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Ario: Sanremo e Otto marzo

Terzo e quarto della serie di uscite mensili della storia di Ario.
La storia si sviluppa, anche se le deviazioni sono ampie.
Ci sono sempre passaggi memorabili e passaggi a vuoto.

Questa volta però un paio di citazioni ce le giochiamo:

«Un vero toro monta tutte le vacche.»

Dal terzo episodio, dove una serata a Escort (non quelle della Ford) prende una piega, come dire, particolare.

Il talento è una maledizione, le aveva detto sua madre. Perché il talento è pigro. È la lepre che si ferma a schiacciare un pisolino per umiliare la tartaruga. Invece, la persona più negata del mondo, impegnandosi ogni giorno, può superare un genio che non fa niente dalla mattina alla sera. Così diceva la teoria. Ma nella realtà, se Adolf Hitler avesse dipinto tutti i giorni della sua vita e Raffaello avesse soltanto disegnato cazzi nei cessi degli autogrill, ora le mostre d’arte sarebbero piene di piastrelle e di organi genitali maschili.

Questa invece viene dal quarto episodio, dove rientra in grande stile la gang dei racconti di Bagni Proeliator per una roba talmente matta da sembrare quasi realistica.

È come con i primi due, anzi, ancora più spinta: trama così così, debolina, ma scrittura folle, fatta di picchi inarrivabili.

Quella roba del talento sopra, appunto.

Vediamo come prosegue, ho già comprato il quinto.