Coach Wooden’s Pyramid of Success

John Wooden è un mostro sacro della pallacanestro. È famoso per essere stato l’allenatore della squadra di college di UCLA, vincitrice di titoli a ripetizione e produttrice di grandissimi giocatori, su tutti due nomi, Lew Alcindor (poi Kareem Abdul Jabbar) e Bill Walton. È mancato da qualche anno,nel 2010, ma ha lasciato un’impronta indelebile sulla pallacanestro.
Ho scoperto dopo che oltre a tanti libri sullo sport ha scritto anche questo piccolo, curioso, libro sulla realizzazione personale: “Coach Wooden’s Pyramid of Success“. Un giorno gironzolavo per Amazon e l’ho preso per il Kindle.
È scritto a quattro mani con Jay Carty, suo ex giocatore poi diventato pastore, scomparso poche settimane fa (a maggio del 2017). Coach Wooden parla delle esperienze della sua vita, Carty corrobora con passaggi biblici e testimonianze.
Il libro descrive un vero e proprio “schema” di principi della vita, la piramide del titolo, composta da dei comportamenti e degli atteggiamenti che aiutano l’uomo a raggiungere il successo.
Si parte dai comportamenti di base e si sale, fino alla vetta.
Il libro è una lettura piacevole, ovviamente richiede di essere ben disposti verso l’argomento e il taglio cristiano con cui è affrontato. Gli interventi di Wooden sono ovviamente i più piacevoli, arricchiti da numerosi aneddoti presi dalla sua lunga vita. La parte di Carty è un po’ più enfatica, citazionista.
Mi è molto piaciuta la definizione di successo che viene data, molto diversa dal solito: “fare al meglio quello che si è destinati a fare”. Slegandosi dai risultati, slegandosi dagli esiti, ma valutando lo sforzo messo, la direzione e la qualità dello stesso.

Non un capolavoro, ma quello non me lo aspettavo, ma un testo ricco di buone citazioni e frasi su cui pensare.

Tabloid inferno

Ho letto questo “Tabloid Inferno” dopo averlo visto consigliato da una post su Giap, il blog d(e)i Wu Ming. Mi ha incuriosito molto l’argomento di questo libro, ovvero i giornali di quarta categoria: cose tipo Cronaca Vera e simili, stampati a tre quattro colori, fatti di storie “a tema”.
Ne ho comprati, ne ho letti e ho sempre avuto la sensazione che ci fosse dietro qualcosa di strano, che venissero fatti in qualche modo particolare: come arrivano le storie, chi le sceglie? Ho letto anche vari pezzi online proprio su Cronaca Vera, che tramite racconti e interviste al direttore cercavano di raccogliere risposte alle loro (e mie) domande.
Da questo libro mi aspettavo quindi una serie di aneddoti “da fuoriusciti”, qualche dettaglio di produzione: in parte questi nel libro sono presenti, quindi almeno per una parte è andata bene.
Peccato però che siano affogati in una serie di commenti lamentosi e autocommiseranti dell’autrice che, nonostante bazzichi questo mondo da anni e non nasconda anche il suo piacere nel farne parte e nell’animarlo, per tutto il libro continua a cercare una scusa che giustifichi in qualche modo questa sua appartenenza.
Peraltro non avrebbe nulla da giustificare, si tratta di raccontare storie, non sta commettendo nessun reato, ma lei continua a parlare di quello che ha fatto usando i famosi, anzi ormai celeberrimi, termini “narrazione tossica”, “dissonanza cognitiva” e via così. Che onestamente sembrano dei paroloni messi lì per coprire degli spazi e vestire a festa qualcosa di banale.
Alla fine, se fai una cosa, la fai. E passi oltre. Farla e poi continuare a ripetere che fa schifo non serve a nulla. L’alternativa è non farla. Certo, non avrai poi da raccontare i tuoi anni vissuti pericolosamente tra il racconto di omicidio e la selezione delle relative foto, ma almeno non dovrai ammorbare il prossimo con quanto questo ha causato la morte dei tuoi ideali.
Peccato perché alla fine, pulito dalle lamentele e dalle scuse non richieste, un po’ di cose interessanti (sia su come funzionano queste riviste, ma anche su alcuni casi di cronaca del passato) ci sono e sono molto piacevoli da leggere, scritte bene. Quindi il mestiere, alla fine, c’è davvero.

