Coach Wooden’s Pyramid of Success

John Wooden è un mostro sacro della pallacanestro. È famoso per essere stato l’allenatore della squadra di college di UCLA, vincitrice di titoli a ripetizione e produttrice di grandissimi giocatori, su tutti due nomi, Lew Alcindor (poi Kareem Abdul Jabbar) e Bill Walton. È mancato da qualche anno,nel 2010, ma ha lasciato un’impronta indelebile sulla pallacanestro.
Ho scoperto dopo che oltre a tanti libri sullo sport ha scritto anche questo piccolo, curioso, libro sulla realizzazione personale: “Coach Wooden’s Pyramid of Success“. Un giorno gironzolavo per Amazon e l’ho preso per il Kindle.
È scritto a quattro mani con Jay Carty, suo ex giocatore poi diventato pastore, scomparso poche settimane fa (a maggio del 2017). Coach Wooden parla delle esperienze della sua vita, Carty corrobora con passaggi biblici e testimonianze.
Il libro descrive un vero e proprio “schema” di principi della vita, la piramide del titolo, composta da dei comportamenti e degli atteggiamenti che aiutano l’uomo a raggiungere il successo.
Si parte dai comportamenti di base e si sale, fino alla vetta.
Il libro è una lettura piacevole, ovviamente richiede di essere ben disposti verso l’argomento e il taglio cristiano con cui è affrontato. Gli interventi di Wooden sono ovviamente i più piacevoli, arricchiti da numerosi aneddoti presi dalla sua lunga vita. La parte di Carty è un po’ più enfatica, citazionista.
Mi è molto piaciuta la definizione di successo che viene data, molto diversa dal solito: “fare al meglio quello che si è destinati a fare”. Slegandosi dai risultati, slegandosi dagli esiti, ma valutando lo sforzo messo, la direzione e la qualità dello stesso.

Non un capolavoro, ma quello non me lo aspettavo, ma un testo ricco di buone citazioni e frasi su cui pensare.

L’ultima estate di Berlino

Federico Buffa è un’idolo. È uno dei principali responsabili della mia passione per l’NBA: le cose che ha scritto su American Suprbasket, le cose che ha detto in TV su Tele+. Ho anche una (terrificante) foto con lui, scattata una sera a un’amichevole precampionato Pallacanestro Varese – Castelletto Ticino.
A un certo punto gli è venuto il bernoccolo di liberarsi dal commento all’evento sportivo e fare narrazione pura, praticamente teatro: gli è venuta una roba spettacolare, iniziata con le storie NBA (l’apice con l’episodio su MJ), spostatasi sul calcio e mescolatasi con l’altra Storia (l’episodio su Arpad Weisz).

Poi ha preso il format e l’ha portato dove doveva stare, ovvero a teatro. E da quello spettacolo lui e il suo team (è bravissimo a mettere in mostra i meriti della squadra) hanno tratto questo romanzo, L’ultima estate di Berlino.

Classico romanzo storico, miscela di vero, verosimile e inventato, basato sull’intreccio delle vicende di 2-3 personaggi alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Dietro i personaggi, anche qui, la Storia, con il nazionalsocialismo che si stava preparando alla guerra. Scritto bene, in maniera scorrevole, con personaggi interessanti e credibili. È evidente la suggestione teatrale e televisiva, è un libro che lavora per quadri e immagini, più che per intrecci, ma sa tenere all’erta il lettore.
Il gioco sta nell’immaginarlo letto da lui, con il suo stile e le sue inflessioni, ma penso che anche ai non adepti possa risultare piacevole.

Senza entrare nei dettagli dell’intreccio, che è semplice ma piacevole e che lascio scoprire a chi vorrà leggerlo, è interessante il modo in cui si riesce a trattare la banalità del male, il fatto che una cosa come il Nazismo, oggi ritenuta da tutti una delle tristi cime del male dell’uomo, abbia avuto un’origine, una crescita tutt’altro che osteggiata, con la sua grandeur esaltata, con azioni e atteggiamenti discriminatori che diventarono normali a tutti e che molti accettarono e supportarono.
Non è il solito “o poveri tedeschi”, perchè, a conseguenze non note, vien fuori come una parte dei tedeschi ci credesse, al nazionalsocialismo; nonostante i semi della barbarie fossero stati piantati, per quieto vivere, o peggio, per convinzione, si chiudevan gli occhi, o si condivideva tiepidamente, la discriminazione, la violenza, l’odio in una fase domestica, comunitaria, lontana dalla guerra.
E questo viene raccontato con l’Olimpiade, con lo sport e con la reazione sociale allo sport.

