Tabloid inferno

Ho letto questo “Tabloid Inferno” dopo averlo visto consigliato da una post su Giap, il blog d(e)i Wu Ming. Mi ha incuriosito molto l’argomento di questo libro, ovvero i giornali di quarta categoria: cose tipo Cronaca Vera e simili, stampati a tre quattro colori, fatti di storie “a tema”.
Ne ho comprati, ne ho letti e ho sempre avuto la sensazione che ci fosse dietro qualcosa di strano, che venissero fatti in qualche modo particolare: come arrivano le storie, chi le sceglie? Ho letto anche vari pezzi online proprio su Cronaca Vera, che tramite racconti e interviste al direttore cercavano di raccogliere risposte alle loro (e mie) domande.
Da questo libro mi aspettavo quindi una serie di aneddoti “da fuoriusciti”, qualche dettaglio di produzione: in parte questi nel libro sono presenti, quindi almeno per una parte è andata bene.
Peccato però che siano affogati in una serie di commenti lamentosi e autocommiseranti dell’autrice che, nonostante bazzichi questo mondo da anni e non nasconda anche il suo piacere nel farne parte e nell’animarlo, per tutto il libro continua a cercare una scusa che giustifichi in qualche modo questa sua appartenenza.
Peraltro non avrebbe nulla da giustificare, si tratta di raccontare storie, non sta commettendo nessun reato, ma lei continua a parlare di quello che ha fatto usando i famosi, anzi ormai celeberrimi, termini “narrazione tossica”, “dissonanza cognitiva” e via così. Che onestamente sembrano dei paroloni messi lì per coprire degli spazi e vestire a festa qualcosa di banale.
Alla fine, se fai una cosa, la fai. E passi oltre. Farla e poi continuare a ripetere che fa schifo non serve a nulla. L’alternativa è non farla. Certo, non avrai poi da raccontare i tuoi anni vissuti pericolosamente tra il racconto di omicidio e la selezione delle relative foto, ma almeno non dovrai ammorbare il prossimo con quanto questo ha causato la morte dei tuoi ideali.
Peccato perché alla fine, pulito dalle lamentele e dalle scuse non richieste, un po’ di cose interessanti (sia su come funzionano queste riviste, ma anche su alcuni casi di cronaca del passato) ci sono e sono molto piacevoli da leggere, scritte bene. Quindi il mestiere, alla fine, c’è davvero.

The Breaks of the Game

The Breaks of the Game è un libro di David Halberstam e se vi piace il basket NBA e in generale gli sport professionistici, questo è un libro fondamentale.

Scritto alla fine dei ’70, racconta una stagione intera dei Portland Trail Blazers, dalla preseason ai Playoff (spoiler!), vista dall’autore Halberstam, un grande giornalista (Pulitzer nel ’64) e soprattutto non un giornalista sportivo.
La mano del campione si sente: in questo libro Halberstam narra storie di uomini e sport con un tono che anche a quasi quarant’anni di distanza si distingue per chiarezza e leggibilità.
La ricerca e descrizione meticolosa delle storie dei giocatori, dei tecnici, l’allontanarsi dall’uso dei luoghi comuni, la volontà di “passare il livello” nell’analisi di una scelta tecnica: se esiste la narrativa sportiva moderna di qualità, molto probabilmente l’inizio è possibile rintracciarlo qui.
L’esempio che meglio simbolizza questo metodo ha un nome e un cognome: Kermit Washington. A molti non dice nulla, all’appassionato NBA è noto come “quello che ha scassato la faccia a Tomjanovich”. Qualcuno si avventurerà anche a usarlo come simbolo del gioco violento dei ’70.
Halberstam va oltre, entra nella sua vita personale e apre al lettore il mondo di Washington: i modi, la storia pre e post colpo, la famiglia. Da uno stereotipo si passa a un uomo.
Con lucidità di analisi, parlando di fatti, Halberstam smonta la teoria del pazzo scatenato, mette in luce che quello con Tomjanovich è stato un incidente sfortunato nella carriera e nella vita di un uomo.
E lo stesso metodo viene applicato anche a altri temi: il tema della razza, il tema dell’essere un pro, il rapporto tra giocatori e proprietari, il problema dei soldi.

La qualità è talmente alta, i temi talmente profondi che, sebbene si basi su fatti di 35-40 anni fa, la chiave di lettura è ancora attuale e può essere tranquillamente usata per “leggere” le relazioni sociali nell’NBA di oggi o in qualunque altra lega professionistica seria.

