Knights of Pen and Paper 2

Nella migrazione ho recuperato anche questa bozza di qualche tempo fa… Proprio vero che facendo ordine salta fuori di tutto

Il gioco di ruolo di grind è un mondo per iniziati. Battaglie su battaglie con mostri per accumulare esperienza, oro e oggetti.
La meccanica è ripetitiva, scontata, si tratta solo di vedere crescere i numeri (di nemici, di livelli, di oro, di danni per turno).

Ma a me piace, lo trovo stupido e rilassante.
Il massimo esempio del genere è la serie di Disgaea, dove grindando si fa tutto, anche i miglioramenti delle pozioni.

Purtroppo su mobile questa serie non è mai arrivata (a meno di usare gli emulatori), quindi ho cercato qualche alternativa sul genere.
Un paio di anni fa mi sono imbattuto nell’ottimo Knights of Pen and Paper, che dice di essere un GdR grind fin dalla descrizione sul Play Store.
L’ho giocato, DLC compreso, l’ho apprezzato molto.

Quando un paio di mesi fa è uscito il seguito, originalissimamente chiamato Knights of Pen and Paper 2, l’ho preso subito (un gioco comprato e giocato al lancio, per me una rarità).

KoPaP2 è tutto quello che ci si aspetta da un seguito classico: grafica migliore (dallo stile 8 bit allo stile 16 Bit, alla Supernintendo), stesse meccaniche leggermente riviste.
Ma gli stilemi dell’originale ci sono tutti: il fatto di essere un meta gioco (ovvero la simulazione di una sessione di gioco di ruolo), l’humor nerd, le citazioni.

Mantenute anche le idee un po’ più originali che avevano reso interessante il primo: la possibilità di arredare la sala giochi con accessori che fanno da power up (o down), la necessità di “comprare” gli slot per i personaggi e la necessità di grondare per sbloccare tutte le classi/razze per i personaggi.

Tutto molto piacevole, il gioco scorre via bene e presto si iniziano a vedere “i numeroni” tanto cari agli amanti del genere.

Però è veramente uguale all’originale e soffre di una parte “episodica” che dovrebbe periodicamente rilasciare nuovo contenuto che al momento ha ancora solo le due cose presenti al lancio…

Anche questo da la possibilità di spendere soldi veri per comprare oro del gioco, ma non si sente mai la necessità di farlo.

Consigliato ai soli appassionati, i curiosi possono andare tranquilli verso il primo, che ormai è gratis o quasi (è stato anche in qualche Humble Bundle).

Les revenants

Ho visto questa bella serie televisiva, della durata un paio di stagioni per 24 episodi totali, in circa quattro-cinque mesi (Questo è quello a cui ti costringe la vita del papà di famiglia, ndr).
Serie che parla di morti viventi, ma con approccio assolutamente diverso dal solito alle serie gore di zombie alla The Walking Dead.

Screenshot dei titoli (grazie wikipedia)

Anche in questo caso abbiamo il classico stilema dei morti che tornano alla vita, ma invece di scrivere la sotria in maniera didascalica, indugiando sulle scene di violenza e cercando il disgusto dello spettatore, in questo caso si sceglie una strada completamente inversa: violenza al minimo (c’è una sola scena di violenza zombie classica in tutta la serie), ricerca della “compassione” dello spettatore, focus quasi esclusivo sul punto di vista di chi vede ritornare i propri cari.
Questa scelta permette sostanzialmente due cose:
a) di affrontare in maniera precisa e approfondita, soprattutto nella prima stagione, il tema della perdita. Che non è una cosa così scontata per una serie televisiva. Il tema è complesso, delicato, personale e difficile, ma viene affrontato bene.
b) di mettere in piedi una struttura narrativa abbastanza inusuale e molto piacevole, corroborata anche qui da una scrittura di ottimo livello. Puntata per puntata si aggiungono tasselli, si ritorna sui propri passi, si arricchiscono di dettagli eventi già visti, riuscendo contemporaneamente a non mettere troppa carne al fuoco ma a mantenerla comunque molto saporita.

