Gli anni di Drazen Petrovic – Pallacanestro e vita

Avete presente “Gli Anni” di Max Pezzali? La parte più famosa della canzone è un elenco (Gli anni d’oro di che belli erano i film, Gli anni dei Roy Rogers come Jeans…).
Ecco, questo Gli Anni di Drazen Petrovic ha in comune due cose: il fatto di essere un elenco e il fatto di citare un “Grande Real”, ovviamente il Real Madrid, uno di calcio e l’altro di basket.
Il fatto della lista invece è più sottile: il bel racconto di Olivari ha il suo elemento chiave nel presentare nel dettaglio ogni evento, quasi ogni partita di Petrovic. Il ritmo quasi metronomico con cui si snocciolano gli eventi aiuta a seguire nel dettaglio la carriera incredibile di un giocatore che già a 18 porta da leader il club di casa sua (il Sibenka) allo “scudetto sul campo” (come direbbe qualcuno) e, spostatosi al Cibona, a 20 e 21 anni una incredibile doppietta in Coppa dei Campioni.
Un fenomeno, uno dei grandi della pallacanestro, del quale proprio grazie questa elencazione maniacale aiuta a comprendere il lato più umano: il libro parla delle partite di Petrovic perché Petrovic è le sue partite, i suoi allenamenti, pallacanestro. Non si può scindere l’uomo dal giocatore perché non esiste Petrovic senza pallacanestro. Un dedicarsi totale, quasi monastico, con la mente sempre sulla prossima partita.

A differenza della canzone citata all’inizio, non è un libro nostalgico, o meglio, lo è solo nelle interviste finali: Olivari riesce bene a trasmettere la grandezza del giocatore anche a prescindere dall’epoca e dallo stile di gioco. Non è neanche un libro che vuole costruire a tutti i costi un personaggio: siamo lontani dalla retorica di Once Borthers, che viene messo al suo posto, senza diminuirne la potenza evocativa ma ribadendo che è più un racconto su Divac e sul suo punto di vista che una descrizione fedele dei fatti.

Il complemento ideale è Youtube: ci sono molti spezzoni di partite (o partite intere), highlights, discussioni.
Tra tutti, ho scelto una clip sugli anni al Cibona, forse il vero picco massimo di onnipotenza.

Un libro necessario per capire un giocatore e un’epoca del basket europeo.

Sette brevi lezioni di fisica

Sette brevi lezioni di fisica è un caso editoriale di un anno e rotti fa che ho letto solo ora, in un paio di sere. Partito come mattone in una collana, è diventato un best seller da mezzo milione di copie, un’enormità per un libro di questo tipo.
Il titolo è autoesplicativo: Carlo Rovelli, fisico italiano, condensa in 7 piccoli pezzi da una dozzina di pagine l’uno 7 concetti chiave della fisica moderna. La trattazione è molto semplice, a chi ha una formazione scientifica universitaria in alcuni casi sembrerà addirittura troppo semplice, ma ha il pregio di essere cristallina e scorrevole. E, fidatevi, da metà in poi questa semplicità la apprezzerete, perchè capace di distillare concetti molto complicati in esempi semplici e comprensibili.
I temi toccati partono dalla relatività e arrivano ai quanti e alle particelle; è un’ottima introduzione sui temi della fisica “alta”, che, se vi affascina, può ad esempio proseguire con il grande classico “Dal Big Bang ai buchi neri” di Hawking.