È godibilissimo in lingua originale, un inglese americano pulito e comprensibilissimo che non abusa di termini tecnici o modi di dire.
Leggetelo, fidatevi.

Se una notte d’inverno un viaggiatore

Ogni tanto leggo anche dei libri che possono essere chiamati “letteratura”, roba seria, con un’allure di polvere, quelli che si leggono appoggiando una mano alla testa e facendo un’espressione contrita.
In questo caso parliamo di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino, uno dei massimi scrittori italiani del dopoguerra.
Uno scrittore che personalmente mi è sempre piaciuto sin dalle obbligatorie letture della Trilogia de I nostri antenati fatte alle scuole medie, nelle letture fatte per conto mio (sempre nel periodo delle medie) di Marcovaldo e forse (ma onestamente non ricordo, anche del Sentiero dei nidi di ragno.
In “Se una notte …” Calvino affronta il tema del libro e della lettura, siamo quindi in piena area metafisica o meglio di meta letteratura. Il libro parla di libri, il libro parla di lettori, il libro parla di leggere, il libro parla di se stesso; quindi unendo la ricchezza concettuale del tema e la nota ricchezza verbale dell’autore viene fuori un libro molto denso, pieno di cose.
Non è il libro che uno si mette lì la sera e ne legge 60 pagine in un colpo per sapere come va a finire, è un libro che si centellina, anche per la sua struttura, che richiede una certa digestione, che va affrontato anche riga per riga in certi punti. Questo però non perché sia particolarmente difficile o complicato, ma perché è pieno di riferimenti, figure retoriche, costruzioni particolari: è difficile comprendere una frase alla prima lettura, o meglio, ci sono molti livelli diversi di riferimenti e indicazioni, con i più profondi che sono nascosti alla prima lettura.
L’intreccio è abbastanza semplice perché tutta la complessità sta nel modo in cui vengono raccontate le storie e nella costruzione stessa del racconto. Come sempre sarò parco di dettagli sulla storia per non rovinare la sorpresa a nessuno, ma anche una storia quasi banale, se scritta da un grande scrittore (e Calvino lo è) può diventare appassionante. La bezzezza del banale / LA banalità della bellezza.

Nell’edizione Kindle è molto interessante anche l’introduzione e la “cover letter” di Calvino presenti all’inizio del libro che cercano di spiegare un po’ la struttura del romanzo; da parte mia personalmente suggerisco di leggerle dopo aver completato la lettura del romanzo, usandole più come verifica delle proprie idee maturate durante la lettura che come guida alla lettura.

Personalmente è una variazione divertente, per me che leggendo prima di andare a dormire spesso mi rifugio in libretti leggeri da relax.

Manna: Two Visions of Humanity’s Future

Librettino minimo, 80 pagine, si legge in due ore ma ci si pensa sopra per giorni.
Oltre alla versione Kindle, linkata qui sopra, è disponibile anche gratis al sito dell’autore, sebbene in una scomoda forma fatta di pagine HTML (al limite si può tirare giù con wget).

E’ stato scritto una decina di anni fa e, da buon libro di fantascienza, è diventato estremamente attuale.
Pur se l’intreccio è continuo, il libro è diviso nettamente in due parti.

La prima è molto attuale e racconta della “semplice” introduzione in un fast food di un supervisore informatico, che sostituisce il responsabile del negozio nel dire cosa fare e nel valutare come è fatto.
Sebbene possa apparire banale, le implicazioni sono molto più ampie di quello che sembrano: le trasformazioni descritte sono perfettamente logiche e plausibili, il classico “già, è vero. E’ così semplice”. E il disastro lavorativo che ne consegue è impressionante, soprattutto perché appare ineluttabile.
Nella seconda parte, il protagonista arriva in una sorta di limbo, vicinissimo al 1984 di Orwell, e poi si si sposta e vira gentilmente sulla fantascienza (almeno ai nostri occhi), offrendo però una interessante riflessione sulla gestione della ricchezza.

