Altai – Wu Ming

Wu Ming è uno dei miei autori italiani preferiti e quando ho saputo che stavano preparando un ritorno nel mondo di Q, sono stato molto contento, sebbene il loro Manituana non mi avesse fatto impazzire, forse per una mia idiosincrasia per gli indiani.
Qui invece la passione è scoccata a pagina 1.
La storia di Emanuele/Manuel da Venezia a Costantinopoli ha molti livelli di lettura: è un eccitante racconto di cappa e spada,di intrighi, ma è anche molto di più. Come in tutti i libri del collettivo, dietro una storia narrata magistralmente ci sono mille spunti di riflessione: qui mi ha colpito tantissimo il tentativo (riuscito) di parlare di convivenza religiosa in un altro tempo e in un altra prospettiva. Mi ha colpito il senso di modernità che può dare parlare di orrori come la violenza dei vincitori, l’applicazione della giustizia anche narrando una storia di quando non c’era la luce elettrica, di come non sia necessario parlare con “parole d’oggi” (“abbiamo cercato di scartare ogni termine non esistente nel 1569”) per riflettere sul rapporto tra popolo e potenti in guerra.
E il passaggio, da pelle d’oca, nel primo Interludio, quando rientra in campo il protagonista di Q, che qui gioca un ruolo marginale, da aiutante del protagonista, se questa fosse un analisi da scuole medie e se Wu Ming scrivesse secondo i canoni. Ma si va oltre e Gert/Ismail/Il Vecchio qui ha il ruolo del sapiente, di chi porta un altro (l’ennesimo) punto di vista.
Di più, senza spiattellare la trama, non posso dire. Se non consigliarvi di leggerlo, anche se non avete letto Q.

Marca privata

Stimolato da questo twit di Marco e da questo articolo postato in risposta da Sissio volevo dire un paio di cose da “persona informata dei fatti” sulla questione della marca privata.

Perchè un’ azienda fa marca privata?
Perchè ha della capacità produttiva a disposizione.
Un’industria alimentare moderna è molto ottimizzata e poco flessibile.
Una linea di produzione ferma, che non produce, è un costo (ammortamento, personale), meglio farla andare comunque, producendo sempre lo stesso prodotto e venderlo al limite anche al prezzo di costo o poco di più. E’ la vecchia storia dei “ricavi marginali”: quel prodotto che vendo al prezzo di costo almeno mi aiuta a pagarmi i costi fissi. Inoltre ci sono anche i benefici sul costo materie prime: più merce riesco a comprare, minore sarà il prezzo unitario.

Ma perchè non usare una ricetta di minore qualità per questi prodotti?
Per due motivi. L’operazione più rognosa per un industria alimentare sono i cambi ricetta e i cambi formato sulla stessa linea: tra lavaggi (per questioni ad esempio di ingredienti a cui le persone possono essere allergiche) ed adattamenti tecnici (consistenze diverse, tempi di cottura diversi) possono volerci alcune ore a passare da un prodotto a un altro. E l’abbiamo visto prima che una linea ferma sono soldi persi.
Secondo motivo: la Grande distribuzione non è stupida, se mette il nome su un prodotto vuole che sia conforme a certi standard di qualità, perchè il cibo è importante sia come “nutriente” che come “elemento sociale”. pensate a quante attenzioni e cure si mettono nella scelta e preparazione del cibo, soprattutto quando ci sono di mezzo persone più deboli (bambini, malati).
Siccome l’offerta di produttori è ampia e molto maggiore del numero dei clienti, un’insegna scontenta ci mette un attimo a trovarsi un altro fornitore che allo stesso prezzo fa un prodotto della qualità voluta. E l’azienda che ha voluto provare a risparmiare si ritrova con la linea ferma e i soldi che escono.

Quindi prezzo del prodotto di marca = prezzo del prodotto di marca privata + pubblicità + margine della ditta?
Non è così semplice.
La marca privata prende un prodotto già affermato, si cerca i produttori e chiede sostanzialmente “chi mi fa questa cosa con queste caratteristiche al minor prezzo?”. I casi di innovazione (sia come formula, che come confezione, che come proposta) fatti dalle catene di distribuzione sui prodotti sono pochissimi.

La vera marca, oltre a produrre i suoi prodotti tradizionali, ha anche la funzione di lanciare nuovi prodotti, provare nuovi processi, testare nuovi ingredienti. Teniamo presente che di 10 “innovazioni” lanciate nel mercato alimentare, solo 1 si rivela vincente. Le altre 9 falliscono, e su tutti questi sono stati comunque spesi molti soldi per pubblicità, ricerca, inserimento nei punti vendita.
Il numero di prodotti presenti in un supermercato è oggi tale che se non si spendono molti soldi per pubblicizzarlo, metterlo sui volantini, farlo andare in promozione è probabile che il consumatore non si accorgerà mai della sua esistenza.

Un paragone un po’ risquè ma efficace potrebbe essere che un’azienda di marca è come un club sportivo che deve garantirsi il proprio futuro tramite le giovanili, provando 100 ragazzini e sperando che tra questi ci sia il futuro campione.
Una catena della grande distribuzione invece è il grande club che acquista il giocatore “finito” e lo mette nelle condizioni di rendere al massimo.

Spero di aver detto qualcosa di interessante, anche solo come spunto per un’ulteriore discussione.
Se ci sono punti poco chiari, od ho scritto qualche bestiata, i commenti sono qui apposta.