Denominazione di origine inventata

Vi piacciono i libri di cibo? Vi piacciono le opinioni fuori dal coro? Volete una collezione di fatti e fatterelli sufficienti per sistemare le prossime pause caffè / pranzo? Eccovi serviti.
Denominazione di origine inventata: le bugie del marketing sui prodotti tipici italiani è un piacevole libretto che si dedica a smontare un po’ di miti del marketing del Food Made in Italy.
In una sorta di “follow the money” che parte dalla definizione e origine della stessa di “Cucina Italiana” e arriva ai singoli prodotti, vengono analizzati e smontati alcuni miti fondanti dell’alimentazione italiana, che è molto più moderna e molto meno tradizionale di quanto ci si aspetti. Money quote è la citazione di Hobswahm e del suo “L’invenzione della tradizione”, che testimonia che il libro non si ferma solo a “smascherare” il singolo fatto, ma riesce a motivare e costruire proprio una genesi del falso mito del Made In Italy.
Anche la conclusione, che propone la chiave di lettura del “Made in Italy” inteso come “Inventato in Italia”, ponendo l’accento positivo sull’invenzione tecnica, non può che essere apprezzata (ma ammetto di avere una posizione parziale in merito e un conflitto di interessi).
Indubbio però che il libro riesca nel suo intento, e bene, perchè sa raccontare in maniera semplice e diretta cose tecniche note ai tecnici ma ignote al pubblico più ampio.
Come tutti i libri a tesi, ci sono un po’ di punti dove si forza la mano e, pur di onorare la tesi, si glissa su qualche passaggio, storico o logico, ma in generale l’impianto regge bene. Il libro è scorrevolissimo, piacevole e godibile. In un libro che usa molto lo strumento dell’attacco alle fonti altrui, avrei preferito una bibliografia più robusta a supporto delle proprie tesi, anche se già la sola citazione di Montanari e Capatti è comunque un buon suggerimento.

Coach Wooden’s Pyramid of Success

John Wooden è un mostro sacro della pallacanestro. È famoso per essere stato l’allenatore della squadra di college di UCLA, vincitrice di titoli a ripetizione e produttrice di grandissimi giocatori, su tutti due nomi, Lew Alcindor (poi Kareem Abdul Jabbar) e Bill Walton. È mancato da qualche anno,nel 2010, ma ha lasciato un’impronta indelebile sulla pallacanestro.
Ho scoperto dopo che oltre a tanti libri sullo sport ha scritto anche questo piccolo, curioso, libro sulla realizzazione personale: “Coach Wooden’s Pyramid of Success“. Un giorno gironzolavo per Amazon e l’ho preso per il Kindle.
È scritto a quattro mani con Jay Carty, suo ex giocatore poi diventato pastore, scomparso poche settimane fa (a maggio del 2017). Coach Wooden parla delle esperienze della sua vita, Carty corrobora con passaggi biblici e testimonianze.
Il libro descrive un vero e proprio “schema” di principi della vita, la piramide del titolo, composta da dei comportamenti e degli atteggiamenti che aiutano l’uomo a raggiungere il successo.
Si parte dai comportamenti di base e si sale, fino alla vetta.
Il libro è una lettura piacevole, ovviamente richiede di essere ben disposti verso l’argomento e il taglio cristiano con cui è affrontato. Gli interventi di Wooden sono ovviamente i più piacevoli, arricchiti da numerosi aneddoti presi dalla sua lunga vita. La parte di Carty è un po’ più enfatica, citazionista.
Mi è molto piaciuta la definizione di successo che viene data, molto diversa dal solito: “fare al meglio quello che si è destinati a fare”. Slegandosi dai risultati, slegandosi dagli esiti, ma valutando lo sforzo messo, la direzione e la qualità dello stesso.

Non un capolavoro, ma quello non me lo aspettavo, ma un testo ricco di buone citazioni e frasi su cui pensare.

