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Una buona storia di servizio clienti

Ai primi di gennaio decido di riprendere in mano la parte del blog che non si vede ma che lo mantiene in piedi. Backuppa di qui, controlla di là, fai pulizia di qui.
Si arriva poi al momento dell’upgrade di Wordpress alla nuova, fiammante, release 2.9.1 dalla mia vecchia 2.7.qualcosa.
Sicuro di avere tutto a posto, scarico il pacchetto, lo dezippo e via FTP carico i file.
Faccio partire la procedura di upgrade e… BUM!
Il sito funziona solo nella parte rivolta al pubblico, tutta la parte amministrativa (e il caricamento dei nuovi materiali) è giù.
E’ successo che la versione di MySQL che usa il mio host non soddisfa più i requisiti di Wordpress (e io non ho controllato prima :( )
Messo sulla buona strada da un post su wordpress-it, contatto il servizio clienti di Aruba.
Tutto liscio come l’olio, io scrivo, loro in 20 minuti rispondono dicendo che tutte le nuove attivazioni hanno la versione necessaria a Wordpress, quindi devo fare un ordine per un nuovo db, che comunque mi verrà per il primo anno omaggiato.
Faccio la procedura, segnalo il numero d’ordine e in altri 10 minuti il db è attivo.
Migro i dati su quello, faccio già che ci sono un po’ di manutenzione straordinaria (identificatori delle tabelle, codifiche caratteri) ed eccomi qui, tutto a posto.
Un bel modo di festeggiare il sesto compleanno di dedioste.net :)
E complimenti ancora al team di Aruba per l’ottimo servizio clienti!

25 gennaio 2010 at 12:18 - Comments

Pepè Scescè – Cantù

Recensione a lungo rimandata, visto che ci sono andato a fine dicembre per la cena aziendale.

Il ristorante “Pepè scescè” è a Cantù, in una stradina che sale allontanadosi dal centro storico.
Ci sono andato per la cena aziendale, come detto, e si era scelto di avere menù fisso. Ambiente elegante e curato, 30 coperti circa.
Avrei voluto fare delle foto ai piatti, ma sono stato gentilmente fermato dallo chef (che durante il servizio ogni tanto esce dalla cucina per illustrare i piatti) che aveva paura “che gli fregassi l’idea” (sic).
Antipasti:

  • Tartare di tonno crudo su letto di verze brasate: bel contrasto, verze cotte ma comunque croccanti. Purtroppo tonno molto freddo, troppo freddo.
  • Gamberi con crema di patate: Classico, ruffiano, ma gradevole.
  • Seppia alla piastra su crema di cannellini: buono il cotto/bruciato della seppia in contrasto al farinoso/untuoso della crema
  • Baccalà con polenta , bagna cauda e cialda di parmigiano: più che un antipasto, un secondo. Baccalà e polenta benissimo, parmigiano croccante per fare contrasto, bagna cauda buona ma forse porta troppo sapore su un piatto del genere.
  • Guazzetto di seppioline: zuppetta rossa, fatta bene, un po’ troppo acida la salsa di pomodoro.

Primo:

  • Ravioli di branzino con sugo ai gamberi: decisamente il miglior piatto. Pasta fresca, che io addirittura avrei lasciato così da sola, con un filo di burro, senza gli ulteriori gamberi nel sugo.

Secondo:

  • Rombo al forno con verdure: ottima materia prima, verdure che fanno giustamente da puro contorno.

Dolci:

  • Flan al cioccolato: un classico da ristorante degli anni 2000, croccante fuori e molle dentro. Non sembrava fatto con il preparato.

Una bella cucina, che sa scegliere senza dubbio le materie prime e le sa preparare al meglio. Qualche abbinamento è un po’ troppo arrischiato, ma su 8 portate ci sta.
Noi abbiamo speso 50 euro a testa (eravamo in 10).

22 gennaio 2010 at 18:36 - Comments

Altai – Wu Ming

Wu Ming è uno dei miei autori italiani preferiti e quando ho saputo che stavano preparando un ritorno nel mondo di Q, sono stato molto contento, sebbene il loro Manituana non mi avesse fatto impazzire, forse per una mia idiosincrasia per gli indiani.
Qui invece la passione è scoccata a pagina 1.
La storia di Emanuele/Manuel da Venezia a Costantinopoli ha molti livelli di lettura: è un eccitante racconto di cappa e spada,di intrighi, ma è anche molto di più. Come in tutti i libri del collettivo, dietro una storia narrata magistralmente ci sono mille spunti di riflessione: qui mi ha colpito tantissimo il tentativo (riuscito) di parlare di convivenza religiosa in un altro tempo e in un altra prospettiva. Mi ha colpito il senso di modernità che può dare parlare di orrori come la violenza dei vincitori, l’applicazione della giustizia anche narrando una storia di quando non c’era la luce elettrica, di come non sia necessario parlare con “parole d’oggi” (“abbiamo cercato di scartare ogni termine non esistente nel 1569″) per riflettere sul rapporto tra popolo e potenti in guerra.
E il passaggio, da pelle d’oca, nel primo Interludio, quando rientra in campo il protagonista di Q, che qui gioca un ruolo marginale, da aiutante del protagonista, se questa fosse un analisi da scuole medie e se Wu Ming scrivesse secondo i canoni. Ma si va oltre e Gert/Ismail/Il Vecchio qui ha il ruolo del sapiente, di chi porta un altro (l’ennesimo) punto di vista.
Di più, senza spiattellare la trama, non posso dire. Se non consigliarvi di leggerlo, anche se non avete letto Q.