Kobane calling

Leggetelo e basta.

No, seriamente: leggetelo, non scherzo. Siamo dalle parti di “libro più bello degli ultimi 3 anni” o “se devi leggere un libro quest’anno, leggi questo”. Ed è pure un fumetto da 200 e rotte tavole, non ci sono scuse, si legge in qualche ora. Su, qui c’è il link a Amazon: Kobane Calling.

Fumetto che raccolgie i racconti e le riflessioni di 2 viaggi in Siria/Turchia/Iraq; le zone dell’Isis, del famoso Stato Islamico. A differenza id altri, ZC ha alzato il culo e l’ha portato la, per vedere dal vero come vanno le cose, per confrontare la realtà vista dai suoi occhi e le sue idee. E lo fa in una maniera splendida, la sua, mischiando battute gergali e riflessioni geopolitiche, riferimenti anni ’90 e storie di profughi che fanno torcere le budella.

Si va ben oltre la questione dello Zerocalcare autore generazionale, si va oltre il “il fumetto è il nuovo romanzo”: qui c’è una storia, ci sono valori, ci sono spiegazioni, ci sono opinioni ben chiare e ben spiegate. È una Narrazione con la lettera maiuscola, una di quelle cose che segnano, arricchiscono, fanno pensare.

Come in altre cose di Zerocalcare (in particolare quelle più narrative, con un respiro maggiore delle strisce del blog) c’è anche (e ne avevamo già parlato per Dimentica il mio nome) un punto di vista, certo, chiaro e definito, messo in mezzo senza nasconderlo o volerlo adattare al gusto della maggioranza.
E proprio per le sue qualità narrative si può apprezzare pur senza condividerlo al 100%. La qualità e la chiarezza delle opinioni sono da apprezzare e bisogna dare atto a ZC che non fa MAI un passo per accontentare più pubblico possibile. È una coerenza che in un autore ammiro tantissimo.
Con questo voglio dire che ZC non dà mai per scontato che stia presentando “i fatti”, non si pone mai “in assoluto”, per nessuno degli aspetti, in alcuni casi sacrosanti, che descrive.

Al di là delle opinioni, comunque, dopo averlo letto capirete 1000 volte meglio un sacco di cose relative a Siria, Islam, Isis.

Davvero, libro consigliatissimo.

Bugie nel carrello

Il supermercato come museo, come luogo d’esplorazione e scoperta: la visione che Dario Bressanini presenta nel suo Le bugie nel carrello mi trova d’accordo, e non solo per pura deformazione professionale.
L’interesse sul cibo è ai suoi massimi storici, cavalcato dai media tradizionali (programmi e libri di cucina, reality show, anche “come si fanno i prodotti industriali”) e moltiplicato dai social media, dove ogni persona può mettere in mostra la sua fame o le sue abilità. Ma come per tutte le cose, all’aumentare dell’interesse non sempre è abbinato un reale aumento della conoscenza, non sempre c’è lo sforzo di “andare oltre” l’apparenza, di provare a conoscere tutti gli aspetti degli alimenti.
Ecco allora che Bressanini prova, giocando con l’analogia supermercato-museo, a fare la guida, a provare a raccontare qualcosa di più su una serie di esempi in campo alimentare: prova ad aumentare la consapevolezza della mano che si allunga sullo scaffale. Lo stile è il solito, divulgativo, del professore dell’Insubria, semplice e scorrevole ma rigoroso; gli argomenti sono vari, dalle patate al selenio, al Kamut(R), al “naturale”.
Per ognuno di questi si prova ad andare oltre quanto detto o strillato sulle confezioni e nelle pubblicità, per vedere cosa e quanto c’è di corretto o se invece c’è qualche iperbole troppo azzardata. Con rigore, chiarezza (e anche un po’ di ironia)

Ripeto: non è tanto il tema (ammetto che non ho imparato granchè di nuovo, ma sapevo di non essere il target) ma è il metodo che mi piace. Molto chiaro, ricco di bibliografia e riferimenti, che pur dando risposte chiare non pretende di soddisfare la curiosità ma che anzi fornisce anche numerosi spunti da approfondire.
Risponderà ad alcune domande ma ve ne farà venire altre (e vi indicherà anche un possibile metodo per soddisfarle): non male.