Tabloid inferno

Ho letto questo “Tabloid Inferno” dopo averlo visto consigliato da una post su Giap, il blog d(e)i Wu Ming. Mi ha incuriosito molto l’argomento di questo libro, ovvero i giornali di quarta categoria: cose tipo Cronaca Vera e simili, stampati a tre quattro colori, fatti di storie “a tema”.
Ne ho comprati, ne ho letti e ho sempre avuto la sensazione che ci fosse dietro qualcosa di strano, che venissero fatti in qualche modo particolare: come arrivano le storie, chi le sceglie? Ho letto anche vari pezzi online proprio su Cronaca Vera, che tramite racconti e interviste al direttore cercavano di raccogliere risposte alle loro (e mie) domande.
Da questo libro mi aspettavo quindi una serie di aneddoti “da fuoriusciti”, qualche dettaglio di produzione: in parte questi nel libro sono presenti, quindi almeno per una parte è andata bene.
Peccato però che siano affogati in una serie di commenti lamentosi e autocommiseranti dell’autrice che, nonostante bazzichi questo mondo da anni e non nasconda anche il suo piacere nel farne parte e nell’animarlo, per tutto il libro continua a cercare una scusa che giustifichi in qualche modo questa sua appartenenza.
Peraltro non avrebbe nulla da giustificare, si tratta di raccontare storie, non sta commettendo nessun reato, ma lei continua a parlare di quello che ha fatto usando i famosi, anzi ormai celeberrimi, termini “narrazione tossica”, “dissonanza cognitiva” e via così. Che onestamente sembrano dei paroloni messi lì per coprire degli spazi e vestire a festa qualcosa di banale.
Alla fine, se fai una cosa, la fai. E passi oltre. Farla e poi continuare a ripetere che fa schifo non serve a nulla. L’alternativa è non farla. Certo, non avrai poi da raccontare i tuoi anni vissuti pericolosamente tra il racconto di omicidio e la selezione delle relative foto, ma almeno non dovrai ammorbare il prossimo con quanto questo ha causato la morte dei tuoi ideali.
Peccato perché alla fine, pulito dalle lamentele e dalle scuse non richieste, un po’ di cose interessanti (sia su come funzionano queste riviste, ma anche su alcuni casi di cronaca del passato) ci sono e sono molto piacevoli da leggere, scritte bene. Quindi il mestiere, alla fine, c’è davvero.

L’ultima estate di Berlino

Federico Buffa è un’idolo. È uno dei principali responsabili della mia passione per l’NBA: le cose che ha scritto su American Suprbasket, le cose che ha detto in TV su Tele+. Ho anche una (terrificante) foto con lui, scattata una sera a un’amichevole precampionato Pallacanestro Varese – Castelletto Ticino.
A un certo punto gli è venuto il bernoccolo di liberarsi dal commento all’evento sportivo e fare narrazione pura, praticamente teatro: gli è venuta una roba spettacolare, iniziata con le storie NBA (l’apice con l’episodio su MJ), spostatasi sul calcio e mescolatasi con l’altra Storia (l’episodio su Arpad Weisz).

Poi ha preso il format e l’ha portato dove doveva stare, ovvero a teatro. E da quello spettacolo lui e il suo team (è bravissimo a mettere in mostra i meriti della squadra) hanno tratto questo romanzo, L’ultima estate di Berlino.

Classico romanzo storico, miscela di vero, verosimile e inventato, basato sull’intreccio delle vicende di 2-3 personaggi alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Dietro i personaggi, anche qui, la Storia, con il nazionalsocialismo che si stava preparando alla guerra. Scritto bene, in maniera scorrevole, con personaggi interessanti e credibili. È evidente la suggestione teatrale e televisiva, è un libro che lavora per quadri e immagini, più che per intrecci, ma sa tenere all’erta il lettore.
Il gioco sta nell’immaginarlo letto da lui, con il suo stile e le sue inflessioni, ma penso che anche ai non adepti possa risultare piacevole.

Senza entrare nei dettagli dell’intreccio, che è semplice ma piacevole e che lascio scoprire a chi vorrà leggerlo, è interessante il modo in cui si riesce a trattare la banalità del male, il fatto che una cosa come il Nazismo, oggi ritenuta da tutti una delle tristi cime del male dell’uomo, abbia avuto un’origine, una crescita tutt’altro che osteggiata, con la sua grandeur esaltata, con azioni e atteggiamenti discriminatori che diventarono normali a tutti e che molti accettarono e supportarono.
Non è il solito “o poveri tedeschi”, perchè, a conseguenze non note, vien fuori come una parte dei tedeschi ci credesse, al nazionalsocialismo; nonostante i semi della barbarie fossero stati piantati, per quieto vivere, o peggio, per convinzione, si chiudevan gli occhi, o si condivideva tiepidamente, la discriminazione, la violenza, l’odio in una fase domestica, comunitaria, lontana dalla guerra.
E questo viene raccontato con l’Olimpiade, con lo sport e con la reazione sociale allo sport.