8 gennaio 2010 at 19:17 - Comments

Backup? Si, grazie!

E’ comparso l’altro giorno nel mio feed di Twitter questo twit di aswife/Chiara:

“ritrovo e sottoscrivo appieno “Il mondo informatico si divide in due: chi ha già perso i propri dati e chi li perderà”.”

Ed è vero: anch’io ho perso i miei dati. Era il 1991, dovendo svuotare un dischetto, diedi il comando “del *.*”.
Pensavo di essere su A:, ero su C:.
All’epoca, da undicenne, non ero molto ordinato, e le mie ricerche delle scuole medie stavano comode comode in C:\. Tutte. Sopravvisse solo qualche copia cartacea, stampata su comodi fogli continui a righe banche e azzurre.
Da allora ho apprezzato i piaceri dell’Arj (anche splittato su diversi floppy), il brivido del primo masterizzatore, la comodità delle chiavette (dopo aver installato i driver), tutto per non provare mai più quella sensazione di perdita.
Oggi, nel 2010, il mio sistema di backup è aggiornato così:
* Casa:
Hardware coinvolto: Pc fisso (Linux), disco esterno USB (ora da 1 TB), connessione internet.
Come funziona: Il pc fisso è il centro principale: i dati aggiornati stanno lì e da lì vengono mossi con frequenze diverse a seconda dell’importanza (più importanti sono più spesso vengono aggiornati).
I Documenti (curriculum, lettere di presentazione, testi vari scritti) sono in una cartella speciale, detta Dropbox dal nome del servizio che utilizzo. Tutti i documenti sono copiati in automatico in uno spazio online sicuro, che sul pc fisso e sul portatile vedo come cartella e a cui comunque posso accedere da qualsiasi pc connesso a internet (e anche da cellulare). Ovviamente le modifiche sono pluridirezionali: salvo un file sul portatile e al prossimo accesso dal fisso lo troverò già li pronto ad aspettarmi.
La cosa ancora più bella è che Dropbox mantiene pure tutte le versioni precedenti dei documenti, ergo se per qualche motivo un file attuale diventa illeggibile/danneggiato/corrotto posso recuperare una versione precedente.
Le cartelle “Musica” e “Immagini” sono clonate sul disco esterno quando vengono modificate (compro nuova musica da iTunes o Dada, carico nuove foto) con uno script di 2 righe due che utilizza rsync.
Mensilmente ( o comunque a ogni aggiornamento significativo del sistema) un altro scriptino di poche righe copia tutti i file di configurazione di sistema sul disco esterno.
* Lavoro
Qui devo usare Windows e sebbene esista un disco di rete su cui salvare che dovrebbe essere sottoposto a backup quotidiano, io sono paranoico e procedo così.
Tutti i documenti vengono creati nella cartella Documenti del mio profilo. Da lì, quotidianamente, vengono sincronizzati tramite un Attività pianificata e il simpaticissimo Powertoy “SyncToy” con 2 cartelle: una sul suddetto disco di rete e una su una penna USB (fornita dall’azienda proprio a scopo backup).
Anche qui la cosa comoda è che la sincronia è bidirezionale, quindi quando vado in trasferta e magari modifico qualche file sulla chiavetta, basta ricollegarla e eseguire il programmino per trovare i dati perfettamente in ordine.

7 gennaio 2010 at 22:59 - Comments

Marca privata

Stimolato da questo twit di Marco e da questo articolo postato in risposta da Sissio volevo dire un paio di cose da “persona informata dei fatti” sulla questione della marca privata.

Perchè un’ azienda fa marca privata?
Perchè ha della capacità produttiva a disposizione.
Un’industria alimentare moderna è molto ottimizzata e poco flessibile.
Una linea di produzione ferma, che non produce, è un costo (ammortamento, personale), meglio farla andare comunque, producendo sempre lo stesso prodotto e venderlo al limite anche al prezzo di costo o poco di più. E’ la vecchia storia dei “ricavi marginali”: quel prodotto che vendo al prezzo di costo almeno mi aiuta a pagarmi i costi fissi. Inoltre ci sono anche i benefici sul costo materie prime: più merce riesco a comprare, minore sarà il prezzo unitario.

