Netflix vs. Sky Online vs. Infinity

Da un annetto a questa parte sono entrato nel mondo dello streaming online serio.
Ho iniziato all’inizio del 2014, approfittando di Unlocator per abbonarmi a Netflix. Poi a Settembre ho avuto un mese gratis di Infinity, poi a Dicembre è iniziato Masterchef e ho fatto l’abbonamento introduttivo di SkyOnline e un mesetto fa Vodafone ha regalato alla Signora 3 mesi di Infinity (ancora).
Grazie allo Smart Tv F6200 di Samsung, al Chromebox e alla tanta voglia di divano, ho condotto lunghi e approfonditi test che qui vado a raccontarvi.

Per ogni servizio, valuterò 3 fattori fondamentali: catalogo, tecnica (software / qualità streaming) e costo.

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Manna: Two Visions of Humanity’s Future

Librettino minimo, 80 pagine, si legge in due ore ma ci si pensa sopra per giorni.
Oltre alla versione Kindle, linkata qui sopra, è disponibile anche gratis al sito dell’autore, sebbene in una scomoda forma fatta di pagine HTML (al limite si può tirare giù con wget).

E’ stato scritto una decina di anni fa e, da buon libro di fantascienza, è diventato estremamente attuale.
Pur se l’intreccio è continuo, il libro è diviso nettamente in due parti.

La prima è molto attuale e racconta della “semplice” introduzione in un fast food di un supervisore informatico, che sostituisce il responsabile del negozio nel dire cosa fare e nel valutare come è fatto.
Sebbene possa apparire banale, le implicazioni sono molto più ampie di quello che sembrano: le trasformazioni descritte sono perfettamente logiche e plausibili, il classico “già, è vero. E’ così semplice”. E il disastro lavorativo che ne consegue è impressionante, soprattutto perché appare ineluttabile.
Nella seconda parte, il protagonista arriva in una sorta di limbo, vicinissimo al 1984 di Orwell, e poi si si sposta e vira gentilmente sulla fantascienza (almeno ai nostri occhi), offrendo però una interessante riflessione sulla gestione della ricchezza.

La prima parte mi ha molto colpito perché, proprio in questi giorni, sto in un progetto che non è molto dissimile da una sorta di supervisore, sebbene fortunatamente più semplice: lì si parla di gestire un ristorante fast food, qui si parla di gestire progetti, ma le differenze sono molte meno di quelle che si pensi.
È l’idea di una macchina che ci dica cosa fare, che misuri come lo facciamo e quanto ci mettiamo e che, appena abbiamo fatto, prenda questa informazione e decida il prossimo passo.
È l’idea di una macchina che sostituisce una persona, un “colletto bianco”, in un’attività che non è almeno in apparenza ripetitiva e che richiede discernimento, valutazione.
È l’idea che dopo la catena di montaggio delle cose si arrivi alla catena di montaggio delle idee.
Ci siamo sempre detti che le macchine non sono intelligenti; non ci siamo mai detti cosa potrebbe succedere se le macchine usassero la nostra intelligenza, ma con i loro ritmi.
“Studia, perché chi studia ha un futuro” di colpo non è più vero.

Il nucleo concettuale dell’intermezzo e della seconda parte è invece qualcosa che richiama il concetto di reddito di cittadinanza.
In un mondo che, dati alla mano, produce abbastanza ricchezza per tutti, nella seconda fase si discutono in maniera dettagliata, pur con una ricca patina fantascientifica, due realtà completamente opposte.
Non vado nei dettagli per non svelare il romanzo, che rende il concetto comprensibile proprio perché lo approccia per gradi, a passi brevi e giocando molto sulle differenze bianco/nero.
Ma è sicuramente, tra le varie che ho letto, una delle dissertazioni sul tema più chiare e meno “filosofiche”, che poi apre a tanti temi collegati come le motivazioni per cui facciamo le cose, il concetto di libertà, e via.

Un piccolo libro che può suscitare grandi pensieri, davvero. Consigliatissimo.

4 mesi con Chromebox

Alla fine di settembre 2014, il mio dongle Android mk808 decide che è giunto il momento e passa a miglior vita.
Mi trovo così a dover comprare un nuovo aggeggio da attaccare alla televisione per fare tutte quelle cose multimedia a cui non posso rinunciare: Youtube, Netflix, visualizzazione foto e ogni altra varia nerdata mi passi per la testa.
Dopo varie valutazioni, complice un periodo in cui non si capiva bene cosa sarebbe stato di questi “cosi” con l’uscita di Android TV, ho detto: “Dai, facciamo un esperimento”. E, sempre rimanendo in casa Google e spendendo meno di 200€, ho ordinato il Chromebox che vedete qui sopra: un Asus M013U.