L’ultima estate di Berlino

Federico Buffa è un’idolo. È uno dei principali responsabili della mia passione per l’NBA: le cose che ha scritto su American Suprbasket, le cose che ha detto in TV su Tele+. Ho anche una (terrificante) foto con lui, scattata una sera a un’amichevole precampionato Pallacanestro Varese – Castelletto Ticino.
A un certo punto gli è venuto il bernoccolo di liberarsi dal commento all’evento sportivo e fare narrazione pura, praticamente teatro: gli è venuta una roba spettacolare, iniziata con le storie NBA (l’apice con l’episodio su MJ), spostatasi sul calcio e mescolatasi con l’altra Storia (l’episodio su Arpad Weisz).

Poi ha preso il format e l’ha portato dove doveva stare, ovvero a teatro. E da quello spettacolo lui e il suo team (è bravissimo a mettere in mostra i meriti della squadra) hanno tratto questo romanzo, L’ultima estate di Berlino.

Classico romanzo storico, miscela di vero, verosimile e inventato, basato sull’intreccio delle vicende di 2-3 personaggi alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Dietro i personaggi, anche qui, la Storia, con il nazionalsocialismo che si stava preparando alla guerra. Scritto bene, in maniera scorrevole, con personaggi interessanti e credibili. È evidente la suggestione teatrale e televisiva, è un libro che lavora per quadri e immagini, più che per intrecci, ma sa tenere all’erta il lettore.
Il gioco sta nell’immaginarlo letto da lui, con il suo stile e le sue inflessioni, ma penso che anche ai non adepti possa risultare piacevole.

Senza entrare nei dettagli dell’intreccio, che è semplice ma piacevole e che lascio scoprire a chi vorrà leggerlo, è interessante il modo in cui si riesce a trattare la banalità del male, il fatto che una cosa come il Nazismo, oggi ritenuta da tutti una delle tristi cime del male dell’uomo, abbia avuto un’origine, una crescita tutt’altro che osteggiata, con la sua grandeur esaltata, con azioni e atteggiamenti discriminatori che diventarono normali a tutti e che molti accettarono e supportarono.
Non è il solito “o poveri tedeschi”, perchè, a conseguenze non note, vien fuori come una parte dei tedeschi ci credesse, al nazionalsocialismo; nonostante i semi della barbarie fossero stati piantati, per quieto vivere, o peggio, per convinzione, si chiudevan gli occhi, o si condivideva tiepidamente, la discriminazione, la violenza, l’odio in una fase domestica, comunitaria, lontana dalla guerra.
E questo viene raccontato con l’Olimpiade, con lo sport e con la reazione sociale allo sport.

Lanzarote

Lanzarote è sostanzialmente un racconto breve di Michel Houellebecq. Non sarebbe degno di nota, passerebbe tra le produzioni minori, ma questo racconto di circa 60 pagine è original perché integrato da una una serie di foto, scattate proprio dall’autore durante una delle sue vacanze nell’isola delle Canarie e soprattutto perché in nuce anticipa alcuni dei temi che verranno nei suoi romanzi successivi, sia “La possibilità di un’isola” che “Sottomissione“.
Il racconto è anche abbastanza misero e, a differenza degli ultimi testi di Houellebecq, risente ancora del suo feticismo verso le descrizioni degli incontri sessuali dei protagonisti, molto presente nei suoi primi libri.
Aldilà della semplicità e della rozzezza del testo, è interessante il modo in cui Houellebecq tocca ancora una volta un suo tema forte: il sentirsi inadatti qui e adesso, in una società che sfugge di mano. Qui però il protagonista trova una soluzione tutto sommato positiva, mosso dagli incontri fatti sull’isola di Lanzarote con le due turiste tedesche e con il belga Rudy.
Il fatto che ci sia quasi un lieto fine per il protagonista è per i testi dell’autore francese una cosa abbastanza particolare.
Diciamo che un testo di questo tipo non aggiunge praticamente nulla al valore dell’autore ed è sostanzialmente una curiosità per appassionati, però personalmente sarà che è ambientato in un’isola che adoro sarà che tratta comunque dei temi che mi hanno sempre fatto incuriosire all’opera dell’autore, tutto sommato è stato piacevole dedicargli una sera.