Altri libertini

Libro della mia formazione, Altri libertini.
L’ho ricomprato su Amazon a causa di un click errato (oh, anche gli “acquisti un click” ogni tanto sono scomodi). Ma ho fatto buon viso a cattivo gioco e l’ho riletto. Tanto non è ne il primo ne l’ultimo libro che mi ricompro in digitale.
Comunque anche a, boh, vent’anni dalla mia prima lettura e a trenta dall’uscita ha ancora tutta la sua forza, la sua leggibilità, la capacità di creare curiosità verso l’essere giovani dei primi anni’80.
Che poi, adattate le droghe e la musica, non è tanto diverso dall’essere giovani nei’90 o nei 2000 (nei ’10 non so, ormai sono fuori categoria, a 36 anni ho scoperto che non si può più neanche partecipare alla giornata mondiale della gioventù).
E la cosa bella di questo libro di Tondelli è proprio quella: che racconta le cose e i pensieri dell’essere giovani, mettendoci pesantemente anche del suo. Che racconta la forza delle illusioni, delle idee, delle fisse dell’avere vent’anni. Del fare stupidate e delle conseguenze. Del crescere.
E’ volgare e anticonformista? Sì, come lo sono tutte le cose dei giovani, se viste con gli occhi dei grandi. E non lo è per pura forma, volgarità ed voglia di stupire sono due modi per far uscire l’energia della giovane età.
Un grande libro sulla giovinezza, che si apprezza sempre.

Il partigiano Johnny

Queste quattro righe non possono che essere parziali: a me Fenoglio piace tanto; lo scrissi qui, lo ripeto ancora adesso.
Pensare che Il partigiano Johnny sia un romanzo incompiuto, scritto e risistemato postumo da studiosi di Fenoglio (la versione che ho letto io è la seconda, quella di Dante Isella) e che nonostante questo abbia tutta questa forza, bellezza, qualità è sconcertante: è la dimostrazione leggibile che dove c’è la forza di un’idea, di una voglia di raccontare, di storie (con la esse minuscola o maiuscola non fa differenza), la finitura, la perfetta contiguità, i buchi nei paragrafi non contano. Anzi, diventano parte del valore del libro.
La Resistenza è un periodo che colpevolmente non conosco; forse faccio parte della prima generazione che l’ha quasi del tutto ignorata, se l’è sentita raccontare solo da qualche nonno, magari quando era piccolo, senza capire fino in fondo cosa vuol dire “Guerra civile”.
Fenoglio non è il primo autore che ho letto sul tema, ma è quello che tutte le volte mi ha insegnato qualcosa: non solo a livello storico, ma soprattutto a livello umano. È stato capace di parlare delle storie degli uomini, di sceglierle e costruirle bene, utili a spiegare cose molto più grandi.
Nel dramma di Kyra, nel primo terzo del romanzo, con Johnny appena arrivato nei badogliani, c’è tutta la guerra civile: Kyra è partigiano in montagna, suo fratello maggiore è ufficiale fascista giù ad Alba. Uomini contro uomini, fratelli contro fratelli: da una parte un regime morente, dall’altra una risposta di puro orgoglio, disorganizzata, eroica ma piena di limiti.
Non è tanto un discorso di ragione o torto, in Fenoglio non c’è nessun intento di giustificazione: ma la ricerca dell’umanità nel conflitto, la volontà di trovare i danni e le ferite tra le persone fanno sì che questi libri siano chilometri avanti rispetto a tutto il resto che io abbia mai letto sul tema. Esemplare è anche il passaggio della cattura del soldato fascista, che stava scappando. Attraverso le storie, comuni, semplici, si passa oltre la retorica e si spiega, davvero, cosa è successo.

Nel caso del Partigiano Johhny, il respiro del romanzo (parliamo comunque di un bel bestione da 500 pagine) permette poi di seguire tutti gli eventi dall’8 settembre in poi, dalle prime timide fasi iniziali con la fuga di Johhny e l’imboscamento, alla presa di coscienza, all’inizio dell’avventura partigiana e a tutto il suo sviluppo, gli alti e bassi e la fine.
Una visione continua, dettagliata, analitica, anche sulla vita di tutti i giorni dei partigiani: partiti con il supporto di tutti e arrivati alla fine con la fame e le privazioni. Un viaggio eroico, anche qui però raccontato senza spocchia, senza moralismo, ma con l’occhio di chi le cose le ha vissute e non ha interesse a ingigantirle per renderle memorabili.