Cosa è Chromebox?

Google circa due anni fa ha deciso di innovare il settore PC: perchè non creare una specifica e un OS per macchine, molto economiche, che vivono solo se connesse alla rete?
Sono nati così due filoni: i Chromeook (ovvero i portatili) e i Chromebox (ovvero i desktop). Ogni casa (HP, Samsung, Asus, etc) è libera di prendere le specifiche e realizzare un coso.
Il Chromebox è a tutti gli effetti un PC, fatto con componenti PC anche cheap (è un Celeron con 2GB di RAM), a cui attaccare uno schermo (nel mio caso la TV) e mouse e tastiera (nel mio caso un k400, combo tastiera e pad senza fili di Logitech).
L’altro elemento fondamentale è appunto il sistema operativo: su questi cosi ci va ChromeOS, uno dei sistemi operativi di Google, che comincia e finisce con il browser.
E’ sostanzialmente un kernel Linux su cui gira un server grafico e Chrome. Nulla di altro.
Chrome è l’OS e l’OS è Chrome, non ci sono programmi “esterni” da avviare ma tutto viene fatto tramite browser. Può sembrare strano, ma è molto più facile e semplice di quanto sembri.
Si tratta di “mettersi lì” e fare un elenco delle cose che si vogliono fare e:
a) per quelle che si fanno con un browser, nessun problema
b) per quelle che si fanno senza browser, trovare un’equivalenza.
La cosa che mi ha stupito è che in massima parte dei casi l’equivalenza esiste e in alcuni casi è anche meglio dell’app/software dedicato.

Cosa si fa con Chromebox?

Si fa quello che si fa con un Pc.
Vuoi editare un testo? Google Drive e le varie sotto app (Fogli, Testi, Presentazioni) ormai equivalenti a Office.
Vuoi vedere le foto? Google Photo.
Vuoi ascoltare musica? Google Music o Spotify (la qualità dell’uscita audio è molto buona, pilota le mie Logitech in maniera egregia e fatta partire la playlist puoi pure spegnere lo schermo senza problemi).
Vuoi vedere Youtube? Basta andare sul sito (e l’interfaccia del sito, con tastiera, è Co-Mo-da dal divano).
Vuoi fare streaming? Netflix funziona (meglio dell’app), i siti delle Tv funzionano e gli streaming in Flash funzionano (e uno streaming a 2Mbps di un evento sportivo ha il suo perché su un tv da 40”).
Vuoi fare fotoritocco? Adobe ha lanciato una versione light (ma che come al solito va bene per l’80% dei casi) di Photoshop che funziona nel browser.
Vuoi giocare? C’è qualcosa (sia come App di Chrome, sia come giochi ed emulatori online), funziona la collezione di abandonware di Internet Archive ma questo è un campo in cui a oggi sicuramente ChromeOs soffre.

Dove soffre Chromebox?

Le limitazioni più pesanti a oggi sono queste:
– Il sistema è “in maturazione”: ci sono molti aspetti da sgrezzare e strada da fare per renderlo ancora più facile. Fortunatamente vengono migliorati di release in release (il sistema si aggiorna automaticamente ogni 20 giorni circa).
– Il sistema è completamente Google centrico. Senza account di Google va bene come fermaporte.
– Alcuni aspetti che uno dà per scontati (es: lettura dei dischi di rete) non ci sono ancora (la API per Samba è disponibile da pochissimo e non ancora “utilizzabile”)
– Se si ha bisogno di una tecnologia particolare e non è supportata, si può solo fare a meno. Esempio: Infinity e SkyOnline sarebbero tutte e due ottime un ottimo uso del Chromebox. Peccato che entrambe per trasmettere il video usino Silverlight, tecnologia Microsoft che non è disponibile su Chromebox (e probabilmente non lo sarà mai). Stesso discorso per Java: se ad esempio la vostra banca per l’autenticazione usa un applet Java, non la potrete mai usare.

Cosa ha di buono Chromebox?

Il concetto di backup non esiste: i vostri dati (a meno di volerlo esplicitamente) stanno tutti sul cloud (ecco spoegato anche perchè ha solo 16gb di ssd).
Inoltre è veloce, molto più di quanto sarebbe veloce una macchina con lo stesso hardware ma un sistema operativo completo sopra.
E a parte esigenze molto particolari, fa tutto quello che si chiede oggi a un pc. Tanto è vero che dovessi oggi comprare un PC per i miei genitori, comprerei un Chromebox.
E’ impossibile da rompere, si accende in 5 secondi, non prende virus, fa solo quello che serve a loro, salva tutti i dati in automatico da un’altra parte. E costa meno di 200 euro.
E il giorno che SAP sviluppa un frontend web decente, questo coso entra nelle aziende e non ne esce più: troppo più conveniente, “bloccato”, rispetto ai pc Windows.
Nelle scuole USA (che spesso forniscono agli alunni un PC), i Chromebook in 2 anni hanno preso una quota molto alta.