Nota a margine: e`stato il primo libro che ho letto grazie all’app di MLOL, ovvero il servizio di prestito libri elettronico a cui aderisce la mia biblioteca e, in generale, Fondazione per leggere. Devo dire che per testi di questo tipo, brevi e visuali, leggere sul tablet Android e`sopportabile e permette di usufruire di un catalogo molto ampio, disponibile veramente “in punta di dito”.
Certo, funzionasse (senza troppi intoppi e trucchi) anche su lettori ebook…

Kobane calling

Leggetelo e basta.

No, seriamente: leggetelo, non scherzo. Siamo dalle parti di “libro più bello degli ultimi 3 anni” o “se devi leggere un libro quest’anno, leggi questo”. Ed è pure un fumetto da 200 e rotte tavole, non ci sono scuse, si legge in qualche ora. Su, qui c’è il link a Amazon: Kobane Calling.

Fumetto che raccolgie i racconti e le riflessioni di 2 viaggi in Siria/Turchia/Iraq; le zone dell’Isis, del famoso Stato Islamico. A differenza id altri, ZC ha alzato il culo e l’ha portato la, per vedere dal vero come vanno le cose, per confrontare la realtà vista dai suoi occhi e le sue idee. E lo fa in una maniera splendida, la sua, mischiando battute gergali e riflessioni geopolitiche, riferimenti anni ’90 e storie di profughi che fanno torcere le budella.

Si va ben oltre la questione dello Zerocalcare autore generazionale, si va oltre il “il fumetto è il nuovo romanzo”: qui c’è una storia, ci sono valori, ci sono spiegazioni, ci sono opinioni ben chiare e ben spiegate. È una Narrazione con la lettera maiuscola, una di quelle cose che segnano, arricchiscono, fanno pensare.

Come in altre cose di Zerocalcare (in particolare quelle più narrative, con un respiro maggiore delle strisce del blog) c’è anche (e ne avevamo già parlato per Dimentica il mio nome) un punto di vista, certo, chiaro e definito, messo in mezzo senza nasconderlo o volerlo adattare al gusto della maggioranza.
E proprio per le sue qualità narrative si può apprezzare pur senza condividerlo al 100%. La qualità e la chiarezza delle opinioni sono da apprezzare e bisogna dare atto a ZC che non fa MAI un passo per accontentare più pubblico possibile. È una coerenza che in un autore ammiro tantissimo.
Con questo voglio dire che ZC non dà mai per scontato che stia presentando “i fatti”, non si pone mai “in assoluto”, per nessuno degli aspetti, in alcuni casi sacrosanti, che descrive.

Al di là delle opinioni, comunque, dopo averlo letto capirete 1000 volte meglio un sacco di cose relative a Siria, Islam, Isis.

Davvero, libro consigliatissimo.

Le molte feritoie della notte

Preso in offerta del giorno su Amazon, “Le molte feritoie della notte” è una raccolta di lunghi articoli su alcuni aspetti di Fabrizio De André. È un testo molto “cartaceo”, che raccoglie e mette in fila pezzi di interviste, di altri testi e di documenti inediti, provenienti dal fondo di scritti di De André presso l’università di Siena. L’obiettivo è approfondire alcuni aspetti meno battuti dell’opera di De Andrè.

È un testo scritto da appassionati per appassionati, c’è pochissima biografia e molta analisi; ho scoperto diversi fatterelli nuovi e letto analisi interessanti, decisamente non banali. Non ci troverete il solito elogio dell’anarchico che si legge in altre situazioni, ma cose come un passaggio sulla vicinanza concettuale con Papa Francesco, ad esempio, che è molto bello e profondo; oppure anche la sezione iniziale sulla “Scuola Genovese” o meglio sulla sua “non esistenza”.
Pur non essendo completamente un novellino sul tema De André, mi sono invece perso, purtroppo, in alcuni passaggi dove anche a me mancavano dei riferimenti e delle conoscenze, sia fattuali che concettuali.

