Fantozzi, rag. Ugo: La tragica e definitiva trilogia

Secondo me, vi farà lo stesso effetto che ha fatto a me e la lettura di Fantozzi, rag. Ugo : La tragica e definitiva trilogia vi lascerà in testa una sola, grande, domanda: “Ma quanto è cinico Villaggio?”. Perchè la cosa che colpisce di più in questa trilogia di libri è che, caduto il filtro del cinema, del visualizzabile, della macchietta, il primo a trattare male Fantozzi è proprio il suo autore. Che qui può appunto essere sincero al 100% e sottoporre Fantozzi a sofferenze incredibili, torture violente, che mal si sarebbero prestate alla rappresentazione cinematografica, e stiamo parlando comunque di una serie di film dove in una scena Fantozzi viene crocefisso in sala mensa.
I primi due libri sono di poco anteriori e quasi coevi rispetto ai film (con soprattutto i primi 2 che pescano a piene mani dagli episodi descritti) e seguono anche quello stile, con molta satira, una forma comica molto descrittiva, ma già in quelli e soprattutto nel terzo (di fine anni ’80, all’apice del successo del Ragioniere) quello che emerge è una violenza, una volgarità e una negatività che nei film non è mai emersa; se il Fantozzi del cinema mette nello spettatore una sorta di allegra schadenfreude, il Fantozzi del libro è più simile a un eroe tragico, a una vittima dell’hubris, a un eroe negativo che dovrà avere qualche colpa per tutto il male che gli succede e che quindi non suscita nessuna empatia. Il primo è una macchietta, il secondo un eroe tragico.
Forse è dovuto anche al fatto che Villaggio non ha mai amato il successo di Fantozzi, che ha un po’ nascosto le sue altre doti e, per fame di successo, l’ha un po’ obbligato a fare quello che il pubblico gli chiedeva.
I raccontini che compongono i testi si leggono come acqua fresca, è una pausa divertente e non impegnativa, ma ogni tanto qualche passaggio vi lascerà un po’ lì così, con quella sensazione strana e mezza bocca un “Povero Fantozzi!”. Non sarà facile, da questa vista, dargli della merdaccia a cuor leggero.

Millennium: Re, predoni, cavalieri e la nascita della cristianità

Questo Millennium: Re, predoni, cavalieri e la nascita della cristianità l’ho comprato un anno e mezzo fa, sempre grazie alla beneamata Offerta del Giorno.
Non nascondo che la mole (siamo oltre le mille pagine cartacee equivalenti) e il tema, su cui dopo l’entusiasmo iniziale mi ero un po’ raffreddato, ne hanno determinato un certo periodo di marinatura nella lista dei “Da Leggere” sul mio Kindle. Poi l’ho preso in mano all’inizio delle vacanze in montagna e mi ha fatto compagnia per quasi due mesi, all’inizio con un po’ di diffidenza ma poi diventando molto piacevole.

Il tema iniziale è “Cosa è successo in Europa al passaggio del millennio”. Ma non si parla di orologi o computer, perché il passaggio di cui si parla è quello dal primo al secondo, ovvero lo scavallamento dell’anno mille.
In realtà poi il punto di vista si apre, e il libro diventa una ricca e dettagliata cronistoria della trasformazione dell’Europa da Carlomagno (800 d.C.) alla riconquista di Gerusalemme (circa 1100 d.C.), 300 anni in cui si è definitivamente passati dai residui dell’epoca Romana alla nascita e affermazione dei grandi imperi Europei.
Si intrecciano successioni strettamente cronologiche, quasi cronachistiche, a analisi più geografiche, dove si segue in dettaglio cosa successe in una certa zona.