Cosa ci farò io?

Ci continuerò a fare tutta la parte multimedia di casa.
E prima o poi mi cimenterò nell’installazione di crouton, che sostanzialmente permette di “aprire” il sistema e far andare tutte le applicazioni disponibili per Linux.

Altro tiro, altro giro, altro regalo

E’ colpa di Flavio Tranquillo se mi piacciono il basket e il football.
Sono quei pomeriggi con Capodistria / Tele+, dove andavano in onda Basket (NBA) e Football (NFL), anche d’estate, in replica, in cui ho imparato ad apprezzare il Gioco. Non è bastato quello, si sono sommate altre cose dopo, ma l’inizio è stato quello.
Poi io non sono mai stato abbonato Sky e le telecronache Tranquillo-Buffa le ho sempre vissute o da ospite o in videocassetta. Però ho sempre guardato il personaggio Tranquillo con interesse, leggendone le varie cose che uscivano su riviste e Internet; anche prima di scrivere questo libro è comunque uno che chiaramente aveva nel cuore un posto speciale per il Gioco.
L’enfasi e il trasporto delle telecronache, suo marchio di fabbrica, si sentono anche nel libro: è in parte una autobiografia, in parte una raccolta di commenti a fatti recenti, in parte un testo sociale. Tutto alla massima velocità.
Se da una parte è piacevole da leggere perché è “proprio suo”, dall’altra lascia un po’ spiazzati perché immagino che chi lo leggerà tre 3-4 anni farà fatica a cogliere alcuni passaggi (vedi Hackett o Baskettopoli o alcune cose degli Spurs) perché, pur di essere fedeli allo stile, non ci si ferma mai a spiegare il contesto; difetto che peraltro viene spesso rivolto a Tranquillo e alle sue telecronache, giudicate “per adepti”.
La differenza è che se mi metto a guardare la pallacanestro pian piano, anche solo a furia di ripetizioni, le cose tecniche le inizio a imparare e ho mille fonti a cui attingere per approfondire.
Applicato ad altri campi, certe citazioni se non colte subite si perdono e lasciano un certo “WTF?” nella testa.
A parte questo il libro è godibilissimo, con un sacco di aneddoti, vissuti in prima fila e persona, visto che Tranquillo come commentatore, opinionista, organizzatore e ideologo è un personaggio del basket da una trentina d’anni abbondante.
E’ anche spesso è in offerta, son 4 euro spesi molto bene.

Vado a vivere alle Baleari

Il monumento definitivo alla fregatura dell’offerta lampo. Ovvero quel libro che “dai costa solo 1,99€” e poi son comunque soldi buttati.
In teoria sarebbe un manuale per aiutare chi vuole andare a vivere alle Baleari. Incuriosito, dico, magari c’è un senso, una curiosità, un cosa devi fare quando cambi vita (non che la cosa mi interessi, è per amor enciclopedico).
Il senso non c’è, delle motivazioni non si parla, e tutto il libro si riassume in “Le Baleari son più o meno come l’Italia per le scartoffie. I dettagli cercali su Google, che qui non ho tempo (e forse non li so bene neanche io)”.
Due ore buttate.

Update your legs


Una roba strana, ma per nulla sgradevole, con al centro dei testi per feticisti di calze.
No, meno tranchant e sintetico, perchè se lo merita: un libretto gratuito, composto da 4 racconti di scrittrici/blogger con il tema della seduzione e dell’eros e con la chiave delle calze, oggetto che, diciamocelo onestamente, non gode di solito delle attenzioni degli scrittori.
E fossero tutti così questi esperimenti di marketing moderno, ci andrebbero bene: i quattro racconti sono un ottimo contenuto e trasportano bene il messaggio.
A mio avviso il migliore è quello su Casanova, che è quello un po’ più costruito e con una trama meglio sviluppata, ma anche gli altri sono di buon livello, non pesa mai arrivare alla fine e vedere il colpo di scena.
Un esperimento interessante di content marketing per una serata di letture spensierate.