Forse nella seconda serie si vede nelle ultime puntate una certa necessità di chiudere e alcuni dei punti aperti della vicenda vengono risolti con un colpo di accetta, ma a differenza di Lost qui si arriva a una situazione finale, chiara, credibile e robusta (cosa che a me piace sempre).

Serie molto piacevole, che ha come lato positivo per me anche la durata non eccessiva, che mi sento di consigliare. La prima serie l’ho vista su TimVision (il servizio di streaming di Tim), la seconda l’ho “recuperata” dalle registrazioni di quando è andato in onda su “La F”, che una volta stava sul 50 del digitale terrestre, e che purtroppo ora è sparito.

A normal lost phone

A normal lost phone - foto 1

Cosa fareste qualora trovaste un cellulare abbandonato in strada?
Mettete anche il caso che sia sbloccato, che non ci siano pin o puntini da unire.
Io, ma penso un po’ tutti, mi metterei a cercare per capire chi è il proprietario.
Mi è capitato due volte di trovarmi in una situazione del genere: in un caso è bastato guardare lo sfondo per scoprire che era il telefono di un vicino (c’era la foto del figlio…) ma in un altro caso è stato più difficile.
Tornando da Londra nell’ottobre del 2008 da una partita NFL vista con gli amici di ISPA, in aereo, nella tasca del sedile di fronte al mio trovo un iPod. Mi ci sono messo a curiosare, vagando tra libreria, contatti e altre cose e passando la lista dei nomi ho trovato un paio di contatti che potevano essere interessanti; torno a casa e nei giorni seguenti aiutandomi con Google contatto la proprietaria e glielo rispedisco.
DI sicuro fosse stato un moderno smartphone, con tutta la sua dote di messaggi, foto, dati, sarebbe stato più facile capire ma la mia ricerca sarebbe stata molto più “invasiva”, avrei potuto sapere molto di più sulla proprietaria.

A normal lost phone - Foto 2

A Normal Lost Phone è un gioco che propone proprio questo: hai trovato uno smartphone abbandonato, spippolaci.
Il gioco non ha interfaccia (o meglio, come dicono i dotti, ha un’interfaccia diegetica), l’app è una finestra su questo telefono, che a sua volta ha le sue app, i suoi messaggi.

Ovviamente in questo caso i contenuti sono fatti apposta per farvi appassionare a una storia.
Il gioco è quindi curiosare tra i messaggi, le foto e piano piano ricostruire la vita del propietario e mettere in fila gli ultimi momenti prima della della perdita del telefono.
Qualche passaggio richiede anche un minimo di “social engineering” per capire le password e i PIN che bloccano alcune app. Ma niente di complesso.

A normal lost phone - Foto 3

La storia dura un paio d’ore ed è nella vena dei moderni giochi indie, viaggia su temi maturi, personali, lontani dal mondo tradizionale dei videogiochi. Si tratta di argomenti di solito trattati nei film, in romanzi, qualcosa che per i “giochini” è ancora una novità, soprattutto agli occhi della massa.
E per me il fatto che duri un paio d’ore non è un problema, anzi, per questo tipo di narrativa il fatto che il gioco si risolva in poche sessioni, con una storia molto concentrata, è positivo perchè evita la dispersione. Non stiamo parlando di un puzzle game o di un gioco di carte senza storia.
La fatica richiesta al giocatore in questo caso non è il classico “impara i pattern dei nemici” o “reagisci in un centesimo per saltare giusto” ma è uno sforzo molto più concettuale, di “legare insieme” i pezzi della storia e farsi un’idea sui fatti.

La realizzazione è molto curata, la storia è molto avvincente, l’esperienza è molto “altra”: consigliatissimo e disponibile a pochi euro sia su Android che iOS (che Steam, ma con il mouse secondo me si perde il fascino).

