Fratelli d'Italia
Ed eccomi finalmente qui a scrivere di questo Fratelli d’Italia, dopo essermi letto l’edizione monstre definitiva di 1717 pagine, quella del 1993.
Lo avevo comprato 10 anni fa, e negli ultimi mesi (da Marzo, per la precisione) mi ci sono letteralmente perso dentro.
un giovanotto va da uno psicanalista, e gli domanda se è possibile innamorarsi in maniera duratura e profonda di un elefante. Lo psicanalista risponde che gli studiosi più accreditati ritengono di no. Il giovanotto ringrazia, paga, si alza con qualche imbarazzo. Ma lo psicanalista: “non c’erano altre domande?”. “Oh, solo un consiglio: come sbarazzarsi di un anello di fidanzamento molto molto grosso?”…
Arbasino scrive da Dio, è coltissimo ma anche pop e sa cambiare tono e registro tre volte in una riga. È non per niente uno dei migliori intellettuali del secolo scorso (con puntata anche nei primi di questo secolo, fino alla morte sopraggiunta purtroppo nel 2020).
E tutta la storia (tutto sommato abbastanza semplice, ma con un coup de theatre inatteso nel finale) è anche una tela che serve a fargli dare sfogo a tutte le sue capacità, la sua conoscenza (ci sono citazioni in ogni pagina, e nel 1963, anno di prima uscita, il post-moderno non era ancora canone), la sua penna (alcuni passaggi vi ritrovete a leggerli ad alta voce per sentirli rotolare sulla lingua) e la sua vis polemica (tutte le osservazioni sul mondo gay, sui mondani, sulla società, sul lavoro culturale, sull’educazione, sulla religione).
Hanno l’ambizione de “il dottore è fuori stanza”…
È uno zibaldone, nel migliore dei termini, in cui si segue l’epopea dell’Elefante e di Antonio, in un estate (e un autunno), su e giù per l’Italia, dentro e fuori feste, eventi in società, pomeriggi romani, festival e viaggi.
facoltoso manager veneto, detto il Monager,
Una cosa che si nota è che si tratta del classico libro che magari non tutti hanno letto, ma quelli che lo hanno letto poi hanno fatto cose: Sorrentino ci si è sicuramente ispirato per tutte le scene di mondanità de “La Grande Bellezza” (peraltro, uno dei miei film preferiti), sia come stile (accumulo, piccole meschinità in privato e grandi atteggiamenti in pubblico, il cicaleccio e il pettegolezzo) che come sviluppo della storia (l’Elefante e Jep Gambardella a volte dicono le stesse cose).
Un altro capolavoro che lo ha sicuramente tra i riferimento è La Terrazza, di Ettore Scola, con quella cena a casa del produttore che sembra appunto uscire da queste pagine.
Stessa cosa un’intera certa tv di qualche anno fa, mi viene in mente ad esempio Chiambretti, con questo culto dell’accumulo, del dettaglio, della discussione sul nulla.
Si è rotta una gamba la sciura Lina? È stata punita perché si dava troppe arie, quella stupida. Se l’è rotta la zia Rina? Ha voluto metterla alla prova, nella sua infinita bontà…
E poi via, tra commenti sulla cucina, sullo stile, sull’arte, sulla musica (quanto era cool l’Opera e la musica classica nei ‘60, negli anni del Boom?), una sezione (probabilmente personale, e profondissima) sulla crescita nella Voghera del dopo Guerra, provincia profonda e retrograda (dove si percepisce perfettamente che Antonio e l’Elefante sono due facce della stessa persona, l’Autore).
sapendo bene che il primo che parla (soprattutto con se stesso) perde sempre tutto, su ogni tavolino.
Non è una lettura facile: ci sono anche tanti passaggi (soprattuto in questa edizione omnia) lunghi e che beneficierebbero di un’asciugata. Ma sarebbe contro lo spirito camp dell’opera (e dell’Autore); è un testo di eccessi, sotto tutti i punti di vista. E va vissuto come tale.
«Fossi stato presente agli eventi riferiti nel primo libro del Genesi, talune sviste non si sarebbero verificate!».
Due piccole note a margine, prima di chiudere: l’Elefante, per me, ha l’aspetto e i modi di fare di Enzo Miccio, mi è entrata in testa questa cosa nelle prime dieci pagine e mai sono riuscito a togliermela dalla testa.
La seconda è che, per darvi un idea, ho 128 sottolineature, che vanno da alcune delle righe che ho riportato qui a pagine intere. Se volete, è uno dei vantaggi di un libro così grande: uno ci trova per forza delle cose che gli piacciono.
«Giusto il contrario di quello che vediamo in giro ogni giorno: l’ideologia che si siede con tutto il suo culone collettivo sopra la letteratura, il pensiero, lo stile, perfino il senso civico… Basta un test col lessico: la quantità di vocaboli nuovi d’ostilità e pregiudizio, che cominciano per “anti-” con intenti offensivi, negativi, lesivi… E che pochi sono i propizi o propensi a un qualcosa di favorevole… magari di piacevole… dal momento che non sembrano proprio sradicabili dall’antropologia culturale né dalla natura umana quei brutti vizi della stronzaggine che ci troviamo puntati contro nelle più piccole sortite qualitative… i “ne cherchez plus mon cœur”, quell’amare in più che secondo Adorno può metterci sempre dalla parte del torto
Lo consiglio? No, sarei disonesto a farlo. Mi ha preso mesi e in alcuni momenti, quando si era su toni e temi non graditi, leggerlo è stato un vero e proprio sforzo.
Ma è un testo enorme, con dentro tantissime cose belle che sarebbe peccato non leggere. Forse va tenuto come compagno, come libro parallelo, da leggere (e, mi viene da dire, ri-leggere) ogni tanto, così. Per buttare l’occhio su un mondo.
Hai ragione, lo farò a quaranta, dirò “mustra!” e “slandra!” come i Legnanesi, e sosterrò che è più nazional-popolare di Brecht. Ma bisogna, bisogna fare un qualcosa di vergognoso, un certo non so che per cui si rendano conto d’essere caduti fra i peggio dei peggio, mentre tutto lo chic e la cultura si svolgono altrove, e loro non ci sono…».