#luminol

Attenzione: contenuto esplosivo.
Mafe De Baggis in un libretto di 80 pagine scarse raccoglie un sacco di concetti, pensieri, massime e ragionamenti. Su che tema? La relazione, o meglio la non relazione, tra digitale e reale. Se suona criptico è perchè io non sono bravo come lei a speigarlo con parole mie e non voglio entrare troppo nei dettagli
Rischierei di rovinare e spoilerare un punto di vista complesso eppure chiarissimo, che viene naturale seguire fin dai primi accenni. Il #luminol del titolo è il filo saldo che tiene insieme l’indagine sulle aspettative, sulla prassi, sulle interpretazioni della realtà.
Alla fine, è una cosa tipica delle idee geniali: “ma se era così semplice, perché non ci ho pensato io?”.
Raro libro che evita di predicare al coro e che risulta gradevole e accessibile a prescindere dalla propria familiarità con l’argomento. Uno di quei testi in grado di farti cambiare opinione.
Non usavo la funzione “Sottolinea” del Kindle così tanto da un bel po’ di tempo e ho come la sensazione che quelle tracce torneranno utili.

In diretta

Non l’ho visto a Discoring e a Sanremo, non ho ricordi di Sandy Marton, via Verdi e altri.
Ho iniziato ad ascoltare Deejay al mattino, più o meno nel ’91, prima di andare a scuola perché c’era Baldini con gli sketch della Gialappa’s, di Aldo Giovanni e Giacomo e dei Fichi d’India (da lì, una fascinazione personale per il Cappuccino Nestlè, allora sponsor del programma). Quasi mi davano fastidio le canzoni trasmesse, sia per stile che per frequenza, tanto è vero che ho iniziato ad ascoltarla al pomeriggio solo più tardi (e mischiandola molto ad altre radio dove si parlava di più).
Però mi ricordo Jovanotti (da Lorenzo ’92 in poi), gli 883, Fiorello. Tutto rigorosamente in casetta BASF registrata da qualcun’altro (Lorenzo ’94 ce l’avevo originale, ma la cassetta non è sopravvissuta alla caduta da un balcone). E anche oggi, sebbene sia cresciuta, Deejay è ancora l’unica radio musicale che riesco ad ascoltare.

Cecchetto quindi è stato anche per me il deus ex machina di un bel pezzo di adolescenza, quindi appena ho sentito del libro, ho detto : “mio!”. E nelle vacanze di Natale me lo sono consumato in un paio di giorni.
La lettura scorre via liscissima, 400 pagine leggere, è sia moderatamente appassionante sia soprattutto un viaggio nella memoria incredibile e non oso immaginare cosa possa essere per chi, con dieci anni più di me, si ricorda anche la fase degli anni ’80.
Siamo chiari: come in tutte le autobiografie, c’è una buona quota di autoincensamento e autoassoluzione; il tono è frenetico, iperpositivo, ma è probabilmente parte di Cecchetto stesso.
C’è anche qualche passaggio pedagogico, con qualche slogan (“Il talento è un dono, il successo è un mestiere” usato anche come sottotitolo), che però coincide con lo stile del testo e non risulta eccessivamente pesante.
Una lettura semplice e leggera ma piacevole.

I Simpson e la filosofia

Languiva da un po’ nei libri acquistati e non letti, con dicembre è arrivato il momento per leggere questa collana di articoli dedicati al rapporto tra “I Simpson” e la filosofia.
Come tutte le raccolte a tema, sull’altare della coerenza può cadere vittima la qualità. C’è quindi del buono e del cattivo: 2-3 articoli veramente piacevoli (il rapporto tra Bart e Nietzsche, la figura di Lisa) e alcuni veramente pessimi (l’analisi psicologico-marxista filosofica di Bart, fatta da un Heideggeriano, compresa di terrificante deriva speculativa, con cui si chiude il libro).
Colpiscono due cose: la prima, positiva, è che per radunare tanto interesse su un tema “pop”, questo deve essere veramente importante; questo tipo di testi conferma ancora che “I Simpson” è un classico della cultura a cavallo tra ventesimo e ventunesimo secolo. E’ ragionevolmente uno dei “testi” che, fra 500 anni, con cui dovrà confrontarsi chi vorrà capire la nostra società.
La seconda, negativa, è la facilità con cui in diversi saggi si selezionino singoli pezzi, scene, passaggi per supportare una tesi universale. trovandosi di fronte a uno show immenso, formato da centinaia di episodi, non ho apprezzato che per sopportare la propria tesi capitasse si usassero frammenti minuscoli, magari poi più volte contraddetti nella serie. Mi aspettavo da una trattazione che si vuole dire filosofica e scientifica un po’ più di attenzione alle regole di campionamento.
Non lo consiglio comunque a quelli che non sono impallinati di Simpson almeno quanto me.