Sottomissione

Sottomissione è l’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, autore per cui per un certo periodo ho straveduto, da cui poi mi sono distaccato e che invece con questo libro ha saputo farsi riapprezzare.

Il francese (mi rifiuto di scrivere troppe volte il cognome, per non scriverlo in 18 modi diversi) è praticamente dal suo esordio un “caso” letterario: fin dai suoi primi lavori ha unito finissime citazioni ed analisi filosofico-psicologiche a dettagliatissime scene di sesso, violenza e perversioni varie.
Motli hanno ovviamente guardato e giudicato solo le seconde, ma fortunatamente molti si sono accorti anche della bontà e della validità delle prime, avventure profonde sia nell’attuale condizione dell’uomo sia in possibili scenari di futuro prossimo.

È ne “Le particelle elementari” che le storie disperate dei due fratelli Bruno e Michel fanno da prolegomeni allo studio, da parte di quest’ultimo, delle tecniche genetiche e biomolecolari che porteranno alla replicazione perfetta, alla nascita di una nuova generazione di figli dell’uomo, che grazie alla tecnica può avere una vita felice “by design”.

È in “Piattaforma” che si racconta di come la salvezza dell’uomo perso sia ancora l’Amore (al netto della singola, tragica, parabola, dovuta a circostanze esterne, molto meno centrali nel libro di quello che venne detto al lancio).

In “La possibilità di un’isola” c’è stato, per me, un passaggio a vuoto: i temi c’erano (l’uomo animale sociale oltre la tecnica, oltre la scienza) ma forse troppo diluiti, mancava la precisione, la sintesi degli altri testi.

Qui, in questo “Sottomissione”, l’autore fa uno scarto rispetto al suo solito: alla profonda analisi letteraria e psicologica manca questa volta il diretto contraltare della crudezza degli atti.
Ci sono praticamente un paio di scene di sesso, peraltro accessorie, non c’è quasi violenza; sebbene spiazzante (un autore è comunque un essere in parte definito dal suo stile) non crea assolutamente problemi al romanzo, che sta in piedi. Forse, con tutta questa fama, non c’è più bisogno di epater le bourgeois per far parlare di se? O forse si sono scelti altri strumenti per farlo, meno evidenti (vi spiego a breve)?

Comunque, il libro di cosa parla? (Da qui in avanti, spoiler, su questo e altri romanzi del francese).
Parla di uomini, di relazione con il potere, di futuro, di narrativa del potere. E di Huysgens.
Ah, sì, c’è anche dell’Islam, come forse avrete potuto intuire leggendo le varie recensioni, ma a mio avviso il ruolo è prettamente funzionale: se i cattivi del momento fossero stati i gruppi estremisti di un’altra religione, Houellebecq avrebbe potuto tranquillamente scegliere quelli. Ma visto che la scelta più verosimile era ora quella dell’Islam, quella è stata fatta.

La trama è molto semplice: nel 2020, professore universitario di mezza età, insegnante di lettere moderne, ha una crisi di mezza età sullo sfondo di una Francia che elegge il suo nuovo presidente, per la prima volta non proveniente da ctrodestra o centrosinistra ma dai Fratelli musulmani, nuova forza politica dominante. Seguono piccoli cambiamenti nella società, che alla fine il protagonista non percepisce così gravi come se li aspettava.

Rispetto a “Piattaforma”, sembra si sia fatta una rivoluzione completa: se là l’Islam era il male che armava la mano dei terroristi che ponevano fine all’Amore, qui la rivoluzione di un governo islamico in Francia è raccontata (almeno in facciata) come un cambiamento morbido, di velluto, addolcito da una legge che non è la sharia stretta tanto temuta ma una sorta di bel vivere civile, che risolve da sé anche i problemi della violenza delle periferie e in cambio chiede solo qualche piccola concessione per chi la vuole come la poligamia o il velo in pubblico (in Francia attualmente vietato).
Concessioni che però, ora che sono reali, alla fine il protagonista non sembra vedere neanche come così drammatiche.
Una sorta di blando assopimento della laicità, un leggero ma continuo inchino verso gli usi islamici, di cui il protagonista coglie solo gli aspetti positivi (parafrasando: “potrò avere una moglie di quarant’anni e una di quindici, e chissenefrega se devono metter il velo, se lo faranno andare bene”).
Un ambiente in cui diventa accettabile convertirsi all’Islam per tornare a lavorare, ad insegnare.
Un ambiente che sembra quasi accettare con blando torpore dei cambiamenti che solo pochi anni prima destavano il più alto disprezzo (interessanti i passaggi sui movimenti identitari), a riconsiderare in pochi mesi il ruolo della donna dopo decenni di lotte (e con le donne in prima fila a spingere questa revisione).

Ci sono solo due dettagli che fanno lasciano intravedere altre visioni, che, penso molto volontariamente, Houellebecq lascia aperte: la continua presenza di riferimenti al Medioevo e al suo inizio, come inizio morbido di un’era di buio per l’Europa e la chiusura netta, quasi con una cinematografica dissolvenza a nero, del romanzo, che si ferma proprio all’inizio di questa nuova era, senza mostrare cosa succederà dopo.

Il libro sembra quindi una delicatissima introduzione a un grande sonno della ragione, le cui conseguenze sono purtroppo note. Ma la forza con cui viene narrata la normalità della scelta è stordente, e la scelta di narrarlo con questo tono colloquiale, quasi dimesso, è buona parte della forza del romanzo.
Sonnolento, scritto in maniera magistrale, visionario nella sua terribile, quasi meschina, microscopica quotidianità.

Capolavoro consigliato.