Ammetto di essere un caprone in storia, e quindi partivo da una tabula rasa che andava solo riempita, ma farlo con questo libro è stato abbastanza piacevole. Non nascondo che in certi punti sarà facile confondersi tra i vari personaggi storici con nomi simili, che la lettura non sarà sempre avvincente (anzi: in certe letture serali, si è mostrato un ottimo sonnifero), ma si arriva
alla fine del libro con la sensazione netta di aver imparato qualcosa, non tanto i nomi (ricordarseli tutti è impossibile) ma quantomeno un po’ di motivi e ragioni sul come sono nati gli stati moderni, sulle relazioni tra di loro e sui loro retaggi storici.
Particolarmente mi hanno colpito le parti sulla dominazione araba in Spagna e Italia e la parte sull’Impero Romano d’Oriente: non so se per ombelicismo o lontananza geografica, ma non avevo mai avuto modo di approfondire un po’ questi due fenomeni. Leggerne in questo libro mi ha affascinato e mi ha mostrato come, già nell’anno Mille, ci fossero stati periodi in cui l’Europa centrale continentale avesse vissuto da subalterna nel progresso sociale e scientifico.

Particolare, non per tutti, ma interessante per chi come me parte da zero.

L’elenco telefonico degli accolli

L’Elenco Telefonico degli Accolli è la seconda raccolta delle vignette del blog di Zerocalcare, fumettista italiano ormai famoso, di cui ho già scritto in passato e che, ve lo anticipo, mi piace sempre di più.
E non solo per il linguaggio, per le citazioni, per la fedeltà, per quell’essere voce narrante della vita dei trentenni. Quello è la patina, il gloss, la finitura luccicosa.
È il cuore del racconto, il suo sentirsi inadeguato, il suo dover giustificare, l’avere sempre paura che quello che ha costruito cadrà, finirà. Sotto le strip di Zerocalcare c’è la paura, c’è l’armadillo, c’è il polpo.
Però la paura poi viene vinta, il dubbio non è negato ma è risolto. E si può tornare a sorridere, anzi a ridere, anche delle cose di cui si aveva paura.

Le strip qui sono meno, ma è più corposo il collante che le tiene insieme (anche perché Zerocalcare nell’ultimo periodo se la sta prendendo calma, tiè). Lo stile, come detto, è sempre il solito, ed è un piacere. E vi ritroverete a ridere come pazzi.

Non lo consiglio a tutti, perché comunque un buon 70% del libro è disponibile liberamente su internet. Ma gli impallinati non possono farselo mancare.

Sottomissione

Sottomissione è l’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, autore per cui per un certo periodo ho straveduto, da cui poi mi sono distaccato e che invece con questo libro ha saputo farsi riapprezzare.

Il francese (mi rifiuto di scrivere troppe volte il cognome, per non scriverlo in 18 modi diversi) è praticamente dal suo esordio un “caso” letterario: fin dai suoi primi lavori ha unito finissime citazioni ed analisi filosofico-psicologiche a dettagliatissime scene di sesso, violenza e perversioni varie.
Motli hanno ovviamente guardato e giudicato solo le seconde, ma fortunatamente molti si sono accorti anche della bontà e della validità delle prime, avventure profonde sia nell’attuale condizione dell’uomo sia in possibili scenari di futuro prossimo.

È ne “Le particelle elementari” che le storie disperate dei due fratelli Bruno e Michel fanno da prolegomeni allo studio, da parte di quest’ultimo, delle tecniche genetiche e biomolecolari che porteranno alla replicazione perfetta, alla nascita di una nuova generazione di figli dell’uomo, che grazie alla tecnica può avere una vita felice “by design”.

È in “Piattaforma” che si racconta di come la salvezza dell’uomo perso sia ancora l’Amore (al netto della singola, tragica, parabola, dovuta a circostanze esterne, molto meno centrali nel libro di quello che venne detto al lancio).

In “La possibilità di un’isola” c’è stato, per me, un passaggio a vuoto: i temi c’erano (l’uomo animale sociale oltre la tecnica, oltre la scienza) ma forse troppo diluiti, mancava la precisione, la sintesi degli altri testi.