La rabbia

Come ho detto qualche tempo fa parlando di Golem, ho iniziato ad approfittare della collezione di fumetti “moderni” della mia biblioteca. Questa volta, nel solito giro della domenica mattina, mi è capitata in mano questo “La rabbia”, collezione di fumetti di autori italiani, accomunati dal tema del titolo e dall’aver partecipato a “Crack!”, una “cosa” sui fumetti che si tiene al Forte Prenestino a Roma.

La mano me l’ha fatta allungare la faccia di ZeroCalcare, autore di uno dei sei episodi, ma mi sono piaciuti anche altri episodi (non tutti).

La rabbia non è solo quella generazionale, strillata in quarta di copertina, ma si affrontano diversi tipi di rabbia: c’è chi riprende quella del G8 di Genova, c’è chi parte da quella stradale, c’è chi usa quella “dinamica” tra ingannatore e ingannato. Tutti però la trattano correttamente come una cosa che fa parte della vita, non tentano di rinnegarla, di rimuoverla, di passare oltre. Si prende atto che c’è, la si analizza, la si disseziona e si propongono modi per risolverla. Non è un passaggio banale, in un mondo che lavora spesso sull’equivalenza “non lo vedo = non esiste”:

Come dicevo, oltre a ZeroCalcare, ho apprezzato altri autori: Ratigher, ad esempio, che non conoscevo, oppure Filosa-Noce. Altri invece come Primosig/TSO meno, ma “sono io, non sono loro”: mi piacciono i fumetti che raccontano una storia, sequenziali, quando sforano nell’onirico, nel troppo libero, faccio troppa fatica a seguirli.

La cosa interessante per un profano come me è vedere ancora una volta come un medium come il fumetto si presti non solo alla classica narrazione sequenziale ma appunto anche a questi voli pindarici molto espressivi, che, certo, non piacciono a tutti (me per primo) ma mettono bene in vista la flessibilità dello strumento, da molti ancora considerato roba per bambini.

Lettura piacevole, ottimo esempio di “non l’avrei comprato ma son contento di averlo letto” che ti permette la biblioteca.

Migrazione

No, non sono un uccello che sta tornando in Europa dall’Africa. Semplicemente, dopo 13 anni, il blog arriva anche lui, buon ultimo, nei servizi ospitati nella mia VPS.

Finisce quindi il rapporto con Aruba, che mi gestiva hosting e dominio, e inizia quello con Namecheap per il solo dominio.

Ai pochi lettori le mie scuse se ci fosse qualche inconveniente, dovrebbe sistemarsi tutto in pochi giorni.

Reigns

Preso nei saldi natalizi a meno di un caffè, dopo averne sentito parlare durante un Outcast Magazine a Ottobre. Gioco squisitamente da cellulare, Reigns vi pone nel ruolo di un re che prende delle decisioni, usando la meccanica di Tinder: vi fa una domanda e se swipate a destra è sì, se swipate a sinistra è no.

La semplicità della meccanica centrale è supportata da una sovrastruttura semplice anch’essa ma accattivante: ogni vostra risposta genera una reazione positiva tra i “poteri forti” (chiesa, esercito, popolo e economia). Per tenere il trono sotto le chiappe dovrete bilanciare attentamente la loro opinione, badando a non privilegiarne o trascurarne troppo uno solo: quando ci si sbilancia, si cade dal trono (in molti e divertenti modi diversi). E si ricomincia con un nuovo re.

Ed è proprio la scrittura leggera ma credibile, l’ironia, l’inserire continuamente piccoli nuovi dettagli (nella storia, nelle domande e nel modo di gestire i problemi) che ne fa un freschissimo passatempo.
La parte tecnica è minimale e completamente funzionale al gioco, ma proprio “togliendosi di mezzo” fa il suo lavoro al meglio.
Vorrete insomma anche voi accompagnare il vostro regno dal Medioevo al giorno d’oggi, provando a sopravvivere a guerre, mogli, streghe, draghi, scheletri e folle inferocite.