Le molte feritoie della notte

Preso in offerta del giorno su Amazon, “Le molte feritoie della notte” è una raccolta di lunghi articoli su alcuni aspetti di Fabrizio De André. È un testo molto “cartaceo”, che raccoglie e mette in fila pezzi di interviste, di altri testi e di documenti inediti, provenienti dal fondo di scritti di De André presso l’università di Siena. L’obiettivo è approfondire alcuni aspetti meno battuti dell’opera di De Andrè.

È un testo scritto da appassionati per appassionati, c’è pochissima biografia e molta analisi; ho scoperto diversi fatterelli nuovi e letto analisi interessanti, decisamente non banali. Non ci troverete il solito elogio dell’anarchico che si legge in altre situazioni, ma cose come un passaggio sulla vicinanza concettuale con Papa Francesco, ad esempio, che è molto bello e profondo; oppure anche la sezione iniziale sulla “Scuola Genovese” o meglio sulla sua “non esistenza”.
Pur non essendo completamente un novellino sul tema De André, mi sono invece perso, purtroppo, in alcuni passaggi dove anche a me mancavano dei riferimenti e delle conoscenze, sia fattuali che concettuali.

È sicuramente un libro scritto con molta competenza e passione, ma richiede di conoscere già tante cose per essere apprezzato. Se non siete cultori della materia, lasciate perdere (o iniziate da testi più facili).

Bugie nel carrello

Il supermercato come museo, come luogo d’esplorazione e scoperta: la visione che Dario Bressanini presenta nel suo Le bugie nel carrello mi trova d’accordo, e non solo per pura deformazione professionale.
L’interesse sul cibo è ai suoi massimi storici, cavalcato dai media tradizionali (programmi e libri di cucina, reality show, anche “come si fanno i prodotti industriali”) e moltiplicato dai social media, dove ogni persona può mettere in mostra la sua fame o le sue abilità. Ma come per tutte le cose, all’aumentare dell’interesse non sempre è abbinato un reale aumento della conoscenza, non sempre c’è lo sforzo di “andare oltre” l’apparenza, di provare a conoscere tutti gli aspetti degli alimenti.
Ecco allora che Bressanini prova, giocando con l’analogia supermercato-museo, a fare la guida, a provare a raccontare qualcosa di più su una serie di esempi in campo alimentare: prova ad aumentare la consapevolezza della mano che si allunga sullo scaffale. Lo stile è il solito, divulgativo, del professore dell’Insubria, semplice e scorrevole ma rigoroso; gli argomenti sono vari, dalle patate al selenio, al Kamut(R), al “naturale”.
Per ognuno di questi si prova ad andare oltre quanto detto o strillato sulle confezioni e nelle pubblicità, per vedere cosa e quanto c’è di corretto o se invece c’è qualche iperbole troppo azzardata. Con rigore, chiarezza (e anche un po’ di ironia)

Ripeto: non è tanto il tema (ammetto che non ho imparato granchè di nuovo, ma sapevo di non essere il target) ma è il metodo che mi piace. Molto chiaro, ricco di bibliografia e riferimenti, che pur dando risposte chiare non pretende di soddisfare la curiosità ma che anzi fornisce anche numerosi spunti da approfondire.
Risponderà ad alcune domande ma ve ne farà venire altre (e vi indicherà anche un possibile metodo per soddisfarle): non male.