Qui, in questo “Sottomissione”, l’autore fa uno scarto rispetto al suo solito: alla profonda analisi letteraria e psicologica manca questa volta il diretto contraltare della crudezza degli atti.
Ci sono praticamente un paio di scene di sesso, peraltro accessorie, non c’è quasi violenza; sebbene spiazzante (un autore è comunque un essere in parte definito dal suo stile) non crea assolutamente problemi al romanzo, che sta in piedi. Forse, con tutta questa fama, non c’è più bisogno di epater le bourgeois per far parlare di se? O forse si sono scelti altri strumenti per farlo, meno evidenti (vi spiego a breve)?

Comunque, il libro di cosa parla? (Da qui in avanti, spoiler, su questo e altri romanzi del francese).
Parla di uomini, di relazione con il potere, di futuro, di narrativa del potere. E di Huysgens.
Ah, sì, c’è anche dell’Islam, come forse avrete potuto intuire leggendo le varie recensioni, ma a mio avviso il ruolo è prettamente funzionale: se i cattivi del momento fossero stati i gruppi estremisti di un’altra religione, Houellebecq avrebbe potuto tranquillamente scegliere quelli. Ma visto che la scelta più verosimile era ora quella dell’Islam, quella è stata fatta.

La trama è molto semplice: nel 2020, professore universitario di mezza età, insegnante di lettere moderne, ha una crisi di mezza età sullo sfondo di una Francia che elegge il suo nuovo presidente, per la prima volta non proveniente da ctrodestra o centrosinistra ma dai Fratelli musulmani, nuova forza politica dominante. Seguono piccoli cambiamenti nella società, che alla fine il protagonista non percepisce così gravi come se li aspettava.

Rispetto a “Piattaforma”, sembra si sia fatta una rivoluzione completa: se là l’Islam era il male che armava la mano dei terroristi che ponevano fine all’Amore, qui la rivoluzione di un governo islamico in Francia è raccontata (almeno in facciata) come un cambiamento morbido, di velluto, addolcito da una legge che non è la sharia stretta tanto temuta ma una sorta di bel vivere civile, che risolve da sé anche i problemi della violenza delle periferie e in cambio chiede solo qualche piccola concessione per chi la vuole come la poligamia o il velo in pubblico (in Francia attualmente vietato).
Concessioni che però, ora che sono reali, alla fine il protagonista non sembra vedere neanche come così drammatiche.
Una sorta di blando assopimento della laicità, un leggero ma continuo inchino verso gli usi islamici, di cui il protagonista coglie solo gli aspetti positivi (parafrasando: “potrò avere una moglie di quarant’anni e una di quindici, e chissenefrega se devono metter il velo, se lo faranno andare bene”).
Un ambiente in cui diventa accettabile convertirsi all’Islam per tornare a lavorare, ad insegnare.
Un ambiente che sembra quasi accettare con blando torpore dei cambiamenti che solo pochi anni prima destavano il più alto disprezzo (interessanti i passaggi sui movimenti identitari), a riconsiderare in pochi mesi il ruolo della donna dopo decenni di lotte (e con le donne in prima fila a spingere questa revisione).

Ci sono solo due dettagli che fanno lasciano intravedere altre visioni, che, penso molto volontariamente, Houellebecq lascia aperte: la continua presenza di riferimenti al Medioevo e al suo inizio, come inizio morbido di un’era di buio per l’Europa e la chiusura netta, quasi con una cinematografica dissolvenza a nero, del romanzo, che si ferma proprio all’inizio di questa nuova era, senza mostrare cosa succederà dopo.

Il libro sembra quindi una delicatissima introduzione a un grande sonno della ragione, le cui conseguenze sono purtroppo note. Ma la forza con cui viene narrata la normalità della scelta è stordente, e la scelta di narrarlo con questo tono colloquiale, quasi dimesso, è buona parte della forza del romanzo.
Sonnolento, scritto in maniera magistrale, visionario nella sua terribile, quasi meschina, microscopica quotidianità.

Capolavoro consigliato.

Come imparare a dire di no senza sensi di colpa

Come imparare a dire di no senza sensi di colpa e il significato sta veramente tutto nel titolo.