Ottimo per sedute, viaggi da pendolare, attese durante i saldi.
Si trova sia su Android che iOS a qualche euro, ancor meno in offerta.

Super Mario Bros.

Primo gioco ripreso sul Chromebox “preparato” di cui ho parlato qualche tempo fa. E non si poteva non ricominciare con un classico, con il padre di tutti i giochi di piattaforme.
E devo dire: 30 anni e non sentirli, perché ancora oggi SMB è una gemma. Si lascia giocare con grande piacere, scorre via come il burro, sempre chiaro cosa fare (a parte quel maledetto fischio che non si sente in un castello… ma lì mi sa che è problema di emulazione).

2 cose mi hanno colpito in particolare:
a) ha subito attirato l’attenzione della figlia di tre anni, che ha voluto giocarci. Risultati mediocri, ma qualche Goomba è già perito nella lotta sotto le scarpe del baffuto idraulico controllato da Giulia. E mi ha confermato che c’è davvero qualcosa di speciale, qalcosa che riesce a catturare grandi e piccoli allo stesso modo; la conferma che il videogioco è opera d’arte, che tocca tutti.

b) la generazione dei 30-40enni è stata forgiata a ferro e fuoco.
Io ho giocato con i savestate, ricalcando quello che si farebbe oggi, salvando a ogni inizio livello. Ma la versione originale non lo prevede: ok, ci sono i tubi segreti per andare avanti veloce, ma per gli ultimi due mondi non ci sono cavoli. Te li devi fare con le tue tre-quattro vite, e se sbagli si ricomincia dall’inizio del gioco.
E il settimo e l’ottavo mondo sono costruiti per essere difficili, per testare la tua abilità con il joypad e la tua capacità di mantenere la calma e non tirare il joypad fuori dalla finestra quando muori per un salto sbagliato di un solo pixel. E ricordarti quale nemico e da dove arriverà nella prossima schermata.
Uno che ha finito Super Mario sul Nes, senza salvataggi, penso abbia la strada spianata per diventare monaco Zen e la capacità mnemonica di contare le carte di un intero sabot da casinò.
Io non ce l’ho questa capacita, ho giocato in versione moderna, ma già così in certi passaggi ho messo a dura prova la mia calma…

Un capolavoro, e quando vedrete finalmente l’ottavo Toad, quello che vi dice che sì, questo è finalmente il castello giusto e vi presenterà Peach, vi sarete anche voi tolti una splendida soddisfazione, vecchia di trent’anni ma fresca come una rosa.

McDonald’s My Signature

Nelle vacanze di Natale, ho avuto modo di provare presso il McDonald’s di Magenta il “My Signature”, una nuova proposta della catena di fast food. A quanto ho capito, è una promozione sperimentale che fanno solo alcuni ristoranti, anche perchè, come potrete leggere, è qualcosa di abbastanza innovativo per i ristoranti di Fast food.
Sostanzialmente con il My Signature Mc Donald’s offre la possibilità di “costruirsi” il proprio panino, partendo da tre basi (tradizionale, gourmet e pollo) e proponendo una proposta base, che può poi essere modificata togliendo ingredienti già presenti o aggiungendone altri da una lista. È un grosso cambiamento per un’azienda che ha sempre mirato alla standardizzazione massima, per limare ogni secondo possibile ai tempi di servizio, e all’analisi storica degli ordini, per poter prevedere al minuto cosa e quanto verrà ordinato per non essere mai corti e non dover buttar via nulla.
Ed è un cambiamento che funziona abbastanza bene.
Ordinando da totem interattivo, io ho scelto il McDonald’s My Signature Gourmet come base, togliendo la scamorza affumicata e aggiungendo lo speck croccante e 2 porzioni di Parmigiano Reggiano, che si sono sommate all’hamburgher, all’insalata, ai pomodori, al pesto rosso e al pane “artigianale” proposto come standard. Qui sotto il risultato:
McDonald's My Signature
Come è andato l’esperimento? Benino, e poteva andare meglio se non avessi “esagerato” con le due fette di Parmigiano Reggiano, che hanno un po’sbilanciato il panino, visto che hanno coperto gli altri gusti. Sembra che effettivamente azzeccare la formulazione dei panini non sia così semplice come immaginavo 🙂
Ottimo invece lo speck, che “ingrassa” leggermente l’hamburgher, che è di generose dimensioni e un filo asciutto.
Avrei apprezzato nella personalizzazione qualche scelta in più sulla parte salse: per il mio panino era proposto solamente il pesto di pomodori secchi, mente avrei apprezzato qualche salsa un po’più salsosa per renderlo più masticabile.
Erano previste invece, ma non disponibili al momento, le cipolle croccanti, che avrei volentieri aggiunto.
Consumato abbinato con le patate Vertigo e una birra bianca di Moretti, parte di una serie speciale.
Viste le dimensioni, non c’è stato bisogno di nessun “rinforzino” (cit.) di alette di pollo o simili; il panino e le patatine saziano.

