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Seguimi! Il marketing come culto, il culto come marketing

44 sottolineature, in un libro da 300 pagine totali. Direi che l’ultima fatica di Gianluca Diegoli, “Seguimi! Il marketing come culto, il culto come marketing” mi ha proprio stuzzicato.

Come in ogni brand cult, rimanere a mani vuote è una delusione: l’acquisto è un rito che permette di sentirsi parte del “cerchio magico” e partecipare attivamente alle conversazioni nella community, magari condividendo la propria prima routine con il nuovo oggetto magico.

Quando avevo scritto del suo “Svuota il carrello” avevo già spiegato perchè ho stima dell’autore, che seguo appunto dai tempi del web 2.0, ormai un’era geologica fa. Oggi l’incarnazione più frequente è la newsletter “Il venerdì di (mini)marketing”, un appuntamento fisso con una visione originale sui temi del marketing, argomento con il quale uno nella vita si trova spesso a che fare (e ancora più spesso nel mio caso, vista la mia professione).

Chi domanda guida la narrazione e indirizza il modo in cui ci percepiamo, preparandoci ad accettare soluzioni.

Ogni tanto, appunto, il buon Diegoli esce dal seminato della newsletter/articolo lungo e si butta nella scrittura di un libro, andando in profondità su un argomento specifico. In questo caso il tema è appunto il dualismo marketing e culto, analizzato da entrambi i punti di vista.

Come sostiene Cory Doctorow, informatico e scrittore americano: «Una patologia del conservatorismo è dire che “le cose erano semplici”. No, eri tu che eri un bambino. […] Il conservatorismo è il desiderio di essere un bambino».

Mai serioso ma sempre serio, l’autore sa abbinare una scrittura facile e gradevole a concetti complessi: tra un culto e l’altro, ciascuno con il proprio capitolo, si arriva a parlare del mio amato Kahneman e dei suoi bias, di Cialdini e della persuasione. Tutti temi che, sebbene originino dal mondo della comunicazione commerciale, sono oggi centrali nella nostra società, visto che oramai un po’ tutto è comunicazione commerciale.

Del resto, nella divulgazione c’è spazio: anche se crediamo di essere degli esperti, in realtà gli italiani di vino non ne sanno poi tanto.

Una ulteriore linea rossa che unisce i capitoli è quella dell’importanza degli schermi: ognuno dei culti/modelli citati oramai passa, per una sua parte, dallo schermo dei nostri device. Anche quelli in teoria più distanti, come il culto dei cammini, parte (con gli stimoli) e arriva (con le social proof) da quello che teniamo nella mano destra.

Più variabili diminuiscono il rischio che una destinazione diventi inflazionata, ma aumenta il cosiddetto PARADOSSO DELLA SCELTA. Il problema del marketing contemporaneo è che troppa scelta paralizza il consumatore, e il proliferare di opzioni di viaggio non sfugge alla regola.

Non mi dilungo sui singoli culti analizzati, lascio a voi la scoperta: si tratta comunque di una scelta ragionata, di casi che tutti conosciamo o direttamente o al massimo con un grado di separazione.
Ammirevole anche il racconto di come, per essere sicuro di raccontare la verità, quasi con un approccio giornalistico, l’autore si sia sottoposto a diverse attività specifiche, tutte mirate a “testare con mano” quello che voleva raccontare.

Il posizionamento del marketing del beauty è dunque più complesso: vai bene come sei, ma puoi essere ancora meglio.

Un libro molto sveglio, agile, che collega punti e rende visibile un fenomeno non banale, mettendo in evidenza molti punti di contatto e un modello comune che, senza problemi, si può inserire nella propria borsa degli attrezzi di lettura della realtà.