Saper dire di no nella maniera giusta è un’arte e questo libro potrà aiutarvi a fare un interessante ripasso di tanti piccoli accorgimenti, cambi di punto di vista, minimi trucchi per farlo nel migliore dei modi; anche (o forse soprattutto) se non siete “altruisti compulsivi” come i protagonisti del libro, casi clinici che punteggiano di esempi le varie analisi dell’autrice psicologa e che, a mio avviso, sono fianco eccessivi per il lettore normale (o forse in analisi ci si può liberare di pesi che nella vita normale uno fa di tutto per tenere nascosti).

Molte delle cose scritte sono spesso riprese anche nei vari corsi di formazione che uno si trova a fare al lavoro: l’importanza della comunicazione non verbale, la necessità di saper tenere il punto, la giusta sequenza con cui dire le cose, finendo sempre su una nota positiva.
Sono trucchetti, che a un’analisi completa e veramente razionale non dovrebbero funzionare, perché sono scorciatoie, giochini. Però quando li proviamo ad applicare, funzionano, forse proprio perché chi c’è dall’altra parte non fa una analisi completa e razionale; e quindi probabilmente anche noi stessi non la facciamo, quando queste tecniche vengono usate su di noi. E questo manda ai pazzi uno come me, che (si) crede nel razionale assoluto.

Piccolo, leggibile, poco impegnativo, atto a prestarsi ai “buoni propositi del rientro”. Un buon libro per l’estate. Eviterei solo di prenderlo sul serio al 100%, perché alcune cose hanno senso per i soli casi descritti nel libro…

Dire, fare, brasare

Dire, fare, brasare è un libro di Carlo Cracco in cui si prova a invertire la struttura classica del “libro di cucina dello chef TV”.
Si parte infatti dal parlare di tecniche, invece che dal dare ricette, che arrivano solo in un secondo momento.

L’approccio potrebbe essere quindi anche interessante per chi, come il sottoscritto, lo legge non solo con gli occhi del cuoco ma anche con quelli del “ricercatore”: io per lavoro ragiono prima in termini di tecniche e poi di ricette, c’è sempre da imparare da chi le tecniche le usa ogni giorno, e, anche nell’industria, il cosiddetto chef tecnico è un collaboratore fondamentale quando ci si avventura nella esplorazione di una nuova area, quando si provano nuovi processi, perché sa coniugare le sensibilità da cucina con le esigenze di fabbrica.

Purtroppo, letto con questi occhiali, il libro non è granchè: è molto banale, semplice, quasi semplicistico e c’è pure qualche errore concettuale (la reazione di Maillard e la caramellizzazione degli zuccheri NON sono la stessa cosa).
Non mi aspettavo un On Food and Cooking, ma sicuramente da un personaggio come Cracco, che anche pubblicamente ha sempre dato peso all’importanza della tecnica in cucina, mi aspettavo un testo più strutturato, più razionale e meno “fate così, fate cosà, ma forse anche così”.
E ho la sensazione che, anche per un lettore più casual, non ci sia molto sugo da portarsi via: a volte le indicazioni date sulle tecniche sono molto comuni, scontate, i guizzi di originalià sono più che altro sugli abbinamenti tra ingredienti. Altre volte si da per scontato un po’ troppo (si parla di fondo di cottura ma non si dice mai cosa è, e alzi pure la mano o commenti chi ne ha preparato uno nella sua vita al di fuori di una cucina professionale).

Opinione personale: la cifra stilistica di dire che “una tecnica è bella” è insopportabile. E in generale manca un po’ della verve che uno si aspetta dal personaggio che Cracco è diventato quando ha iniziato ad andare in TV con Masterchef o Hell’s Kitchen. O forse il Cracco vero è questo (come sembrava anche agli esordi) e quello della TV è un personaggio costruito. Ma ciò non cambia il senso di un libro poverello e trascurabile.