La prima parte mi ha molto colpito perché, proprio in questi giorni, sto in un progetto che non è molto dissimile da una sorta di supervisore, sebbene fortunatamente più semplice: lì si parla di gestire un ristorante fast food, qui si parla di gestire progetti, ma le differenze sono molte meno di quelle che si pensi.
È l’idea di una macchina che ci dica cosa fare, che misuri come lo facciamo e quanto ci mettiamo e che, appena abbiamo fatto, prenda questa informazione e decida il prossimo passo.
È l’idea di una macchina che sostituisce una persona, un “colletto bianco”, in un’attività che non è almeno in apparenza ripetitiva e che richiede discernimento, valutazione.
È l’idea che dopo la catena di montaggio delle cose si arrivi alla catena di montaggio delle idee.
Ci siamo sempre detti che le macchine non sono intelligenti; non ci siamo mai detti cosa potrebbe succedere se le macchine usassero la nostra intelligenza, ma con i loro ritmi.
“Studia, perché chi studia ha un futuro” di colpo non è più vero.

Il nucleo concettuale dell’intermezzo e della seconda parte è invece qualcosa che richiama il concetto di reddito di cittadinanza.
In un mondo che, dati alla mano, produce abbastanza ricchezza per tutti, nella seconda fase si discutono in maniera dettagliata, pur con una ricca patina fantascientifica, due realtà completamente opposte.
Non vado nei dettagli per non svelare il romanzo, che rende il concetto comprensibile proprio perché lo approccia per gradi, a passi brevi e giocando molto sulle differenze bianco/nero.
Ma è sicuramente, tra le varie che ho letto, una delle dissertazioni sul tema più chiare e meno “filosofiche”, che poi apre a tanti temi collegati come le motivazioni per cui facciamo le cose, il concetto di libertà, e via.

Un piccolo libro che può suscitare grandi pensieri, davvero. Consigliatissimo.

Venere privata

Ho già parlato in passato di un libro di Scerbanenco, tessendo le lodi dell’autore; non posso quindi nascondere il mio apprezzamento per l’autore. In quel caso si parlava di una raccolta di racconti, in questo caso invece Venere privata è un romanzo, il primo di una serie. Già negli anni ’60 e ancora oggi, in una collana poliziesca che si rispetti, il protagonista deve essere sempre lo stesso: qui è il dottor (o meglio ex dottore) Duca Lamberti, radiato dall’albo per aver praticato l’eutanasia.
Leggere Scerbanenco in forma di romanzo è abbastanza strano: l’immediatezza degli ambienti e delle storie raccontate nelle 20 pagine del racconto devono giocoforza cedere il passo a una descrizione molto più dettagliata, a una costruzione più lenta e a dei tempi un po’ più dilatati. E’ un cambio forte, che confonde lo stile abituale, ma che non determina assolutamente un peggioramento della qualità della narrativa dell’autore russo-milanese.
E’ solo all’inizio che, non potendo partire in medias res come uso della casa, il racconto ci mette un po’ a ingranare rispetto ai soliti standard di Scerbanenco; ma dopo il ritmo sale e diventa veloce (anche per un romanzo ) e molto piacevole. Si arriva tranquillamente alla fine senza alcun problema.
Se il ritmo fatica all’inizio, la qualità della storia è fortunatamente sempre eccelsa; Scerbanenco è davvero il miglior autore di noir italiano, sicuramente del suo periodo e probabilmente di sempre, e per farlo non esita a sposare in pieno il noir, a disegnare a tinte scure storie dolorose, a raccontare ciò che è brutto e doloroso senza filtro, senza lieti fini forzati o fiabeschi (non dico di più per non spoilerare troppo).
Non sono fanatico delle serie lette di fila, quindi non ci tornerò subito, ma al momento giusto lo farò sicuramente.

Don Pep

Don Pep è una catena di hamburger e pizza lanciata di recente. Avevo visto le pubblicità in giro, delle affissioni mi pare, ma fino ad ora non avevo ancora avuto occasione di provarla. Grazie a una pausa pranzo itinerante, sono riuscito ad andare al ristorante del multisala Cinelandia di Cantù con un mio collega. E ovviamente non posso non raccontarvi come è andata.
Arriviamo, ordiniamo da un menù abbastanza ampio (circa 10 burger e un po’ di wrap, più le pizze) e ci viene dato il famoso buzzer ovvero una specie di disco volante che suona quando l’ordine è pronto.
I panini sono fatti a comanda, quindi è normale attendere come noi anche un quarto d’ora prima che il disco suoni e si possa andare al banco a ritirare il menù scelto.

Foto del panino.
Italia Burger, con patatine, salsa e birra.