Da ripetere? Assolutamente, il panino e il “gioco”di personalizzarlo lo meritano, anche se si viene un po’ a perdere la classica esperienza McDonald’s e ci si sposta un po’verso l’hamburgheria fighetta. Contribuisce a questo anche il costo: con la birra e gli ingredienti aggiuntivi, sono arrivato a 12 euro di conto, un bel po’in più rispetto ai soliti standard anche per i panini speciali (McLobster a parte). Ma la voglia di provare e personalizzare anche le altre due “basi” c’è e verrà soddisfatta.

L’ultima estate di Berlino

Federico Buffa è un’idolo. È uno dei principali responsabili della mia passione per l’NBA: le cose che ha scritto su American Suprbasket, le cose che ha detto in TV su Tele+. Ho anche una (terrificante) foto con lui, scattata una sera a un’amichevole precampionato Pallacanestro Varese – Castelletto Ticino.
A un certo punto gli è venuto il bernoccolo di liberarsi dal commento all’evento sportivo e fare narrazione pura, praticamente teatro: gli è venuta una roba spettacolare, iniziata con le storie NBA (l’apice con l’episodio su MJ), spostatasi sul calcio e mescolatasi con l’altra Storia (l’episodio su Arpad Weisz).

Poi ha preso il format e l’ha portato dove doveva stare, ovvero a teatro. E da quello spettacolo lui e il suo team (è bravissimo a mettere in mostra i meriti della squadra) hanno tratto questo romanzo, L’ultima estate di Berlino.

Classico romanzo storico, miscela di vero, verosimile e inventato, basato sull’intreccio delle vicende di 2-3 personaggi alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Dietro i personaggi, anche qui, la Storia, con il nazionalsocialismo che si stava preparando alla guerra. Scritto bene, in maniera scorrevole, con personaggi interessanti e credibili. È evidente la suggestione teatrale e televisiva, è un libro che lavora per quadri e immagini, più che per intrecci, ma sa tenere all’erta il lettore.
Il gioco sta nell’immaginarlo letto da lui, con il suo stile e le sue inflessioni, ma penso che anche ai non adepti possa risultare piacevole.

Senza entrare nei dettagli dell’intreccio, che è semplice ma piacevole e che lascio scoprire a chi vorrà leggerlo, è interessante il modo in cui si riesce a trattare la banalità del male, il fatto che una cosa come il Nazismo, oggi ritenuta da tutti una delle tristi cime del male dell’uomo, abbia avuto un’origine, una crescita tutt’altro che osteggiata, con la sua grandeur esaltata, con azioni e atteggiamenti discriminatori che diventarono normali a tutti e che molti accettarono e supportarono.
Non è il solito “o poveri tedeschi”, perchè, a conseguenze non note, vien fuori come una parte dei tedeschi ci credesse, al nazionalsocialismo; nonostante i semi della barbarie fossero stati piantati, per quieto vivere, o peggio, per convinzione, si chiudevan gli occhi, o si condivideva tiepidamente, la discriminazione, la violenza, l’odio in una fase domestica, comunitaria, lontana dalla guerra.
E questo viene raccontato con l’Olimpiade, con lo sport e con la reazione sociale allo sport.