Come fare marketing rimanendo brave persone

Fare marketing rimanendo brave persone è un libriccino di 150 pagine circa che già dal titolo è molto chiaro: parla di marketing, di come farlo e di come rimanere brave persone nel mentre.
Sono tre temi grossi, su cui si sono scritti libri che in 150 pagine probabilmente fanno stare l’indice, i ringraziamenti e l’introduzione, ma ha un pregio: è dannatamente efficace e capace di far salire la curiosità sul tema.

Dopo una piccola introduzione generale, per dare qualche definizione, si va subito nel dettaglio, con una meccanica che si ripete sempre per tutti i capitoli: piccola introduzione teorica, esempio, spiegazione più ampia.
Ovvio, i concetti presentati non sono approfonditi, non potrebbero esserlo in così poco spazio, ma si riesce sempre a cogliere molto bene il senso generale e a intravedere quei tre-quattro “agganci” che portano a voler approfondire.

Questa struttura è abbinata a un tema, quello del marketing, con cui ho comunque doppiamente a che fare tutti i giorni: sia nel contribuire, nel mio piccolo, a farlo (che cosa sono i beni di largo consumo senza beni?) sia , come tutti, nel riceverlo, visto che non vivo sotto una roccia.
E proprio questo doppio contatto negli anni mi ha portato ciclicamente ad incuriosirmene e poi ad allontanarmene, a sviluppare una serie di dubbi (“son tutte balle, non può funzionare”) e a risolverli (“saranno balle, ma funziona”). Mi sono quindi ritrovato in molte delle domande che nel libro si usano come spunto di discussione, come spinta per iniziare a spiegare il marketing e a mettere in luce quelle che per la mia testa sono le parti più credibili, quelle più scientifiche, dove si vede la correlazione con la biologia o con la neurologia.

Di certo, a fine libro, ci si accorge che non è stato altro che un antipasto, che per dieci domande che ora hanno una risposta ne sono nate cento nuove.
Ma va bene così.

Disclaimer: ho una visione di parte sull’autore. Ci ho fatto un colloquio, ha avuto voce nella mia assunzione, è stato per un paio d’anni il capo del capo del mio capo.
Poi è andato dove è ora. Mai lavorato ogni giorno fianco a fianco (anche e soprattutto per quei tre livelli che ci separavano, ma pure per la sede diversa), ma diverse riunioni insieme e, alla fine, tra i vari “stili” che ho visto è uno di quelli che mi è piaciuto di più ed ho fatto più mio. Quindi non nascondo che già prima di leggere il libro, il nome sulla copertina mi dicesse molto, sia a livello professionale che a livello personale.

101 cose da fare a New York

101 cose da fare a New York almeno una volta nella vita è un librettino carino, parte di una collana di Newton Compton con un approccio interessante e diverso alla noiosa guida turistica tutta indirizzi e descrizioni.

Ennesimo libro caduto nel carrello grazie alle offerte lampo di Amazon, non lo userei però come sola guida per un viaggio a NY, in quanto dà troppi pochi dettagli e, approcciando molto liberamente le cose da vedere, rischia di farvi fare delle cose interessanti ma minori e di farvene perdere altre. Se andate a New York, almeno la prima volta, attenetevi al programma standard: è già più che sufficiente a farne un viaggio memorabile.

Il testo diventa invece molto più interessante se state programmando un ritorno a New York, perché propone delle cose fuori dall’usuale giro. Proprio per la temporaneità e la particolarità dei suggerimenti, farei sempre un controllo rapido per vedere se il posto/attività si può ancora fare o nel frattempo è stata chiusa/spostata/etc. Si sa come vanno le cose nella capitale del mondo.

Al limite, come nel mio caso, funziona anche come check list per il dopo viaggio, per vedere se casualmente (o volontariamente, perché siete avanti), girando per la città, avete fatto qualcosa di quello che sta nell’elenco.

No speed limit: Three essays on accelerationism

No Speed Limit: Three Essays on Accelerationism è un libretto molto interessante, composto, come dice il titolo, da tre saggi a tema “accelerazionismo”.
Riprende in una forma da saggio, con il giusto apparato di citazioni, i temi che Manna affrontava in forma di romanzo: oggi quali sono gli scenari possibili per un superamento del capitalismo?

