The five

TimVision continua a riservare piacevoli sorprese. Oltre ad esser diventato de facto il fornitore principale e preferito di cartoni animati per la famiglia, grazie alla varietà e alla comodità dello streaming, iniziano anche a spuntare nella sezione delle serie delle esclusive molto gustose. Proprio come questo “The Five”, una serie inglese, prodotta da Sky e che in Italia è andata in premiere proprio sul servizio di streaming di Tim. Ora è in programmazione su RTSI, la televisione della svizzera Italiana.

La serie si costruisce intorno a una sparizione: sulla fine degli anni’90, 5 ragazzi vanno a giocare in un parco. E Jesse, il più piccolo, e fratello minore di uno di loro, sparisce nel nulla.
20 anni dopo, un altro dei presenti quel giorno, Danny, diventato nel frattempo ispettore di polizia, fa una scoperta sconcertante. Sul luogo di un delitto, trova il DNA di Jesse. Fresco. E questo da il via alle indagini e fa tornare insieme i quattro ragazzi di allora, cresciuti, ma senza essersi lasciati ancora alle spalle quel giorno.

Da questo evento si scatena la storia, scritta molto bene, in 10 puntate da 50 minuti l’una, con molta tecnica e molto ritmo. Lo dico subito, non è uno spoiler, ma la storia finisce con la stagione stessa, senza code o codini laterali, nonostante all’inizio sembri esserci uno sparpagliamento molto ampio su vari filoni.
È un bel lavoro, costruito molto bene, girato in maniera più che discreta, dal tono molto british ma che sa appassionare. Ed è anche, a mio avviso, l’ennesima dimostrazione della qualità che si può mettere in una serie, del fatto che, con una forma meno vincolata dai tempi, è possibile organizzare un discorso che alla classica trama “da poliziesco” accompagna anche qualche riflessione più profonda sull’adolescenza, il peso del passato e il diventare grandi.
Mi ha colpito molto la capacità di saper portare avanti bene i vari filoni, di saperli raccordare uno all’altro e quella di costruire molto bene le singole puntate, avere in ognuna sia qualche elemento nuovo, qualche apertura, e anche la chiusura di un pezzo precedente, senza avere mai puntate completamente interlocutorie o campate per aria. Si vede insomma che l’autore (il giallista Harlan Coben) e il suo team sanno di cosa si parla e hanno potuto fare un bel lavoro, magari non immaginifico e che farà gridare al miracolo dalla critica, ma molto solido e piacevole.

Chiudo quindi consigliandola, soprattutto agli appassionati di thriller e a chi vuole vedere una serie sapendo che finirà in tempi ragionevoli e non essere rimandato alla ventundicesima puntata della sedicesima serie per capire un evento descritto nella prima puntata della prima serie.

Les revenants

Ho visto questa bella serie televisiva, della durata un paio di stagioni per 24 episodi totali, in circa quattro-cinque mesi (Questo è quello a cui ti costringe la vita del papà di famiglia, ndr).
Serie che parla di morti viventi, ma con approccio assolutamente diverso dal solito alle serie gore di zombie alla The Walking Dead.

Screenshot dei titoli (grazie wikipedia)

Anche in questo caso abbiamo il classico stilema dei morti che tornano alla vita, ma invece di scrivere la sotria in maniera didascalica, indugiando sulle scene di violenza e cercando il disgusto dello spettatore, in questo caso si sceglie una strada completamente inversa: violenza al minimo (c’è una sola scena di violenza zombie classica in tutta la serie), ricerca della “compassione” dello spettatore, focus quasi esclusivo sul punto di vista di chi vede ritornare i propri cari.
Questa scelta permette sostanzialmente due cose:
a) di affrontare in maniera precisa e approfondita, soprattutto nella prima stagione, il tema della perdita. Che non è una cosa così scontata per una serie televisiva. Il tema è complesso, delicato, personale e difficile, ma viene affrontato bene.
b) di mettere in piedi una struttura narrativa abbastanza inusuale e molto piacevole, corroborata anche qui da una scrittura di ottimo livello. Puntata per puntata si aggiungono tasselli, si ritorna sui propri passi, si arricchiscono di dettagli eventi già visti, riuscendo contemporaneamente a non mettere troppa carne al fuoco ma a mantenerla comunque molto saporita.

