Il partigiano Johnny

Queste quattro righe non possono che essere parziali: a me Fenoglio piace tanto; lo scrissi qui, lo ripeto ancora adesso.
Pensare che Il partigiano Johnny sia un romanzo incompiuto, scritto e risistemato postumo da studiosi di Fenoglio (la versione che ho letto io è la seconda, quella di Dante Isella) e che nonostante questo abbia tutta questa forza, bellezza, qualità è sconcertante: è la dimostrazione leggibile che dove c’è la forza di un’idea, di una voglia di raccontare, di storie (con la esse minuscola o maiuscola non fa differenza), la finitura, la perfetta contiguità, i buchi nei paragrafi non contano. Anzi, diventano parte del valore del libro.
La Resistenza è un periodo che colpevolmente non conosco; forse faccio parte della prima generazione che l’ha quasi del tutto ignorata, se l’è sentita raccontare solo da qualche nonno, magari quando era piccolo, senza capire fino in fondo cosa vuol dire “Guerra civile”.
Fenoglio non è il primo autore che ho letto sul tema, ma è quello che tutte le volte mi ha insegnato qualcosa: non solo a livello storico, ma soprattutto a livello umano. È stato capace di parlare delle storie degli uomini, di sceglierle e costruirle bene, utili a spiegare cose molto più grandi.
Nel dramma di Kyra, nel primo terzo del romanzo, con Johnny appena arrivato nei badogliani, c’è tutta la guerra civile: Kyra è partigiano in montagna, suo fratello maggiore è ufficiale fascista giù ad Alba. Uomini contro uomini, fratelli contro fratelli: da una parte un regime morente, dall’altra una risposta di puro orgoglio, disorganizzata, eroica ma piena di limiti.
Non è tanto un discorso di ragione o torto, in Fenoglio non c’è nessun intento di giustificazione: ma la ricerca dell’umanità nel conflitto, la volontà di trovare i danni e le ferite tra le persone fanno sì che questi libri siano chilometri avanti rispetto a tutto il resto che io abbia mai letto sul tema. Esemplare è anche il passaggio della cattura del soldato fascista, che stava scappando. Attraverso le storie, comuni, semplici, si passa oltre la retorica e si spiega, davvero, cosa è successo.

Nel caso del Partigiano Johhny, il respiro del romanzo (parliamo comunque di un bel bestione da 500 pagine) permette poi di seguire tutti gli eventi dall’8 settembre in poi, dalle prime timide fasi iniziali con la fuga di Johhny e l’imboscamento, alla presa di coscienza, all’inizio dell’avventura partigiana e a tutto il suo sviluppo, gli alti e bassi e la fine.
Una visione continua, dettagliata, analitica, anche sulla vita di tutti i giorni dei partigiani: partiti con il supporto di tutti e arrivati alla fine con la fame e le privazioni. Un viaggio eroico, anche qui però raccontato senza spocchia, senza moralismo, ma con l’occhio di chi le cose le ha vissute e non ha interesse a ingigantirle per renderle memorabili.

E quindi è un libro che mi è piaciuto veramente tanto, soggetto, stile, storia, tutto. E mi son messo in testa che prima o poi andrò a Mango.

P.S. Un plauso ai quattro geni che, su Amazon, si lamentano che l’edizione Kindle “è sbagliata” perché ogni tanto ci sono delle parole o frasi inglesi.