Il tema potrebbe sicuramente sembrare astruso, ma tradotto in soldoni si parla di concetti che poi si declinano in gestione degli orari di lavoro, creazione di desideri, reddito di cittadinanza.
L’accelerazionismo è una delle teorie che propone delle soluzioni per superare il capitalismo e in particolare la sua variante neoliberista, che è oggi una delle tendenze imperanti.
Il capitale si è concentrato nelle mani di pochi e mai come oggi autoalimenta la propria crescita, lasciando a sempre meno persone la possibilità di una crescita economica.
Sta diventando sempre più difficile riuscire a stare ancora meglio. L’ascensore sociale si è rotto e, anzi, sta diventando sempre più facile invece scendere di categoria, a seguito di un evento imprevisto.
Per “rompere” questa situazione, l’accelerazionismo non propone di fermare il capitalismo, con indee vetero comuniste, ma di “farlo andare al massimo” fino alla sua fusione, fino a farne esplodere le contraddizioni.

L’abbondanza di citazioni di Marx ne fa un libro sicuramente schierato, ma le posizioni e le idee espresse non diventano mai soluzioni salvifiche. C’è molta critica, con un approccio quasi Kantiano nell’analisi.

E’ un testo sicuramente per interessati all’argomento, non è un librettino da leggere per “bagnarsi i piedi”; ad esempio, non si parla mai ci come si è arrivati ad avere questo eccesso di surplus e questo squilibrio nella sua distribuzione.
La forma a saggi brevi ne migliora la leggibilità, evitando il torrente di parole e la prolissità in cui testi di questo tipo ogni tanto cadono, costruendo comunque del significato senza sommergerlo in testi lunghissimi.

The Breaks of the Game

The Breaks of the Game è un libro di David Halberstam e se vi piace il basket NBA e in generale gli sport professionistici, questo è un libro fondamentale.

Scritto alla fine dei ’70, racconta una stagione intera dei Portland Trail Blazers, dalla preseason ai Playoff (spoiler!), vista dall’autore Halberstam, un grande giornalista (Pulitzer nel ’64) e soprattutto non un giornalista sportivo.
La mano del campione si sente: in questo libro Halberstam narra storie di uomini e sport con un tono che anche a quasi quarant’anni di distanza si distingue per chiarezza e leggibilità.
La ricerca e descrizione meticolosa delle storie dei giocatori, dei tecnici, l’allontanarsi dall’uso dei luoghi comuni, la volontà di “passare il livello” nell’analisi di una scelta tecnica: se esiste la narrativa sportiva moderna di qualità, molto probabilmente l’inizio è possibile rintracciarlo qui.
L’esempio che meglio simbolizza questo metodo ha un nome e un cognome: Kermit Washington. A molti non dice nulla, all’appassionato NBA è noto come “quello che ha scassato la faccia a Tomjanovich”. Qualcuno si avventurerà anche a usarlo come simbolo del gioco violento dei ’70.
Halberstam va oltre, entra nella sua vita personale e apre al lettore il mondo di Washington: i modi, la storia pre e post colpo, la famiglia. Da uno stereotipo si passa a un uomo.
Con lucidità di analisi, parlando di fatti, Halberstam smonta la teoria del pazzo scatenato, mette in luce che quello con Tomjanovich è stato un incidente sfortunato nella carriera e nella vita di un uomo.
E lo stesso metodo viene applicato anche a altri temi: il tema della razza, il tema dell’essere un pro, il rapporto tra giocatori e proprietari, il problema dei soldi.

La qualità è talmente alta, i temi talmente profondi che, sebbene si basi su fatti di 35-40 anni fa, la chiave di lettura è ancora attuale e può essere tranquillamente usata per “leggere” le relazioni sociali nell’NBA di oggi o in qualunque altra lega professionistica seria.

È godibilissimo in lingua originale, un inglese americano pulito e comprensibilissimo che non abusa di termini tecnici o modi di dire.
Leggetelo, fidatevi.