E quindi è un libro che mi è piaciuto veramente tanto, soggetto, stile, storia, tutto. E mi son messo in testa che prima o poi andrò a Mango.

P.S. Un plauso ai quattro geni che, su Amazon, si lamentano che l’edizione Kindle “è sbagliata” perché ogni tanto ci sono delle parole o frasi inglesi.

Fantozzi, rag. Ugo: La tragica e definitiva trilogia

Secondo me, vi farà lo stesso effetto che ha fatto a me e la lettura di Fantozzi, rag. Ugo : La tragica e definitiva trilogia vi lascerà in testa una sola, grande, domanda: “Ma quanto è cinico Villaggio?”. Perchè la cosa che colpisce di più in questa trilogia di libri è che, caduto il filtro del cinema, del visualizzabile, della macchietta, il primo a trattare male Fantozzi è proprio il suo autore. Che qui può appunto essere sincero al 100% e sottoporre Fantozzi a sofferenze incredibili, torture violente, che mal si sarebbero prestate alla rappresentazione cinematografica, e stiamo parlando comunque di una serie di film dove in una scena Fantozzi viene crocefisso in sala mensa.
I primi due libri sono di poco anteriori e quasi coevi rispetto ai film (con soprattutto i primi 2 che pescano a piene mani dagli episodi descritti) e seguono anche quello stile, con molta satira, una forma comica molto descrittiva, ma già in quelli e soprattutto nel terzo (di fine anni ’80, all’apice del successo del Ragioniere) quello che emerge è una violenza, una volgarità e una negatività che nei film non è mai emersa; se il Fantozzi del cinema mette nello spettatore una sorta di allegra schadenfreude, il Fantozzi del libro è più simile a un eroe tragico, a una vittima dell’hubris, a un eroe negativo che dovrà avere qualche colpa per tutto il male che gli succede e che quindi non suscita nessuna empatia. Il primo è una macchietta, il secondo un eroe tragico.
Forse è dovuto anche al fatto che Villaggio non ha mai amato il successo di Fantozzi, che ha un po’ nascosto le sue altre doti e, per fame di successo, l’ha un po’ obbligato a fare quello che il pubblico gli chiedeva.
I raccontini che compongono i testi si leggono come acqua fresca, è una pausa divertente e non impegnativa, ma ogni tanto qualche passaggio vi lascerà un po’ lì così, con quella sensazione strana e mezza bocca un “Povero Fantozzi!”. Non sarà facile, da questa vista, dargli della merdaccia a cuor leggero.

Millennium: Re, predoni, cavalieri e la nascita della cristianità

Questo Millennium: Re, predoni, cavalieri e la nascita della cristianità l’ho comprato un anno e mezzo fa, sempre grazie alla beneamata Offerta del Giorno.
Non nascondo che la mole (siamo oltre le mille pagine cartacee equivalenti) e il tema, su cui dopo l’entusiasmo iniziale mi ero un po’ raffreddato, ne hanno determinato un certo periodo di marinatura nella lista dei “Da Leggere” sul mio Kindle. Poi l’ho preso in mano all’inizio delle vacanze in montagna e mi ha fatto compagnia per quasi due mesi, all’inizio con un po’ di diffidenza ma poi diventando molto piacevole.

Il tema iniziale è “Cosa è successo in Europa al passaggio del millennio”. Ma non si parla di orologi o computer, perché il passaggio di cui si parla è quello dal primo al secondo, ovvero lo scavallamento dell’anno mille.
In realtà poi il punto di vista si apre, e il libro diventa una ricca e dettagliata cronistoria della trasformazione dell’Europa da Carlomagno (800 d.C.) alla riconquista di Gerusalemme (circa 1100 d.C.), 300 anni in cui si è definitivamente passati dai residui dell’epoca Romana alla nascita e affermazione dei grandi imperi Europei.
Si intrecciano successioni strettamente cronologiche, quasi cronachistiche, a analisi più geografiche, dove si segue in dettaglio cosa successe in una certa zona.