È sicuramente un libro scritto con molta competenza e passione, ma richiede di conoscere già tante cose per essere apprezzato. Se non siete cultori della materia, lasciate perdere (o iniziate da testi più facili).

I cechi non osano sedersi in tram

Nel 2013, via Radio Popolare, avevo sentito parlare di “101 motivi per non vivere in Giappone” e del suo autore, Mattia Butta. Comprai il libro su Kindle, lo lessi, con discreto gradimento. Qualche mese fa, per altre vie (un articolo condiviso o qualcosa del genere) mi sono ritrovato a sottoscrivere il feed del suo blog e poi, curiosandoci, a scoprire che di libro ne aveva scritto un altro, in precedenza, sempre sul tema “italiani all’estero” ma legato questa volta alla sua esperienza a Praga. E quindi me lo sono scaricato.

In Repubblica Ceca non ci sono mai stato; o meglio, sono stato 4 giorni a Praga a fare il turista, e quindi non posso sapere niente della vita locale. Ma dalla lettura del libro, beh, posso dire che è un paese che mi piacerebbe molto, così come mi piace la mentalità della gente che lo abita. Emerge dai capitoli del libro, che affrontano ciascuno un aspetto diverso della vita quotidiana, uno stile di vita molto quieto, senza lazzi, un popolo lineare, diretto, che rispetta le regole e che non ha bisogno di infrangerle per sentirsi realizzato. Ma si comprende anche come questa tranquillità sia solo uno stile, e che anzi quando c’è da fare, i cechi fanno e sono attivi e diretti all’obiettivo.
Certo, alcuni aspetti mi terrorizzano (ballo, chi ha detto ballo ?!) ma molti altri non lo fanno per nulla, questo concentrarsi sulla sostanza, anche a scapito della forma, è un aspetto molto piacevole e interessante.

Lo stile è scorrevole e piacevole, molto colloquiale; rispetto al libro sul Giappone si punta meno alla stranezza, sia perché tutto sommato i cechi sono Europei, e quindi una base comune c’è, sia perché il libro è costruito meno sul metterle in evidenza queste differenze. Da frequentatore del blog ho poi imparato ad apprezzare lo stile di Mattia: anche quando scrive qualcosa con cui non si è d’accordo (e succede), lo stile e il modo di esporre sono sempre chiari; è sempre possibile fissarsi sul fatto e mai sulla forma con sui sono dette le cose. E per me è un pregio.

Il libro si scarica dalla pagina dedicata sul sito, dove ora c’è anche quello sul Giappone (non si compra più da Amazon ma da un altro servizio).

L’armata dei Sonnambuli

Che bel romanzo storico! Scritto con mestiere (è comunque una delle specialità della casa), narra un intreccio perfetto ambientato nella Rivoluzione Francese: storie all’inizio slegate, storie all’inizio ininfluenti, storie all’inizio quasi dissonanti (il lavoro iniziale sui linguaggi è splendido). Ovviamente poi, dopo un lungo sviluppo, confluiranno insieme. In parallelo si dipanano le vicende della Rivoluzione Francese. Come già in Q, il collettivo Wu Ming ha sempre la capacità di “aprire le crepe” del periodo storico, raccontandoli con un taglio mai pesante ma che mette in luce non solo i meri eventi, ma anche i movimenti e i cambiamenti che ci stanno sotto. Non c’è mai una nozione o una data da mandare a memoria, ma ho imparato e capito la Rivoluzione e quello che ne è seguito piú qui che non sui banchi di scuola. C’è qualche passaggio un po’troppo arcano, ma niente che una veloce lettura del profilo del personaggio coinvolto su Wikipedia non possa sanare.

E poi qui e la, certe dinamiche, certi personaggi, certi passaggi, certi episodi, non potranno non richiamare certi passaggi dell’oggi, del rapporto tra piazza e potere, del concetto di Rivoluzione e di controrivoluzione. Come già in Altai, e come in tutta l’opera narrativa di Wu Ming, i livelli di lettura sono molteplici.