Io ho preso un Italia Burger ovvero pane, hamburgher, pancetta e mozzarella; il mio collega ha invece preso un Luxury Burger con pane, hamburger, formaggio, salsa speciale, pancetta, insalata e pomodori. Entrambi gli hamburger erano molto buoni con il panino croccantefuori e morbido dentro, ben lievitato e la cottura dell’hamburger fatta veramente molto bene: ben grigliato fuori e rosa chiaro dentro, sugoso e saporito (e sicuro dal punto di vista igienico, deviazione professionale).
Anche le patatine e la salsa che le accompagna erano molto buone, evidentemente appena cotte.
Se consideriamo che il menu con hamburger, patatine, birra piccola e caffè è costato 8 euro e 90, i prezzi alla fine sono quasi concorrenziali con McDonald’s; da loro avrei comunque speso 7 euro e 50 o 8. La qualità però è decisamente superiore e, se riuscite a trovare uno dei purtroppo ancora pochi ristoranti, è sicuramente un posto dove mangiare un ottimo hamburgher in tutte le occasioni.

All’ultimo stadio – La musica dei numeri

Recensione veloce per un’accoppiata di due libretti da meno di 100 pagine, di quelli che si leggono in una due sere.


Il primo , scritto da Diego Tarì ed edito da informAnt, è un breve ma molto interessante saggio stadi di calcio ed economia. E’ un argomento di cui si parla molto ed è la nuova moda del calcio italiano (vedi anche questo articolo su “l’Ultimo uomo”). “Costruire lo stadio” è in fatti il grido di molti presidenti. Questo libro compie un’indagine precisa ed efficace su come si fa a costruire uno stadio, su quanto costa, su quanto rende, su quanto tempo serve per rientrare e, purtroppo, anche quali sono le aree dove si provano a fare le cose “all’italiana”. Il confronto tra i tre esempi esteri (Emirates Stadium, Amsterdam Arena e Allianz Stadium) e le proposte per i nostri stadi (sviluppate con rigore con un modello economico ad hoc) sono impietose. Come impietoso è il giudizio sulle “compensazioni”, parola dietro cui si nasconde spesso il vero obiettivo di chi vuole costruire stadi. In sostanza, come ricompensa per aver investito in capitale (lo stadio) per una propria società (la squadra di calcio), gli enti locali dovrebbero, secondo alcuni, concedere una compensazione al presidente, ovvero il diritto a costruire degli edifici residenziali fuori piano regolatore.
Non cambieremo mai. Purtroppo.
Lettura comunque molto apprezzabile, a prezzo politico (3 euro).

L’altro libro invece è “La musica dei numeri”, un altro titolo della collana 40k Unofficial, di cui avevo già letto “La matematica dei Pink Floyd”.
Niente, io e questa collana non ci prendiamo. Anche in questo caso ho comprato il libro convinto che parlasse del rapporot tra matematica e musica (convinto anche dal testo introudttivo su Amazon) e mi sono invece trovato immerso in un bucolico raccontino sulla scoperta delle terne pitagoriche nella Grecia antica. Di musica, e di matematica in generale, proprio uno sbuffo. Forse sono io che mi aspetto dei mini saggi quando invece questi libri sono racconti, per me peraltro abbastanza sconclusionati, in salsa matematica.
A me non è piaciuto.