Retrogaming e Kodi con il Chromebox

Un paio di anni fa ho acquistato un Chromebox, come raccontato qui.

Mi ha sempre servito bene in questi anni, soprattutto per il lato streaming via web, tutte le cose scritte là sono rimaste vere.
Ci sarebbe la possibilità di installare le app Android, ma il mio modello non l’ha mai ricevuta ufficialmente e comunque è un mezzo disastro (nel senso che funziona poco e male, e le app sono comunque disegnate per gli schermi touch e non per le tv).

Negli ultimi mesi però mi sono messo in testa di provare ad andare oltre. Volevo provare due cose: Kodi e Retroarch (di cui parlai qui) ma stavolta sulla tv grande 🙂

Ho provato con un box android, uno Scishion V88, ma, sebbene ottimo per Kodi, aveva un difetto fondamentale, di cui, pirla io, mi sono accorto solo dopo la spedizione: niente Bluetooth, ergo il mio fido 8bitDo SFC30 non andava bene.

Crouton idem, è un accrocchio. Mi serviva qualcosa di più radicale.

Mi sono quindi messo di buzzo buono a cercare alternative. Dopo aver quasi ceduto all’acquisto di un mini PC windows tipo il Vorke V1, ho scoperto che l’alternativa ce l’avevo già in casa: il Chromebox si può aprire come una mela e installargli sopra una bella distro Linux, su cui poi far girare quello che si vuole, Kodi e RetroArch compresi.

Sono partito dalla pagina dedicata ai Chromebox della wiki di Kodi, che dettaglia la procedura. Io ho scelto di installare GalliumOS, una derivativa di Ubuntu “adattata” per i Chromebook/Box. Ho fatto alcuni tentativi anche con LibreELEC, che dovrebbe integrare tutto, ma è ancora in fase troppo instabile per i miei gusti.

Con GalliumOS invece si va bene: l’installazione è facile e veloce, la guida è a prova di stupido e se si ha un minimo di esperienza Ubuntu in mezz’oretta si ha il sistema base pronto. Ci sono alcuni bug minori, ma niente di sconvolgente.
Configurare bene Kodi e RetroArch richiede invece un po’ di tempo in più: sono software complessi e in sviluppo, per capirli bisogna leggere un pò di cose e soprattutto non aver paura di addentrarsi in forum strani.
Però ora funzionano tutti e due e posso vedermi un sacco di cose in streaming (Youtube, Twitch, ma anche Dplay per la signora) tutto con un solo telecomando e in 1080p ma anche giocare a Super Mario Bros (e scoprire che non ho più i riflessi di un 15enne).

Alcune cose che ho scoperto, magari non immediate a tutti:
* quando collegate alla tv aggeggi di questo tipo, ricordarsi di mettere la tv in “modalità gioco”: in questo modo si bypassano tutte le operazioni di interpolazione e correzione della tv, che in questo caso sono dannose per due motivi: sono inutili (potete farle molto più finemente sul box) e aumentano il lag (ovvero il tempo tra il comando e la sua visualizzazione a schermo) cosa che per l’emulazione è il male!
* Internet Archive ha una splendida collezione completa di ROMS per tutti i sistemi degli anni 80 e 90 che funziona perfettamente con RetroArch. Regalatevi una SD da 128 GB e siate felici.
* ChromeOS rimane comunqe disponibile “affianco” a GalliumOS per tutti i bisogni e tornare indietro al solo ChromeOS è facile letteralmente come inserire una chiavetta USB di ripristino di ChromeOS che si fa da qualunque PC