È insomma un ottimo romanzo, che svolge benissimo sia la funzione “narrativa” dell’intreccio che “descrittiva” del periodo storico. Bisogna solo avere un po’ di fiducia all’inizio, perché di certo non si parte in media res (o meglio, si parte sì, ma voi non lo sapete ancora).

Come per tutti i libri di Wu Ming, è in copyleft ed è liberamente scaricabile dal loro sito (ricordate però che copyleft non preclude comunque un contributo 😉 ).

Mi è dispiaciuto dover aspettare (la circolazione elettronica inizia un anno dopo la stampa) ma i libri di carta non ho proprio più lo spazio dove metterli…

Bugie nel carrello

Il supermercato come museo, come luogo d’esplorazione e scoperta: la visione che Dario Bressanini presenta nel suo Le bugie nel carrello mi trova d’accordo, e non solo per pura deformazione professionale.
L’interesse sul cibo è ai suoi massimi storici, cavalcato dai media tradizionali (programmi e libri di cucina, reality show, anche “come si fanno i prodotti industriali”) e moltiplicato dai social media, dove ogni persona può mettere in mostra la sua fame o le sue abilità. Ma come per tutte le cose, all’aumentare dell’interesse non sempre è abbinato un reale aumento della conoscenza, non sempre c’è lo sforzo di “andare oltre” l’apparenza, di provare a conoscere tutti gli aspetti degli alimenti.
Ecco allora che Bressanini prova, giocando con l’analogia supermercato-museo, a fare la guida, a provare a raccontare qualcosa di più su una serie di esempi in campo alimentare: prova ad aumentare la consapevolezza della mano che si allunga sullo scaffale. Lo stile è il solito, divulgativo, del professore dell’Insubria, semplice e scorrevole ma rigoroso; gli argomenti sono vari, dalle patate al selenio, al Kamut(R), al “naturale”.
Per ognuno di questi si prova ad andare oltre quanto detto o strillato sulle confezioni e nelle pubblicità, per vedere cosa e quanto c’è di corretto o se invece c’è qualche iperbole troppo azzardata. Con rigore, chiarezza (e anche un po’ di ironia)

Ripeto: non è tanto il tema (ammetto che non ho imparato granchè di nuovo, ma sapevo di non essere il target) ma è il metodo che mi piace. Molto chiaro, ricco di bibliografia e riferimenti, che pur dando risposte chiare non pretende di soddisfare la curiosità ma che anzi fornisce anche numerosi spunti da approfondire.
Risponderà ad alcune domande ma ve ne farà venire altre (e vi indicherà anche un possibile metodo per soddisfarle): non male.

Altri libertini

Libro della mia formazione, Altri libertini.
L’ho ricomprato su Amazon a causa di un click errato (oh, anche gli “acquisti un click” ogni tanto sono scomodi). Ma ho fatto buon viso a cattivo gioco e l’ho riletto. Tanto non è ne il primo ne l’ultimo libro che mi ricompro in digitale.
Comunque anche a, boh, vent’anni dalla mia prima lettura e a trenta dall’uscita ha ancora tutta la sua forza, la sua leggibilità, la capacità di creare curiosità verso l’essere giovani dei primi anni’80.
Che poi, adattate le droghe e la musica, non è tanto diverso dall’essere giovani nei’90 o nei 2000 (nei ’10 non so, ormai sono fuori categoria, a 36 anni ho scoperto che non si può più neanche partecipare alla giornata mondiale della gioventù).
E la cosa bella di questo libro di Tondelli è proprio quella: che racconta le cose e i pensieri dell’essere giovani, mettendoci pesantemente anche del suo. Che racconta la forza delle illusioni, delle idee, delle fisse dell’avere vent’anni. Del fare stupidate e delle conseguenze. Del crescere.
E’ volgare e anticonformista? Sì, come lo sono tutte le cose dei giovani, se viste con gli occhi dei grandi. E non lo è per pura forma, volgarità ed voglia di stupire sono due modi per far uscire l’energia della giovane età.
Un grande libro sulla giovinezza, che si apprezza sempre.