Dichiarazioni di voto

Logo del Piratpartiet
Le elezioni europee non saranno mai vere elezioni europee fino a quando i partiti saranno strettamente nazionali o peggio ancora regionali.
Ad esempio io a sto giro voterei senza dubbio per il Piratpartiet svedese. E badate bene, non tanto per la questione di Bittorrent e di Pirate Bay, ma per le eccellenti e chiarissime idee che ha su cosa è la rete, come può essere regolata e cosa è diritto dell’utente (la privacy, la difesa dai potenziali rischi) e cosa è dovere dell’utente (non commettere reati quali lo stalking, l’intrusione e tutte quelle belle cose che iniziano con cyber e finiscono in -ing).

Esempio di rosicata

“Tutti mi hanno svergognato tranne il quotidiano Libero dicendo che sono una ballerina che sparla di scienza. Ma ho detto il vero. Di fronte abbiamo Maiani, un gran figlio di una ballerina che fa la scienza.Ma dice il falso.”
On. G.Carlucci, 6 marzo 2008, qui.

A prescindere da chi abbia ragione o torto in questa querelle (arrivarci da soli non è difficile…), spiegatemi voi perchè una persona capace, che decida di fare scienza, debba scegliere di rimanere a farla in un paese dove, oltre a tutti gli altri problemi, il suo lavoro viene giudicato da persone assolutamente incompetenti nella materia.

Comunque il post linkato della Carlucci è la più grossa rosicata che si legge su internet da tempo. Quel post farebbe godere un troll per secoli.

Cultura convergente

di Henry Jenkins, Apogeo Editore, 368 pp., 22 euro

Questa recensione va in onda a reti unificate tra il blog e la mia pagina di aNobii

Cominciamo con la sola e unica critica: traduttore e editor del libro, in ginocchio sui ceci! Un refuso a pagina, traduzioni zoppicanti, italianizzazioni brutali, sintassi cervellotica. Nella nota finale Vincenzo Susca, curatore dell’edizione, si permette pure di dire

“Abbiamo quindi dovuto, seguendo la tradizione editoriale italiana, limare alcuni spiccati tratti di informalità e tendere l’elaborato in modo tale da renderlo più “scientifico” di quanto non fosse all’inizio”

Ovvero, rovinarlo, perchè la forza enorme di questo libro sta proprio nella chiarezza, nello stile in your face, che usa i fatti per spiegare, non prova a convincerti con complicati e “scientifici” arzigogoli sintattici.
Leggi tutto “Cultura convergente”

Chi di viral ferisce…

di viral (marketing) perisce.

Ricordate “Evolution”, il video virale (preparato da Dove) che mostrava come le “donne-della-pubblicità” appaiono splendide soprattuto grazie all’opera di truccatori, fotografi e grafici? Spopolò circa un annetto fa.

Ryeclifton risponde oggi con questo video:

Ovvero: tutto è marketing, anche le buone intenzioni. E due brand della stessa azienda possono proporre valori completamente opposti. E’ sufficiente che il consumatore non sappia?

Appena finisco di leggere un libro, seguirà più lunga riflessione su marketing, media, adbusting e simili. Abbiate pazienza.

Arte Italiana 1968-2007 Pittura

Gran mostra, davvero una gemma per l’estate milanese.
Un gran numero (oltre il centinaio) di pezzi, che coprono gli ultimi 40 anni di pittura.
Praticamente un pezzo per artista, molti nomi importanti ma anche molti meno noti e tutta la parte sui veri contemporanei (2000 in poi) costellata da vere piccole gemme di artisti poco noti. Che però lo saranno, poco noti, ancora per poco.
Penso che uno dei significati della mostra sia quello di far vedere che la pittura oggi non è solo segno incomprensibile, che gli artisti degli ultimi anni non sono tutti piccoli Jackson Pollock o Fontana.
C’è spazio e valore per il figurativo, per il paesaggio, per il realismo e per l’iperrealismo. E soprattutto c’è spazio per la tecnica: ci sono dei gran bei pezzi di questi anni dove la matita svergognano la resa delle migliori fotografie bianco e nero di Basilico, o dove l’olio può essere tranquillamente quello di una rande del ‘600. Quello che cambia, ed è bene che sia così, sono i messaggi.

A lato (ma comprese obbligatoriamente nel biglietto, mpf…) personale su Cavagliero, definito come “il più sconosciuto dei pittori italiani del primo trentennio del novecento”. Tutto sommato, uscendo dalle sale, si capisce perchè sia il più sconosciuto e come tutto sommato si meriti di rimanerlo…

Si chiude poi con 3 sale 3 dedicate a Giò Ponti, grande architetto e designer. Nulla da ridire sul valore dell’opera esposta, ma si cade nella solita contraddizione: se il design è unione di bello e utile, per apprezzare l’opera di un maestro dovrei poter vedere (e qui ci siamo) e provare gli oggetti (e qui non ci siamo).
Le sue sedie saranno anche splendide, ma se non fossero comode, l’artista avrebbe realizzato il suo scopo?

A parte questi piccoli difetti, l’ennesima conferma, dopo quanto di bello visto con Serafini e Balkenhol al Pac, che l’estate milanese è stata davvero una bella estate d’arte.

GLF

Prima papa punk, poi papa della musica d’autore. Ora supporter del papa.

Stasera Giovanni Lindo Ferretti, ex CCCP-CSI-PGR,è stato ospite di Otto e Mezzo e ha confermato quello che già da molto si vedeva: un uomo completamente in pace con se stesso, pieno di grazia, lontano mille milioni di chilometri dall’apice del suo essere famoso ma così vicino alle sue radici e alla sua carne. Esempio di coerenza nonostante gli stravolgimenti continui a cui ha sottoposto la sua vita e la sua arte. Vederlo fare (che sia parlare, che sia cantare) è sempre esperienza utile.