Altri libertini

Libro della mia formazione, Altri libertini.
L’ho ricomprato su Amazon a causa di un click errato (oh, anche gli “acquisti un click” ogni tanto sono scomodi). Ma ho fatto buon viso a cattivo gioco e l’ho riletto. Tanto non è ne il primo ne l’ultimo libro che mi ricompro in digitale.
Comunque anche a, boh, vent’anni dalla mia prima lettura e a trenta dall’uscita ha ancora tutta la sua forza, la sua leggibilità, la capacità di creare curiosità verso l’essere giovani dei primi anni’80.
Che poi, adattate le droghe e la musica, non è tanto diverso dall’essere giovani nei’90 o nei 2000 (nei ’10 non so, ormai sono fuori categoria, a 36 anni ho scoperto che non si può più neanche partecipare alla giornata mondiale della gioventù).
E la cosa bella di questo libro di Tondelli è proprio quella: che racconta le cose e i pensieri dell’essere giovani, mettendoci pesantemente anche del suo. Che racconta la forza delle illusioni, delle idee, delle fisse dell’avere vent’anni. Del fare stupidate e delle conseguenze. Del crescere.
E’ volgare e anticonformista? Sì, come lo sono tutte le cose dei giovani, se viste con gli occhi dei grandi. E non lo è per pura forma, volgarità ed voglia di stupire sono due modi per far uscire l’energia della giovane età.
Un grande libro sulla giovinezza, che si apprezza sempre.

Il partigiano Johnny

Queste quattro righe non possono che essere parziali: a me Fenoglio piace tanto; lo scrissi qui, lo ripeto ancora adesso.
Pensare che Il partigiano Johnny sia un romanzo incompiuto, scritto e risistemato postumo da studiosi di Fenoglio (la versione che ho letto io è la seconda, quella di Dante Isella) e che nonostante questo abbia tutta questa forza, bellezza, qualità è sconcertante: è la dimostrazione leggibile che dove c’è la forza di un’idea, di una voglia di raccontare, di storie (con la esse minuscola o maiuscola non fa differenza), la finitura, la perfetta contiguità, i buchi nei paragrafi non contano. Anzi, diventano parte del valore del libro.
La Resistenza è un periodo che colpevolmente non conosco; forse faccio parte della prima generazione che l’ha quasi del tutto ignorata, se l’è sentita raccontare solo da qualche nonno, magari quando era piccolo, senza capire fino in fondo cosa vuol dire “Guerra civile”.
Fenoglio non è il primo autore che ho letto sul tema, ma è quello che tutte le volte mi ha insegnato qualcosa: non solo a livello storico, ma soprattutto a livello umano. È stato capace di parlare delle storie degli uomini, di sceglierle e costruirle bene, utili a spiegare cose molto più grandi.
Nel dramma di Kyra, nel primo terzo del romanzo, con Johnny appena arrivato nei badogliani, c’è tutta la guerra civile: Kyra è partigiano in montagna, suo fratello maggiore è ufficiale fascista giù ad Alba. Uomini contro uomini, fratelli contro fratelli: da una parte un regime morente, dall’altra una risposta di puro orgoglio, disorganizzata, eroica ma piena di limiti.
Non è tanto un discorso di ragione o torto, in Fenoglio non c’è nessun intento di giustificazione: ma la ricerca dell’umanità nel conflitto, la volontà di trovare i danni e le ferite tra le persone fanno sì che questi libri siano chilometri avanti rispetto a tutto il resto che io abbia mai letto sul tema. Esemplare è anche il passaggio della cattura del soldato fascista, che stava scappando. Attraverso le storie, comuni, semplici, si passa oltre la retorica e si spiega, davvero, cosa è successo.

Nel caso del Partigiano Johhny, il respiro del romanzo (parliamo comunque di un bel bestione da 500 pagine) permette poi di seguire tutti gli eventi dall’8 settembre in poi, dalle prime timide fasi iniziali con la fuga di Johhny e l’imboscamento, alla presa di coscienza, all’inizio dell’avventura partigiana e a tutto il suo sviluppo, gli alti e bassi e la fine.
Una visione continua, dettagliata, analitica, anche sulla vita di tutti i giorni dei partigiani: partiti con il supporto di tutti e arrivati alla fine con la fame e le privazioni. Un viaggio eroico, anche qui però raccontato senza spocchia, senza moralismo, ma con l’occhio di chi le cose le ha vissute e non ha interesse a ingigantirle per renderle memorabili.

E quindi è un libro che mi è piaciuto veramente tanto, soggetto, stile, storia, tutto. E mi son messo in testa che prima o poi andrò a Mango.

P.S. Un plauso ai quattro geni che, su Amazon, si lamentano che l’edizione Kindle “è sbagliata” perché ogni tanto ci sono delle parole o frasi inglesi.