Ammetto di essere un caprone in storia, e quindi partivo da una tabula rasa che andava solo riempita, ma farlo con questo libro è stato abbastanza piacevole. Non nascondo che in certi punti sarà facile confondersi tra i vari personaggi storici con nomi simili, che la lettura non sarà sempre avvincente (anzi: in certe letture serali, si è mostrato un ottimo sonnifero), ma si arriva
alla fine del libro con la sensazione netta di aver imparato qualcosa, non tanto i nomi (ricordarseli tutti è impossibile) ma quantomeno un po’ di motivi e ragioni sul come sono nati gli stati moderni, sulle relazioni tra di loro e sui loro retaggi storici.
Particolarmente mi hanno colpito le parti sulla dominazione araba in Spagna e Italia e la parte sull’Impero Romano d’Oriente: non so se per ombelicismo o lontananza geografica, ma non avevo mai avuto modo di approfondire un po’ questi due fenomeni. Leggerne in questo libro mi ha affascinato e mi ha mostrato come, già nell’anno Mille, ci fossero stati periodi in cui l’Europa centrale continentale avesse vissuto da subalterna nel progresso sociale e scientifico.

Particolare, non per tutti, ma interessante per chi come me parte da zero.

Sottomissione

Sottomissione è l’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, autore per cui per un certo periodo ho straveduto, da cui poi mi sono distaccato e che invece con questo libro ha saputo farsi riapprezzare.

Il francese (mi rifiuto di scrivere troppe volte il cognome, per non scriverlo in 18 modi diversi) è praticamente dal suo esordio un “caso” letterario: fin dai suoi primi lavori ha unito finissime citazioni ed analisi filosofico-psicologiche a dettagliatissime scene di sesso, violenza e perversioni varie.
Motli hanno ovviamente guardato e giudicato solo le seconde, ma fortunatamente molti si sono accorti anche della bontà e della validità delle prime, avventure profonde sia nell’attuale condizione dell’uomo sia in possibili scenari di futuro prossimo.

È ne “Le particelle elementari” che le storie disperate dei due fratelli Bruno e Michel fanno da prolegomeni allo studio, da parte di quest’ultimo, delle tecniche genetiche e biomolecolari che porteranno alla replicazione perfetta, alla nascita di una nuova generazione di figli dell’uomo, che grazie alla tecnica può avere una vita felice “by design”.

È in “Piattaforma” che si racconta di come la salvezza dell’uomo perso sia ancora l’Amore (al netto della singola, tragica, parabola, dovuta a circostanze esterne, molto meno centrali nel libro di quello che venne detto al lancio).

In “La possibilità di un’isola” c’è stato, per me, un passaggio a vuoto: i temi c’erano (l’uomo animale sociale oltre la tecnica, oltre la scienza) ma forse troppo diluiti, mancava la precisione, la sintesi degli altri testi.

Qui, in questo “Sottomissione”, l’autore fa uno scarto rispetto al suo solito: alla profonda analisi letteraria e psicologica manca questa volta il diretto contraltare della crudezza degli atti.
Ci sono praticamente un paio di scene di sesso, peraltro accessorie, non c’è quasi violenza; sebbene spiazzante (un autore è comunque un essere in parte definito dal suo stile) non crea assolutamente problemi al romanzo, che sta in piedi. Forse, con tutta questa fama, non c’è più bisogno di epater le bourgeois per far parlare di se? O forse si sono scelti altri strumenti per farlo, meno evidenti (vi spiego a breve)?

Comunque, il libro di cosa parla? (Da qui in avanti, spoiler, su questo e altri romanzi del francese).
Parla di uomini, di relazione con il potere, di futuro, di narrativa del potere. E di Huysgens.
Ah, sì, c’è anche dell’Islam, come forse avrete potuto intuire leggendo le varie recensioni, ma a mio avviso il ruolo è prettamente funzionale: se i cattivi del momento fossero stati i gruppi estremisti di un’altra religione, Houellebecq avrebbe potuto tranquillamente scegliere quelli. Ma visto che la scelta più verosimile era ora quella dell’Islam, quella è stata fatta.