Dimentica il mio nome


Per una volta faccio una recensione praticamente in tempo reale: il nuovo fumetto di Zerocalcare è infatti uscito giovedì 16 e, grazie all’ottimo servizio di preordine di Amazon, me lo sono trovato subito sul lettore. Perché l’ho prenotato? Perché penso che Zerocalcare sia un ottimo autore, a prescindere dal mezzo che usa per comunicare.
Non sono infatti un grande appassionato di fumetti: seguo giusto qualche strip su internet (vedi xkcd di cui ho parlato qualche giorno fa) e di cartaceo ho letto solo gli obbligatori V for Vendetta e Watchmen (a parte i Cavalieri dello Zodiaco alla metà degli anni ’90).
Questo libro è il quinto di Zerocalcare e secondo me il più compiuto, quello scritto meglio.
L’universo in cui si svolge la storia è il suo solito universo, creato nelle strip e negli altri libri. Ci sono quindi molti dei personaggi abituali, conoscerli serve, anche perché giocano nella trama un ruolo fondamentale: il cuore del libro gira proprio intorno alla storia della famiglia di Zerocalcare. Non entro nei dettagli della trama ma ancora una volta, come nella Profezia dell’Armadillo, l’autore affronta molto bene i temi della vita dei trentenni e il confronto con i “grandi eventi” della vita. A fine libro vi verrà sicuramente un po’ di magone e voglia di fare delle telefonate/visite/dedicare pensieri.
E questo lo fa con il suo solito stile piacevolmente indiepop, che viaggia sempre tra cultura di massa e alternativa, pieno di riferimenti agli anni ’90, sia a livello narrativo sia a livello grafico. Un paio di tavole di questo libro sono talmente piene di oggetti e simboli da sembrare due tavole di Jacovitti per la densità e la ricchezza. Alcune altre invece sono di una bellezza semplicissima ed evocativa.
Non è un libro perfetto, forse il finale poteva essere svolto un po’ più in lungo, succedono troppe cose nelle ultime 50 pagine (il fumetto è lungo in tutto circa 150) e per far apprezzare meglio la storia sarebbe stato fosse possibile tenere un passo un po’ più lento.
Inoltre, anche qui senza fare spoiler, il giudizio sulle volpi è abbastanza assolutorio, di sicuro è una presa di posizione forte, tipica dell’autore romano e potrebbe lasciare qualcuno scontento. Ma stiamo sempre parlando di un autore nelle cui strisce abbonda la sigla ACAB, quindi si sa cosa si compra.
In conclusione un libro consigliato da un autore che sicuramente rappresenta per temi e tono di voce la mia generazione, che la racconta usando un medium diverso dal solito cantante/scrittore e che merita a pieno il successo che sta avendo.

Syro

Questo disco mi è piaciuto molto ma non c'è un'intera traccia che mi piace.
Questo disco mi è piaciuto molto ma non so se lo consiglierei a qualcuno.
Questo disco mi è piaciuto molto ma prima di consigliarlo a qualcuno gli spiegherei bene cosa attendersi.
In questo disco c'è tanta musica strana bella e nuova ma prima di consigliarlo a qualcuno spiegherei bene cosa deve attendersi.
In questo disco c'è tanta musica bella ma prima di consigliarlo a qualcuno forse non gli direi niente e lo lascerei sorprendere. O gli direi bugie.
In questo disco c'è tanta musica bella e strana e nuova ma non c'è una traccia che mi piaccia per intero.
Ogni traccia di questo disco è fatta da tanti pezzi diversi quindi non può esserci una traccia che mi piaccia per intero.
In questo disco non c'è una traccia che mi piaccia per intero ma sul pezzo che va dal minuto uno al minuto due e 30 secondi di XMAS_EVET10 [120][thanaton3 mix] un musicista potrebbe costruirci un intero album.
In questo disco non c'è una traccia che mi piace e ci sono anche diversi punti dove non bisogna fare altro che aspettare che passi.
In questo disco aspettare che passi vuol dire aspettare un minuto, un minuto e mezzo al massimo. Lo skip non esiste, solo un lieve disagio

A parte questo terrificante tentativo di scrivere la recensione del disco di Aphex Twin con lo stile di una canzone di Aphex Twin, se c’è un disco di cui scrivere ora, è questo.
E’ un disco sicuramente per cultori del genere (la musica elettronica), molto molto molto bello e che potrebbe anche essere un buon punto di ingresso per chi non è molto avvezzo al genere.
Grazie al cielo oggi Spotify ve lo fa ascoltare aggratis e ci si può fare un’idea. Non è però un disco da primo ascolto, se volete provarlo dategli 2/3 ascolti, perchè la ricchezza di suoni, ritmi e passaggi al primo impatto non si riesce a cogliere.
Scordatevi inoltre la forma canzone: non esiste la struttura classica “Introduzione strofa strofa ritornello strofa ritornello special strofa ritornello fine”. Questo non è quel tipo di disco, questo è un disco dove ogni canzone è composta da 10-15 pezzi tenuti insieme da un’idea melodica, da un ritmo, dove spesso si parte da un punto e girando come gli ubriachi si finisce in un altro, dove non c’è più nulla in comune con il punto di partenza.
E’ un disco che comincia con i synth pesi e finisce con uccellini e una traccia di piano che sembra scritta da Debussy. E’ un disco con un po’ di cassa dritta in quattro ma che non metterà alla prova la tenuta dei vostri subwoofer. E’ un disco in cui le uniche parole servono più a tenere il ritmo che a dire qualcosa.
E’ un disco che ha una splendida pubblicità nella metropolitana di Londra.
IMG_20140927_195314259_HDR
E’ un disco che vi potete comprare su Google Play o ascoltare su Spotify