramente per interessati all’argomento, non è un librettino da leggere per “bagnarsi i piedi”; ad esempio, non si parla mai ci come si è arrivati ad avere questo eccesso di surplus e questo squilibrio nella sua distribuzione.
La forma a saggi brevi ne migliora la leggibilità, evitando il torrente di parole e la prolissità in cui testi di questo tipo ogni tanto cadono, costruendo comunque del significato senza sommergerlo in testi lunghissimi.

“La cultura del baseball” a Cuggiono

Header della mosta

Fino al 18 luglio, nella splendida Villa Annoni di Cuggiono, c’è una bellissima mostra sulla “Cultura del baseball”.
Cliccando sul banner qui sopra si fa alla pagina della FIPS che ne racconta i dettagli, io vi racconto quello che ho visto.

Tutto nasce dal fatto che il mitologico Yogi Berra, uno dei colossi di questo sport e in generale uno degli allenatori storici del baseball USA, è figlio di emigrati italiani, originari proprio della zona di Cuggiono (Malvaglio, per la precisione).
Continua a leggere “La cultura del baseball” a Cuggiono

Alcune cose su … Minorca

Ho avuto il piacere di passare una settimana sulla splendida isola di Minorca, Baleari.

Conoscevo già l’isola, grazie a una spettacolare vacanza nel luglio del 2010, di quelle da “auto a noleggio e chilometri ogni giorno”, e quando si è trattato di scegliere dove andare per “le prime ferie al mare in tre”, l’idea è subito corsa lì: belle spiagge, accessibili, posto vicino, turismo “gradevole” (non troppo caciarone ma neanche ascetismo greco) e comunque inserito nel verde.

Sulle strutture ci abbiamo messo un po’ a farci un’idea, da una parte la paura di finire in mezzo al nulla, dall’altra la paura di essere troppo impiccati vicino alle due cittadine, ma grazie a TripAdvisor, è saltato fuori il Veraclub Menorca a Sant Tomas. Come ha fatto a saltare fuori su TripAdvisor? L’anno scorso ci è andato Mauro, e grazie ai cookies, a Facebook e a tutte quelle cose social lì, TripAdvisor mi ha comunicato che un amico si era trovato bene in un posto; da lì quindi è stato un attimo verificare e decidere che sì, era il posto giusto per me, mia moglie e la bimba. Segnatene uno a favore per il tracciamento :)

E “posto giusto” lo è proprio stato: ci siamo trovati benissimo, una vera, piacevolissima, settimana al mare.
Ci è pesato cambiare le abitudini verso un tipo di vacanza più “stanziale”?
Ma manco per sogno: anche grazie alla vacanza del 2010 e all’Internet, sapevamo che la spiaggia di Sant Tomas era quella giusta. Lunga, tanta sabbia, acque limpidissime e dolcemente degradanti. Praticamente una spiaggia tropicale, letteralmente davanti all’hotel (basta attraversare una strada pedonale e passare su una splendida passerella sopra la macchia mediterranea).

Anche tutto il resto è andato benone: hotel non recentissimo, ma con miniappartamenti al posto delle camere e quindi ottimamente strutturato per “gestire” i bambini, ottima cucina (forse fin troppo “condita” per essere una cucina di mare), piscina e animazione molto gradevole, mai invadente ma sempre pronta a fare qualcosa.
Ok, il paese dietro è proprio il minimo indispensabile (farmacia, supermercato e negozio di souvenir), ma chissene.

Ci siamo veramente sentiti a casa, accolti, coccolati da tutti, personale, animazione.
Poi con i bimbi è un attimo “avere qualcosa da dire” in spiaggia e piscina, anche la compagnia non è mancata.

Quindi ancora di più confermo il mio affetto per quest’isola delle Baleari, e non escludo affatto un terzo incontro.