Ma perchè non usare una ricetta di minore qualità per questi prodotti?
Per due motivi. L’operazione più rognosa per un industria alimentare sono i cambi ricetta e i cambi formato sulla stessa linea: tra lavaggi (per questioni ad esempio di ingredienti a cui le persone possono essere allergiche) ed adattamenti tecnici (consistenze diverse, tempi di cottura diversi) possono volerci alcune ore a passare da un prodotto a un altro. E l’abbiamo visto prima che una linea ferma sono soldi persi.
Secondo motivo: la Grande distribuzione non è stupida, se mette il nome su un prodotto vuole che sia conforme a certi standard di qualità, perchè il cibo è importante sia come “nutriente” che come “elemento sociale”. pensate a quante attenzioni e cure si mettono nella scelta e preparazione del cibo, soprattutto quando ci sono di mezzo persone più deboli (bambini, malati).
Siccome l’offerta di produttori è ampia e molto maggiore del numero dei clienti, un’insegna scontenta ci mette un attimo a trovarsi un altro fornitore che allo stesso prezzo fa un prodotto della qualità voluta. E l’azienda che ha voluto provare a risparmiare si ritrova con la linea ferma e i soldi che escono.

Quindi prezzo del prodotto di marca = prezzo del prodotto di marca privata + pubblicità + margine della ditta?
Non è così semplice.
La marca privata prende un prodotto già affermato, si cerca i produttori e chiede sostanzialmente “chi mi fa questa cosa con queste caratteristiche al minor prezzo?”. I casi di innovazione (sia come formula, che come confezione, che come proposta) fatti dalle catene di distribuzione sui prodotti sono pochissimi.

La vera marca, oltre a produrre i suoi prodotti tradizionali, ha anche la funzione di lanciare nuovi prodotti, provare nuovi processi, testare nuovi ingredienti. Teniamo presente che di 10 “innovazioni” lanciate nel mercato alimentare, solo 1 si rivela vincente. Le altre 9 falliscono, e su tutti questi sono stati comunque spesi molti soldi per pubblicità, ricerca, inserimento nei punti vendita.
Il numero di prodotti presenti in un supermercato è oggi tale che se non si spendono molti soldi per pubblicizzarlo, metterlo sui volantini, farlo andare in promozione è probabile che il consumatore non si accorgerà mai della sua esistenza.

Un paragone un po’ risquè ma efficace potrebbe essere che un’azienda di marca è come un club sportivo che deve garantirsi il proprio futuro tramite le giovanili, provando 100 ragazzini e sperando che tra questi ci sia il futuro campione.
Una catena della grande distribuzione invece è il grande club che acquista il giocatore “finito” e lo mette nelle condizioni di rendere al massimo.

Spero di aver detto qualcosa di interessante, anche solo come spunto per un’ulteriore discussione.
Se ci sono punti poco chiari, od ho scritto qualche bestiata, i commenti sono qui apposta.

10 dicembre 2009 at 23:30 - Comments
marziano
ma dai!!! scusate il cioccolato Icam è ottimo, uno dei migliori per me. ICAM però non ha marchi suoi, ma ...
15 dicembre 09 at 20:50
Lucia
Icam produce anche cioccolato con il suo marchio. In provincia di Lecco si trova diffusamente, non so però se sia ...
17 dicembre 09 at 12:49

No, Gallo, no.

Qui per il Gallo (al secolo: Danilo Gallinari) si stravede.
Ma robe brutte come questa mettono tristezza.

Zero following

Zero following

Secondo me non si sta su un social network come Twitter solo per usarlo come altoparlante. Il bello (e la possibilità di una cosa del genere) è anche sentire quello che dicono i tuoi fan e rispondergli.

3 dicembre 2009 at 13:22 - Comments

Google Maps Navigatore – Prova

Grazie a una guida di Androidworld.it ho avuto la possibilità di installare una versione di Google Maps per Android che ha abilitata la funzione di navigazione.
Al momento la navigazione è ufficialmente disponibile solo in US, il pacchetto testato NON è ufficiale (tanto è vero che il recente aggiornamento di Google Maps disponibile sul Market aggiunge ai cellulari Europei le nuove feature come i livelli ma NON la navigazione) ma sembra provenire da un cellulare Motorola Droid/Milestone usato per le prove.
Comunque, trovato il pacchetto basta installarlo (la guida in questo è molto chiara) e siamo pronti a testare.
Ultima avvertenza: stiamo parlando di un pacchetto Beta. Magari nella revisione che circolerà domani alcune cose potranno cambiare, mancare o essere migliorate (conoscendo Google, penso la terza, ma dovevo dirvelo).