Forse nella seconda serie si vede nelle ultime puntate una certa necessità di chiudere e alcuni dei punti aperti della vicenda vengono risolti con un colpo di accetta, ma a differenza di Lost qui si arriva a una situazione finale, chiara, credibile e robusta (cosa che a me piace sempre).

Serie molto piacevole, che ha come lato positivo per me anche la durata non eccessiva, che mi sento di consigliare. La prima serie l’ho vista su TimVision (il servizio di streaming di Tim), la seconda l’ho “recuperata” dalle registrazioni di quando è andato in onda su “La F”, che una volta stava sul 50 del digitale terrestre, e che purtroppo ora è sparito.

Netflix vs. Sky Online vs. Infinity

Da un annetto a questa parte sono entrato nel mondo dello streaming online serio.
Ho iniziato all’inizio del 2014, approfittando di Unlocator per abbonarmi a Netflix. Poi a Settembre ho avuto un mese gratis di Infinity, poi a Dicembre è iniziato Masterchef e ho fatto l’abbonamento introduttivo di SkyOnline e un mesetto fa Vodafone ha regalato alla Signora 3 mesi di Infinity (ancora).
Grazie allo Smart Tv F6200 di Samsung, al Chromebox e alla tanta voglia di divano, ho condotto lunghi e approfonditi test che qui vado a raccontarvi.

Per ogni servizio, valuterò 3 fattori fondamentali: catalogo, tecnica (software / qualità streaming) e costo.

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MK808, ovvero Android sul TV

Antefatto: a giugno/luglio inizio a pensare a come impostare il sistema multimedia/Internet di casa. Dopo varie pensate, e lunghe consultazioni in chat con @gioganci, giungo all’idea definitiva: Modem Adsl che supporti Samba e abbia porta USB per attaccarci disco da 2,5”, clienti vari presenti già sui cellulari e tablet della famiglia e, da collegare alla televiosione, un bel mediaplayer, non avendo una smart tv ma “solo” un bel Samsung FullHD. Leggi tutto “MK808, ovvero Android sul TV”

The cat is on the table

Prodromica all’articolo è la visione su Youtube dell’intervento di Beppe Bigazzi a “La prova del cuoco” costatogli la (temporanea, si auspica) sospensione.
Vi si afferma un fatto storico incontrovertibile: il gatto è stato un alimento.
E come tutte le cose che l’uomo ha scelto di mangiare (cfr. Buono da mangiare, M. Harris), ci sono delle ragioni precise, legate alla situazione sociale e alla cultura del tempo in cui se ne sta nutrendo.
Ora, cambiate le condizioni culturali, mangiare un gatto in Italia è diventato un tabù. Come lo è da anni, per esempio, chiedere carne di cavallo negli Stati Uniti. E uso la parolà “tabù”, come se stessimo parlando di religione, proprio per sottolineare il legame strettissimo e la comunanza di atteggiamenti che che vi è tra il rapporto dell’uomo con Dio e il rapporto dell’uomo con il cibo. Mangiare gatto 60 anni fa era giustificato, perché era maggiore il beneficio di riempirsi la pancia rispetto a quello dell’affetto di un animale. Oggi la situazione è diametralmente opposta: siamo in una situazione di abbondanza tale da poterci permettere di riempire la pancia nostra e del gatto, ricevendone in cambio fusa e pelo sul divano :).
Negare che l’uomo abbia mangiato (o, in barba alla legge, mangi) gatto è negare un passo nell’evoluzione dell’uomo. E’ fare del creazionismo, è nascondere ciò che si è stati. Le reazioni indignate degli animalisti (purtroppo compresa la Sottosegretaria Francesca Martini) non sono, ancora una volta, altro che la dimostrazione della loro scarsa lungimiranza e incapacità di comunicare, inutilmente immobili su una posizione di “no” assoluti.

