Altai – Wu Ming

Wu Ming è uno dei miei autori italiani preferiti e quando ho saputo che stavano preparando un ritorno nel mondo di Q, sono stato molto contento, sebbene il loro Manituana non mi avesse fatto impazzire, forse per una mia idiosincrasia per gli indiani.
Qui invece la passione è scoccata a pagina 1.
La storia di Emanuele/Manuel da Venezia a Costantinopoli ha molti livelli di lettura: è un eccitante racconto di cappa e spada,di intrighi, ma è anche molto di più. Come in tutti i libri del collettivo, dietro una storia narrata magistralmente ci sono mille spunti di riflessione: qui mi ha colpito tantissimo il tentativo (riuscito) di parlare di convivenza religiosa in un altro tempo e in un altra prospettiva. Mi ha colpito il senso di modernità che può dare parlare di orrori come la violenza dei vincitori, l’applicazione della giustizia anche narrando una storia di quando non c’era la luce elettrica, di come non sia necessario parlare con “parole d’oggi” (“abbiamo cercato di scartare ogni termine non esistente nel 1569”) per riflettere sul rapporto tra popolo e potenti in guerra.
E il passaggio, da pelle d’oca, nel primo Interludio, quando rientra in campo il protagonista di Q, che qui gioca un ruolo marginale, da aiutante del protagonista, se questa fosse un analisi da scuole medie e se Wu Ming scrivesse secondo i canoni. Ma si va oltre e Gert/Ismail/Il Vecchio qui ha il ruolo del sapiente, di chi porta un altro (l’ennesimo) punto di vista.
Di più, senza spiattellare la trama, non posso dire. Se non consigliarvi di leggerlo, anche se non avete letto Q.