Google Maps Navigatore (in seguito GMN) può essere avviato in maniera tradizionale (entrando in google maps, selezionando un indirizzo, chiedendo le indicazioni stradali e cliccando su naviga). Ma mostra secondo me la sua vera potenza quando si sfrutta l’integrazione perfetta in Android: clic sull’indirizzo di un contatto e si apre la navigazione, ricerca di un nome di negozio (“pizzeria da mario, milano”), si apre il browser su Google Mobile con la o le risposte e con un clic sul pulsante “ottieni indicazioni”, GMN parte in automatico, attacca il GPS e inizia a dare indicazioni in pochi secondi.
Non permette ancora, invece, i comandi vocali. Ma questo è un problema comune a tutti gli Android non localizzati in inglese.

Le funzioni del navigatore sono le funzioni di base di un qualsiasi navigatore e quelle che l’80% della popolazione usa: calcolo percorso, anteprima, ricalcolo automatico, percorso condizionale. E in più, sotto, avete comunque tutto Google Maps (salvataggio delle tratte, StreetView, elementi preferiti).
Sono disponibili una lista di POI (Banche, distributori, ristoranti) abilitabili come “livelli” semitrasparenti. Non c’è una lista degli autovelox e al momento sembra non essere possibile aggiungerne una.
Provato su strada, il sistema funziona: fluido, preciso, discretamente veloce nel ricalcolo. Anche qui l’integrazione con il resto del sistema è eccellente: il multitasking è ottimo, con finezze come il fatto che Google Listen o Tunewiki, al momento in cui il navigatore deve dare un indicazione, vengono messi automaticamente in pausa e fatti ripartire.
Non funziona ancora (in Europa) il traffico in tempo reale.

L’approccio di Google alla navigazione è molto interessante e probabilmente può sostituire un navigatore stand alone per gran parte delle esigenze di un utilizzatore medio.
Ci sono anche dei problemi,però:
- Il consumo di batteria va gestito: se il viaggio è lungo (sopra l’ora) meglio avere in auto il caricabatterie da viaggio. E qui, se siete come me con un auto senza viva voce Bluetooth, maledirete chi ha scelto di fare il telefono con un unico connettore per auricolare a filo e alimentazione elettrica.
- Il navigatore dipende dalla connessione Internet. Ora, ho già detto che un telefono come questo non ha senso senza flat dati e quindi non ne faccio un problema di costi, ma qui, attraversando una zona senza segnale o all’estero, si rimane al buio (o ci si fa dissanguare dal roaming dati).
- La voce guida non prende un accento giusto, mai: sembra di essere guidati da Stanlio e Ollio. Oggi mi ha indicato di prendere “Via Càvalieri di Vittorìo Vèneto”.

24 novembre 2009 at 13:26 - Comments

Insiemi tridimensionali di Mandlebrot

Mandelbulb

Non sapevo che i centrini all’uncinetto di mia nonna fossero l’ultima frontiera della scienza matematica.
Più informazioni e immagini qui.

16 novembre 2009 at 11:19 - Comments

Berlin, Zooropa

Parlando del Muro di Berlino, è obbligatoria la citazione per quello che è stato contemporaneamente il penultimo bel disco degli U2, la prima cassetta originale comprata nella mia vita e una delle parole che oggi potrebbero descrivere questa Europa che doveva diventare una ma che è, molto più di prima, un insieme mutevole di popoli, idee, modi di fare e vivere molto diversi tra di loro.
A Berlino ci sono stato e francamente il Muro, quello che ne rimane e i musei collegati sono da vedere: non perchè siano belli, ma perchè aprono ancora oggi, a 20 anni di distanza alla riflessione. In quei pezzi, in quelle persone che morivano per passare dall’altra parte, c’è una promessa non mantenuta di un mondo che non può dirsi essere la terra promessa a cui i tedeschi dell’est aspiravano.
E’ sicuramente meglio, ma non è migliorato di quanto quei sacrifici, quelle fughe, quegli atti di pura speranza richiedevano migliorasse.
La caduta di quel muro doveva essere un punto di partenza; in realtà, incapaci ancora e forse per sempre di ragionare senza essere manichei, tra bianco e nero, tra est e ovest, tra cattolici e musulmani, stiamo ancora girando dintorno alle macerie.

9 novembre 2009 at 12:51 - Comments

Backspacer – Pearl Jam

Diciamolo subito: “Backspacer” è un gran bel disco, i Pearl Jam invecchiano bene a anche a 18 anni da Ten hanno ancora parecchio da dire.
Backspacer è un altro passo nel vagabondare musicale dei PJ: disco disomogeneo, con canzoni a pattern, ma una coerenza di fondo data da un suono pulito, niente orrori di equalizzazione e testi chiari, armonici.
(more..)

28 ottobre 2009 at 16:27 - Comments