Disease marketing

C’è ancora qualcuno che considera una notizia il fatto che al Congresso Mondiale degli allergologi venga lanciato un “allarme allergie”, con relativa descrizione di scenari apocalittici con malattie mutanti che partono da un’allergia ai pollini fino a diventare una misteriosa “allergia globale alla frutte e alle verdure”?
Si, il Tg5. Che ci confeziona pure 3 minuti di servizio per il tg delle 20.

Vi dico solo che settimana prossima c’è il Congresso mondiale dei Proctologi: fossi in voi, comprerei dei future della Preparazione H

Striscia la mestizia

Come al solito, non ci si accorge di quanto approssimative, scorrette e facilone siano le trasmissioni tv fino a quando non parlano di qualcosa di ben conosciuto a chi ascolta.
A me è successo in questi due giorni con la serie di servizi di Striscia la Notizia sugli additivi alimentari.
Alcuni punti, così come vengono:
1) fare le pulci all’uso di additivi che fanno cuochi come Adrià o Blumenthal è come andare a Hollywood a dire che nei loro film ci sono troppi effetti speciali. Una persona normale non va da Adrià, da Blumenthal, ma anche da Bottura, per mangiare ogni giorno, ne ci và per mangiare quello che mangerebbe ogni giorno. Se uno vuole cose stupefacenti, quali le consistenze, le forme e i colori proposti da questi cuochi ed è dotato di un minimo di intelligenza, sa benissimo che quei risultati verranno raggiunti con ingredienti inusuali, che peraltro consumati una volta ogni tanto non danno problemi. E’ ancora il solito tritissimo concetto di cui Super size me è la più famosa forma: mangiate solo ed esclusivamente XXX per un mese e starete male. E XXX può essere qualsiasi alimento, dal menù di McDonald alla fiorentina.
2) Adrià stesso ha dichiarato da Fazio, proprio durante la sua 3 giorni milanese in cui è stata fatta l’intervista trasmessa stasera da Striscia e in un setting da intervista e non da interrogatorio, che basta dirgli al momento della prenotazione se una persona soffre di particolari allergie e lui il menù lo adatta. Peraltro non penso esista ristoratore talmente pirla sulla faccia della terra da mentire a un eventuale domanda di un cliente sul contenuto di eventuali allergeni in un piatto.
3) “Tutto è chimico, tutto è naturale”. Le categorie dello spirito “Naturale/Chimico”, all’alba del 2009, possono andare a farsi benedire. Il monossido di carbonio è naturale ed è la più grossa truffa che si può fare per vendere carne marcia come se fosse fresca. L’olio di oliva è chimico, in quanto raffinato, ma nessuno ha mai detto che non va consumato. Nel tonno in lattina che sta 5 anni nella dispensa non ci sono conservanti, ce ne sono invece nei prodotti freschi che stanno prima di scadere magari 40 giorni nel vostro frigo. Da approfondire quanto dichiarato dal professore dell’Università di Milano: le affermazioni erano talmente incoerenti tra loro da supporre un collage della redazione di Striscia per “fargli dire” quanto loro ritenevano opportuno.

Per il resto, chi vuole approfondire può leggersi l’articolo pubblicato oggi dall’ottimo Bressanini.

Vederci chiaro

“The only way to control your content is to be the best provider of it.”

Questo è il punto di vista della NBC (televisione di stato norvegese) che ha messo su un tracker bittorrent con cui distribuire online il proprio contenuto.
Piratebay, mininova, anche eMule hanno avuto successo perchè sono semplici: non DRM, no stupidi player da installare che poi non funzionano o registrazioni che chiedono ottomila dati per vedere un video in una finestra 100 x 40

File in chiaro, in torrent, che uno si copia sulla chiavetta e vede sulla tv o sul telefonino.
E ci scommetto che se anche uno ci buttasse dentro 2-3 spot, nessuno direbbe nulla, anzi, ce li vedremmo quasi volentieri.

(via Slashdot)