La trama è molto semplice: nel 2020, professore universitario di mezza età, insegnante di lettere moderne, ha una crisi di mezza età sullo sfondo di una Francia che elegge il suo nuovo presidente, per la prima volta non proveniente da ctrodestra o centrosinistra ma dai Fratelli musulmani, nuova forza politica dominante. Seguono piccoli cambiamenti nella società, che alla fine il protagonista non percepisce così gravi come se li aspettava.

Rispetto a “Piattaforma”, sembra si sia fatta una rivoluzione completa: se là l’Islam era il male che armava la mano dei terroristi che ponevano fine all’Amore, qui la rivoluzione di un governo islamico in Francia è raccontata (almeno in facciata) come un cambiamento morbido, di velluto, addolcito da una legge che non è la sharia stretta tanto temuta ma una sorta di bel vivere civile, che risolve da sé anche i problemi della violenza delle periferie e in cambio chiede solo qualche piccola concessione per chi la vuole come la poligamia o il velo in pubblico (in Francia attualmente vietato).
Concessioni che però, ora che sono reali, alla fine il protagonista non sembra vedere neanche come così drammatiche.
Una sorta di blando assopimento della laicità, un leggero ma continuo inchino verso gli usi islamici, di cui il protagonista coglie solo gli aspetti positivi (parafrasando: “potrò avere una moglie di quarant’anni e una di quindici, e chissenefrega se devono metter il velo, se lo faranno andare bene”).
Un ambiente in cui diventa accettabile convertirsi all’Islam per tornare a lavorare, ad insegnare.
Un ambiente che sembra quasi accettare con blando torpore dei cambiamenti che solo pochi anni prima destavano il più alto disprezzo (interessanti i passaggi sui movimenti identitari), a riconsiderare in pochi mesi il ruolo della donna dopo decenni di lotte (e con le donne in prima fila a spingere questa revisione).

Ci sono solo due dettagli che fanno lasciano intravedere altre visioni, che, penso molto volontariamente, Houellebecq lascia aperte: la continua presenza di riferimenti al Medioevo e al suo inizio, come inizio morbido di un’era di buio per l’Europa e la chiusura netta, quasi con una cinematografica dissolvenza a nero, del romanzo, che si ferma proprio all’inizio di questa nuova era, senza mostrare cosa succederà dopo.

Il libro sembra quindi una delicatissima introduzione a un grande sonno della ragione, le cui conseguenze sono purtroppo note. Ma la forza con cui viene narrata la normalità della scelta è stordente, e la scelta di narrarlo con questo tono colloquiale, quasi dimesso, è buona parte della forza del romanzo.
Sonnolento, scritto in maniera magistrale, visionario nella sua terribile, quasi meschina, microscopica quotidianità.

Capolavoro consigliato.

Come imparare a dire di no senza sensi di colpa

Come imparare a dire di no senza sensi di colpa e il significato sta veramente tutto nel titolo.

Saper dire di no nella maniera giusta è un’arte e questo libro potrà aiutarvi a fare un interessante ripasso di tanti piccoli accorgimenti, cambi di punto di vista, minimi trucchi per farlo nel migliore dei modi; anche (o forse soprattutto) se non siete “altruisti compulsivi” come i protagonisti del libro, casi clinici che punteggiano di esempi le varie analisi dell’autrice psicologa e che, a mio avviso, sono fianco eccessivi per il lettore normale (o forse in analisi ci si può liberare di pesi che nella vita normale uno fa di tutto per tenere nascosti).

Molte delle cose scritte sono spesso riprese anche nei vari corsi di formazione che uno si trova a fare al lavoro: l’importanza della comunicazione non verbale, la necessità di saper tenere il punto, la giusta sequenza con cui dire le cose, finendo sempre su una nota positiva.
Sono trucchetti, che a un’analisi completa e veramente razionale non dovrebbero funzionare, perché sono scorciatoie, giochini. Però quando li proviamo ad applicare, funzionano, forse proprio perché chi c’è dall’altra parte non fa una analisi completa e razionale; e quindi probabilmente anche noi stessi non la facciamo, quando queste tecniche vengono usate su di noi. E questo manda ai pazzi uno come me, che (si) crede nel razionale assoluto.

Piccolo, leggibile, poco impegnativo, atto a prestarsi ai “buoni propositi del rientro”. Un buon libro per l’estate. Eviterei solo di prenderlo sul serio al 100%, perché alcune cose hanno senso per i soli casi descritti nel libro…